Nessuno forse, come Giorgio Manganelli, ha saputo definire meglio l’importanza non meramente orografica della catena montuosa più alta degli Appennini.
“L’Abruzzo — annotava in occasione di un viaggio svolto nel 1987 lo scrittore e critico letterario milanese di nascita e romano d’adozione, fra gli osservatori più disincantati, anticonformisti e ironici dell’Italia dell’epoca — ha al suo centro non una città, ma una montagna, una grande, bellissima, terribile montagna, il Gran Sasso. Non badate ai metri dell’altezza; il Gran Sasso è di schiatta araldica, montagna di gran razza, di quelle che collochiamo con gli dèi”. Ecco servito un autorevolissimo seppur involontario assist ante litteram, alla candidatura del Gran Sasso d’Italia a Patrimonio dell’umanità protetto dall’Unesco. Un’impresa ardita quanto lo è per un alpinista affrontare — detto luciobattistianamente — le discese e le risalite dei 2.912 metri del Corno Grande, la vetta del maestoso massiccio abruzzese lungo cinquanta chilometri, o quindici e con un perimetro centotrenta. La notizia interessante è che, da qualche mese, si è finalmente partiti, dopo decenni di chiacchiere e vaghi propositi, grazie alla costruzione dell’articolato dossier a sostegno della candidatura. I requisiti richiesti dall’“United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization (Unesco)” sembrano esserci tutti.
Dal “presentare aree di eccezionale bellezza, valore paesaggistico e naturalistico”. A un “habitat adatto per la conservazione della diversità biologica e delle specie minacciate di eccezionale valore universale”. O anche quello di “costituire una testimonianza straordinaria dei principali periodi dell’evoluzione della terra”.
Un luogo carico di suggestioni mistiche
Per la presentazione ufficiale, a novembre dell’anno scorso, è Stato scelto un luogo carico di suggestioni mistiche — e forse anche propiziatorie del miracolo Unesco — come il Santuario di San Gabriele nel Comune teramano di Isola del Gran Sasso. Un sito di alto valore culturale e religioso, che una classifica vaticana pone fra i quindici Santuari più frequentati al mondo, con due milioni di pellegrini all’anno. Non sfugge tuttavia il Senso anche politico di un voluto coinvolgimento della Chiesa cattolica nella governance dell'”Operazione Unesco”, che ne viene a guadagnare in immagine e prestigio. Analogo significato assume la cooptazione dell’istituto Nazionale di Fisica Nucleare, che nella frazione aquilana di Assergi ha i suoi Laboratori sotterranei di fama internazionale. Attori forti, dunque, uniti da un’ecumenica collaborazione fra politica, scienza e fede, per fare dell’Abruzzo una regione da riscoprire e valorizzare nell’Italia dai mille e stupefacenti volti territoriali. È evidente che un obiettivo di tale portata storica impone una coralità di impegno e un’interconnessione obbligata
di competenze. Ma c’è sempre l’intuito o la determinazione di un singolo a far la differenza. In questo caso, il promotore del progetto — che sembrava sul punto di decollare già una dozzina di anni fa — risponde al nome di un commercialista dai modi pacati e gentili, ma di pura caparbietà abruzzese: Carlo Matone, presidente del “GAL Gran Sasso-Laga” di Teramo. GAL sta per “Gruppo di Azione Locale”, un ente di partenariato pubblico-privato, che ha il compito di promuovere lo sviluppo sostenibile delle aree rurali attraverso strategie partecipative e fondi europei. Fu Matone, nel 2024, a proporre, in accordo col presidente della Regione, Marco Marsilio, di illuminare di rosa il Paretone del Corno Grande per celebrare l’arrivo dell’ottava tappa del Giro d’Italia a prati di Tivo. Idea, però, bocciata dalla dirigenza del “Parco del Gran Sasso e Monti della Laga”, che oppose esigenze di tutela della fauna selvatica. Al di là dei pro e contro di quella decisione, l’episodio fece da innesco alla successiva e ben più importante iniziativa avviata da Matone per candidare il Gran Sasso a Patrimonio Naturale dell’Umanità.
Un patrimonio unico
Al Santuario di San Gabriele, tutti, GAL, Regione, sindaci e realtà associative della zona, ebbero a sottolineare con accenti diversi come il Gran Sasso rappresenti un patrimonio unico per biodiversità, paesaggi, storia e tradizioni: un territorio che custodisce specie floristiche (Oltre 2.300) e faunistiche (camoscio, cervo, lupo appenninico, aquila reale) rare, un mosaico di borghi storici e un ricchissimo patrimonio culturale materiale e immateriale. Tra gli elementi identitari più significativi rientra la transumanza, già riconosciuta nel 2019 dall’Unesco come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, simbolo del profondo legame tra uomo e natura. “La candidatura — si disse — punta a rafforzare la resilienza delle comunità montane, a contrastare lo spopolamento e a promuovere forme di turismo sostenibile capaci di valorizzare il territorio in modo equilibrato”. Il primo traguardo, nonché passaggio obbligato, è l’inclusione nella cosiddetta “Tentative List” entro il 2027 (due anni di timing istituzionale rientrano nella norma delle candidature Unesco). per la cronaca, la “lista provvisoria” italiana vede in attesa siti e fenomeni di grande valore naturalistico e culturale, come l’Arcipelago della Maddalena, il Sulcis Iglesiente, il Bradisismo nell’Area Flegrea o il Bacino Marmifero di Carrara. Precedenti illustri di avvenuta iscrizione al Patrimonio Unesco, sono invece le Dolomiti (da giugno 2009), i Sassi di Matera (da dicembre 1993), la Costiera Amalfitana (da dicembre 1997). Esempi importanti di valorizzazione del territorio, con però un innegabile risvolto negativo: l’eccesso di consumo dello Stesso. La bestia nera si chiama
“overtourism” e l’iscrizione al Patrimonio Unesco può diventarne l’involontario vettore anche là dove i delicati equilibri fra uomo e ambiente consiglierebbero accessi limitati. Si pone, così, un problema più generale: come garantire a tutti il diritto alla fruibilità della bellezza, senza arrivare a sfigurarla?
Nuove prospettive
I dati dell’anno in corso dicono che il turismo in Abruzzo cresce oltre la media nazionale, con un +7,2% degli arrivi e un +7, 7% delle presenze nel primo semestre 2026. Quello che qui interessa è, però, l’aumento del 10% delle presenze nei borghi dell’entroterra, indice di una domanda che va sempre più distribuendosi sul territorio privilegiando nicchie meno conosciute e battute dal business del tempo libero. Un approccio che apre prospettive nuove in una regione così ricca di natura, storia, tradizioni e cultura come l’Abruzzo. Pensiamo solo all’iconico castello di Rocca Calascio (provincia dell’Aquila), a 1.460 metri, che attira migliaia di visitatori richiamati dalla fama del film fantasy “Ladyhawke” con Michelle Pfeiffer girato nel 1985. Ma lo sviluppo di un turismo alternativo rispetto ai consueti modelli consumistici rischia di morire in culla senza una seria azione di contrasto allo spopolamento nei piccoli Comuni dell’interno, accentuatosi dopo il sisma del 2016 in Italia Centrale.
Gli esempi di iniziative in controtendenza non mancano. Si prenda la “Ciclovia dell’Appennino teramano” a ridosso degli antichi tratturi e dei borghi toccati dalla Transumanza (ottima, in proposito, la guida alla ciclovia edita dal Gal Gran Sasso Laga). Oppure il “Cammino Grande di Celestino”, un percorso che attraversa l’Abruzzo dall’Appennino alla Costa dei Trabocchi, seguendo i luoghi legati a Pietro Angelerio, il monaco eremita che divenne Papa Celestino V nel 1294. Promettente si profila, inoltre, il progetto “In Abruzzo – Comunità Accoglienti d’Abruzzo”, promosso dalla rete di imprese “Borghi IN” e coordinato da Confcooperative Abruzzo, che mira a creare un nuovo modello di ospitalità incentrato sulle cooperative di comunità e sui residenti.
Prima del turismo sostenibile, viene però la protezione dell’ambiente. Per il “GAL Gran Sasso Laga” — con in prima fila i Comuni di Isola del Gran Sasso e Pietracamela — ci sono due emergenze che non possono più attendere interventi: la prima è il progressivo ritiro del Calderone, il ghiacciaio più meridionale d’Europa, già sottoposto a un primo carotaggio per salvare un archivio climatico che rischia di scomparire. La seconda è la protezione del Paretone, l’imponente parete orientale del Corno Grande caratterizzata dall’unicità della sua roccia a picco di tipo dolomitico, geologicamente molto fragile. In attesa dell’intervento dell’Unesco, sarà importante che i promotori mantengano alta la guardia e i media non si stanchino di vigilare e informare correttamente.
Si ringrazia la redazione della testata giornalistica “La Voce del Popolo“ di Fiume che per gentil concessione ci ha autorizzato a riproporre l’articolo su “IL DIARIO online”.



Resta un desiderio incompiuto recarmici, spero di farcela prima di tirar le cuoia.