Il suo stile di vita non è in contraddizione, anzi, è la naturale proiezione della sua cifra professionale: intensa, passionale, coraggiosa. Ma è forse vero anche il contrario: Livio Senigalliesi, fotoreporter freelance stimato in tutto il mondo e orgoglioso “cane sciolto” del mestiere, ha sempre usato la macchina fotografica e le parole con la stessa spontaneità ed empatia, la stessa sete di verità senza filtro e di giustizia senza compromessi, che lo hanno spinto per oltre trent’anni a documentare i più drammatici scenari di guerra e dopoguerra del pianeta, abbracciando e condividendo il destino degli ultimi, degli oppressi. Soffrendo le loro stesse privazioni. Non c’è proscenio del Male assoluto, divoratore di vittime incolpevoli, in cui questo ostinato testimone della Storia in divenire, da caparbio investigatore di fatti scomodi e segreti inconfessabili, non abbia posato l’occhio implacabile della sua Reflex, e vi abbia affondato i piedi, lasciandovi spesso il cuore.
Simile al disilluso Stefan Zweig che rimugina ne “Il mondo di ieri” su come “abbiamo percorso da cima a fondo il catalogo di tutte le catastrofi possibili, e non siamo giunti ancora all’ultima pagina”, Senigalliesi ha sentito l’insopprimibile esigenza di gridare un “no” senza se e senza ma alla guerra, e oggi più che mai ai crescenti pruriti bellicisti in Europa, autoproducendo un prezioso “Diario dal fronte” (acquistabile solo online al link CLICCA QUI ). Un supporto importante alla sua più recente attività di pacifista impegnato e di divulgatore culturale, soprattutto nelle scuole, università e associazioni, dove è invitato a raccontare le esperienze che ha vissuto in presa diretta dentro i principali conflitti del dopo Guerra Fredda. I suoi scatti rappresentano chicche di momenti storici cruciali, letture originali e controcorrente dei fatti, depurati dalle tossine della propaganda ufficiale e non distorti dagli interessi di parte e dei poteri forti che sempre cercano di inquinarli in base ai propri fini. Un lavoro pesante e rischioso, per consapevole scelta, che ha segnato la lunga carriera del fotoreporter lombardo nato settant’anni fa a Sesto San Giovanni da una famiglia di operai e partigiani comunisti, proiettandolo ai quattro angoli della terra dopo aver documentato negli anni giovanili le lotte studentesche e operaie e l’emarginazione delle periferie milanesi. Il suo fiuto per la notizia lo porta nel novembre 1989 a Berlino alla vigilia della caduta del Muro, che riesce a immortalare in immagini memorabili pubblicate dai giornali di mezzo mondo, e lo trascina quindi come un surfista sull’onda dell’effetto domino ad assistere alla caduta del comunismo in Romania e in Unione Sovietica.
Le prove più terribili ed emotivamente destabilizzanti sono legate però ai conflitti interetnici in ex Jugoslavia (nell’ordine: Croazia, Bosnia e Kosovo). Faccia a faccia con l’orrore, e mano nella mano con i civili assediati e nascosti nelle cantine di Vukovar come in quelle di Sarajevo. Rischiando non di rado la pelle, per seguire nelle operazioni sul terreno i combattenti delle varie fazioni contrapposte. E non è finita qui. Fra i luoghi di morte e di oppressione battuti in lungo e in largo da Livio Senigalliesi, tornandovi più volte, figurano il Ruanda, l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria, il Kurdistan, il Caucaso, il Congo, il Sudan. Ovunque si sparasse e si soffrisse, lui c’era. L’ultima missione operativa che l’ha visto sul campo è stata a Kiev. “In piazza Maidan, nel febbraio 2014, c’ero anch’io ad assistere non a una rivolta popolare contro il regime, ma al vero inizio della guerra in corso fra Russia e Ucraina, nata da un piano complesso studiato dal Pentagono per destabilizzare l’Europa e porre le basi della Nato a ridosso del confine russo”, taglia corto. Non va dimenticato, infine, l’anno trascorso nel 2016 insieme ai migranti vittime di violenze, fame e torture lungo la rotta balcanica, risalendo dalle coste turche fino al confine italo-sloveno.
«Mi sono sempre attenuto a due massime: iniziare a seguire gli eventi prima della pioggia e studiare il passato per comprendere il presente. Perché solo così si può avere una visione completa e non condizionata da una delle parti»
dice mentre sfogliamo assieme le pagine del volume. Anche per questo “Diario dal fronte” non è stato affidato a qualche casa editrice.
“L’ho scritto di notte – rivela l’autore – come terapia contro il disturbo post-traumatico da stress da cui sono affetto a causa di ciò che ho veduto, e volevo avere il pieno controllo dei contenuti”. “Prima l’attenzione all’uomo, poi le foto”, è la sua stella polare, sulla scia dei grandi maestri che l’hanno inspirato: Don McCullin, Eugene Smith e Robert Capa. Prendete la foto, diventata un’icona dell’assedio di Sarajevo negli anni ’90, scattata all’uomo che tenta di spegnere con un piccolo secchio d’acqua l’incendio del palazzo in cui abita, appiccato dai vicini di casa. Il suo torto? Essere serbo con una moglie musulmana e i loro due bambini “misti”. Troppo, per i nazionalisti serbi che volevano distruggere “la Sarajevo multietnica che aveva resistito all’odio per amore”, scrive Senigalliesi nel libro da lui definito “un vibrante j’accuse contro tutti i conflitti”.
Si ringrazia la redazione della testata giornalistica “La Voce del Popolo“ di Fiume che per gentil concessione ci ha autorizzato a riproporre l’articolo su “IL DIARIO online”.


