Stiamo vivendo un periodo storicamente e socialmente complesso che non è possibile ignorare.
Le guerre che ci sfiorano, e ci coinvolgono, non accennano a placarsi: oltre quattro anni il conflitto russo-ucraino, due anni quello israelo-palestinese, otto mesi quello USA-Iran, quest’ultimo doveva risolversi in 48 ore (annuncio ripetuto dal presidente Trump come una macabra barzelletta).
Ci sono segnali di una qualche soluzione? No.
Avremo un Natale di pace? No.
Che effetto produce questo clima di reale insicurezza e perdita di percezione del futuro? In una parte della popolazione suscita un’opposizione alla guerra e alle spese militari. Non è la maggioranza. Se ciò accadesse, in ogni luogo del mondo, le guerre s’impantanerebbero subito. Come insegna la storia europea, che di guerre è un’esperta, l’ignorare la natura e le dinamiche dei conflitti ha come esito accettare che i nostri figli vadano al fronte.
Questo clima ha anche effetti sull’economia del mondo: stiamo osservando una stratosferica polarizzazione tra ricchi e ricchissimi e i meno abbienti. Uno degli effetti dei conflitti è il caos nelle disponibilità energetiche, gli aumenti del costo dei combustibili sono anche dovuti alla guerra scatenata da Trump all’Iran.
Ma altri effetti sono la percezione di un’erosione delle prospettive future percepita dagli strati giovanili. Nuclei delle proteste di queste settimane, in Francia, in Spagna, in Albania, in Serbia e in Italia, sono proprio gli studenti e la popolazione più giovane. Certo, manifestazioni con caratteristiche diverse, con storie diverse, ma tutte coincidenti in una fase che sta conducendo la società intera di fronte a nodi da sciogliere, delicatissimi per gli anni a venire.
Società davvero democratiche avrebbero, come priorità, quella di dialogare con le preoccupazioni e le rivendicazioni di coloro che stanno cercando risposte, portando nelle piazze il loro stato d’animo.
Nessuna delle nostre democrazie ha saputo mettere in campo qualcosa di diverso dalla repressione. Questo equivale a dire che non ci sono strategie e possibilità di rispondere alle domande sorte nelle piazze. Equivale a dimostrare che tutto si gioca sul piano dei rapporti di forza e non su quello della ricerca di soluzioni, attraverso dibattito, confronto, valutazione di disponibilità di risorse.
Lo si è visto in Italia, dove a fronte delle migliaia di manifestanti, l’azione del governo, ma anche di moltissima stampa, è stata quella di attirare l’attenzione solo sugli episodi di violenza, naturalmente deprecabili in questo contesto. Focus fatto su una minoranza per far diluire le motivazioni della maggioranza.
É un segnale che le nostre democrazie vacillano, diventando sempre più fragili. Nessun lavoro sulle cause del malessere sociale, solo rincorsa ad indicare capri espiatori. Non solo perché è più facile. Si isolerebbero i violenti, più o meno manipolati, mettendosi a tavolino con le maggioranze in lotta: non accade perché non si possiede alcuna risposta adeguata, la mano vuota della politica impugna il manganello.
Come difendere la pienezza della democrazia, affrontare i conflitti, riconoscere che i giovani hanno diritto a porre delle loro opzioni sul futuro contrastando responsabilità che ricadono sulle precedenti generazioni?
Ecco temi che meriterebbero non un occasionale convegno, ma un dibattito pubblico costante.
Far finta di niente, non funziona. Per conservare una decente democrazia.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a
iscriverti alla newsletter cliccando qui


