La polemica sugli eventuali costi futuri della SPV animerà il dibattito elettorale e non c’è esempio migliore per dimostrare la “sostanziale condivisione” del “modello di sviluppo” fra i due principali schieramenti. Viene completamente dimenticato e metabolizzato l’impatto dei 94 km di viabilità principale e dei 68 km di opere complementari sull’assetto idrogeologico dell’intera area pedemontana. Non si parla più della debolezza socioeconomica dell’area per la perdita di “sovranità alimentare” sugli almeno 400 ettari di suolo agricolo (su cui potrebbero esistere 80 aziende agricole con una superficie coltivabile di almeno 5 ettari ciascuna).
In occasione dell’avvicinarsi del “rito elettorale” fatica ad affermarsi una visione del futuro alternativa: una visione realmente moderna, apparentemente visionaria o tacciata di essere tale dai cultori della crescita illimitata del Pil. Una visione che non concepisce il consumo di una “risorsa non rinnovabile” come la terra quale principale volano dell’economia. La “timidissima opposizione” alla legge regionale N.14 del 6 giugno 2017 “Disposizioni per il contenimento del consumo di suolo” è un’ulteriore conferma della mancanza di una visione alternativa della sinistra. La sinistra, infatti, si è ben guardata dal guidare una mobilitazione per la raccolta di 40.000 firme per un “referendum abrogativo” della legge regionale sul suolo perché ciò avrebbe significato sconfessare l’operato delle amministrazioni locali di centro-sinistra che quella legge la applicano alla grande.
Come nel caso del Comune di Padova che, nonostante un 50% di suolo cementificato, ha chiesto e ottenuto dalla regione, a guida leghista, la facoltà di aumentare da 39 a 252 gli ettari consumabili nel proprio comune. Non si è compresa la “matrice tecnico-politico-legislativa” della legge ossimoro sul suolo della regione Veneto e la necessità di contrastare, a monte, l’effetto moltiplicatore delle 17 deroghe: un effetto moltiplicatore che si sta abbattendo dal 2017 su ogni angolo urbano ed extraurbano del Veneto. Il contrasto al consumo di suolo non è diventato l’obiettivo di una vera, coraggiosa ed efficace “lotta ambientalista”.
Ma la sostanziale condivisione del modello di “sviluppo cemento-centrico” ha visto le opposizioni preferire il prodursi in uno sterile e propagandistico lamento sull’effetto multideroghe della legge, anziché l’impegno per una raccolta di firme per un referendum abrogativo, un tipo di consultazione popolare di cui c’era in Veneto un precedente nel 2002.
Anche degli 8 milioni di metri cubi di ghiaia estratti per i tratti in trincea della SPV e i 400 ettari di suolo agricolo sono andati in “deroga” ai labili ed estensivi propositi di contenimento del consumo di suolo di quella legge, incostituzionale per il suo impatto sullo “stato dell’ambiente”.
Senza dimenticare che gli effetti del consumo di suolo non vanno in prescrizione. Infatti, alla mancanza di una visione alternativa manifestata nel momento in cui si è deciso di costruire la SPV si somma la scarsa attenzione da parte degli schieramenti di destra e di sinistra ai problemi che nell’oggi l’opera porta con sé. E problemi ce ne sono ma non sono nell’agenda politica elettorale.
Penso ai “rischi idrogeologici” legati al mancato drenaggio delle acque meteoriche a seguito dell’asportazione della ghiaia per la costruzione della SPV nei tratti in trincea. Penso ai rischi di “inquinamento ambientale” per la collocazione del manto stradale nei tratti in trincea che corrono trasversali ai movimenti di falda da nord (dalle montagne) a sud (alla pianura) e alla possibile contaminazione delle falde da metalli pesanti per le acque meteoriche di dilavamento provenienti dalla pavimentazione stradale. Penso all’utilizzo del Pfba, un composto chimico che fa parte della famiglia del Pfas, per la costruzione delle gallerie di Malo e Sant’Urbano e ai rischi di inquinamento ambientale delle acque di falda da dove attingono i nuovi acquedotti di Padova e Vicenza e la conseguente necessità di potenziare filtri e impianti di depurazione.
Penso al rischio di “ulteriore consumo di suolo” nelle aree adiacenti la SPV e l’urgenza di misure drastiche per “bloccare nuovi insediamenti residenziali, industriali, commerciali, logistici” (questi ultimi dal 2017 al 2019 in Veneto hanno comportato la scomparsa di 172 ettari di suolo agricolo, Rapporto Ispra 2022). Penso all’urgenza di un ruolo attivo della politica locale veneta nella richiesta di una legge nazionale che fermi da subito, senza se e senza ma, nuovo consumo di suolo, proprio perché il Veneto condivide con la Lombardia questa vandalica eccellenza nella “scomparsa irreversibile” della terra e dei suoi servizi ecosistemici in Veneto la SPV è metafora della “mancanza di visione” su un futuro diverso per l’ambiente, fatto dí “rammendi ecologici” sulle lacerazioni prodotte sulla terra fertile dal nostro affarismo urbanistico e clientelare.
Manca la visione di un futuro fatto di “ristrutturazione e adattamento funzionale” del già tanto edificato, combinato ad una politica di servizi sociali e di trasporto per ripopolare i centri urbani minori pieni di case inutilizzate e decongestionare i centri urbani maggiori dove la rendita immobiliare governa al posto della politica. Manca la visione di un futuro occupazionale basato sulla “manutenzione” di piccole e grandi infrastrutture. Manca la visione di un futuro basato su una corposa opera di “depavimentazione dal cemento” delle nostre città e da una corposa “opera di forestazione urbana” per riabitare “non luoghi” da cui cerchiamo di fuggire rinunciando a ridare loro bellezza e attrattività.


