La democrazia somiglia alla pelle. Protegge il corpo, ne preserva l’equilibrio, ma è esposta a un lento logorio. Non serve una ferita profonda. Bastano sfregamenti continui, quasi impercettibili. All’inizio non sembra cambiare nulla. Poi perde lentamente elasticità, finché ci si accorge che non protegge più il corpo con la stessa efficacia.
Una di quelle difese è il patrimonio civile che una Repubblica costruisce attraverso i propri strumenti di verità: le indagini, i processi, le sentenze definitive. La ricerca storica resta libera e nessuna decisione giudiziaria può impedirle di continuare a interrogarsi sul passato. Le istituzioni, però, hanno un compito diverso: custodire quel patrimonio comune, non renderlo più incerto.
Le dichiarazioni del presidente del Senato Ignazio La Russa in occasione della commemorazione della strage di Bologna meritano di essere lette in questa prospettiva. Quando la seconda carica dello Stato lascia intendere che possano esistere verità diverse da quelle accertate dalla magistratura, il punto non è la libertà della ricerca. È il rapporto che le istituzioni scelgono di avere con uno dei passaggi fondativi della storia repubblicana.
La strage del 2 agosto 1980 non appartiene a una parte politica. Appartiene alla coscienza civile del Paese. Le sentenze hanno individuato la matrice neofascista dell’attentato. Altre ipotesi investigative, compresa la cosiddetta pista palestinese, sono state esaminate nel corso degli anni e non hanno trovato conferma nelle decisioni definitive della magistratura. Evocare oggi verità alternative non significa soltanto riaprire un dibattito storico. Significa incrinare un patrimonio di conoscenza che lo Stato ha costruito attraverso il proprio ordinamento e che costituisce uno dei pilastri della nostra convivenza democratica.
Un secondo episodio riguarda il caso Delmastro. La Camera ha negato ai magistrati l’autorizzazione ad acquisire le chat tra il sottosegretario Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni con l’aggravante di aver agevolato il clan camorristico dei Senese. Delmastro non è indagato in quel procedimento e il Parlamento aveva il diritto di esercitare una propria prerogativa costituzionale. La questione, tuttavia, è un’altra: quale messaggio arriva ai cittadini quando una maggioranza impedisce ai magistrati di acquisire uno strumento investigativo richiesto nell’ambito di un’inchiesta? La credibilità delle istituzioni cresce quando il potere accetta di essere controllato, non quando dà l’impressione di proteggere se stesso. È questo il significato dei contrappesi: non indebolire chi governa, ma rafforzarne l’autorevolezza.
Lo stesso interrogativo accompagna la direzione impressa alla riforma della Corte dei conti. La Corte non è un ministero né un organo politico. È l’istituzione chiamata a verificare come vengono impiegati i soldi dei cittadini e a chiedere conto ad amministratori e funzionari quando quelle risorse vengono spese in modo scorretto o arrecano un danno alle finanze pubbliche. Il Governo rivendica, legittimamente, l’obiettivo di superare la cosiddetta “paura della firma” e rendere più rapida l’azione amministrativa. I critici osservano però che la riforma attribuisce maggiore peso alla funzione consultiva della Corte, cioè ai pareri non vincolanti rivolti alle amministrazioni, e restringe alcuni degli strumenti con cui può accertare le responsabilità e ottenere il risarcimento dei danni arrecati alle casse pubbliche. Non è un caso che la stessa Corte dei conti abbia chiesto alla Corte costituzionale di pronunciarsi su alcuni aspetti della riforma, ritenendo che possano indebolire la sua capacità di prevenire sprechi e cattiva amministrazione.
Il punto va oltre il singolo provvedimento. Un organo di controllo non nasce per rallentare chi governa. Nasce per ricordare che, in una Repubblica, ogni potere deve poter essere verificato e, quando sbaglia, chiamato a risponderne. È anche da questo equilibrio che dipende la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Non sorprende, allora, che il Rule of Law Report della Commissione europea richiami ancora una volta l’Italia a rafforzare il pluralismo dell’informazione, a garantire che i giornalisti possano lavorare senza intimidazioni o azioni giudiziarie pretestuose, a completare la riforma della diffamazione e ad assicurare l’indipendenza del servizio pubblico radiotelevisivo. Non è una bocciatura del nostro sistema democratico. È il richiamo a un principio essenziale: la qualità di una democrazia si misura anche dalla solidità dei suoi contrappesi.
Nessuno di questi episodi, preso singolarmente, basta a sostenere che la democrazia italiana sia in pericolo. Condurrebbe a una conclusione semplicistica. Ma sarebbe un errore ancora più grave considerarli fatti privi di un filo comune. Insieme raccontano una tendenza: una crescente insofferenza verso quei limiti che la democrazia pone al potere proprio per renderlo più credibile.
La pelle ha bisogno di cura. Per una democrazia quella cura prende il nome di vigilanza civile. Non significa diffidare delle istituzioni, ma pretendere che restino fedeli alla loro funzione. Significa accorgersi quando una verità condivisa viene relativizzata, quando un controllo viene indebolito, quando un organo di garanzia viene descritto come un ostacolo anziché come una tutela.
Le libertà raramente si perdono in un solo giorno. Si consumano mentre ci abituiamo a considerare normali piccole abrasioni. È allora che occorre reagire, quando il danno sembra ancora minimo e facilmente trascurabile. Perché la Costituzione non vive soltanto nei suoi articoli. Vive nella coscienza civica di un Paese, nella libertà dell’informazione, nell’autonomia degli organi di garanzia, nel rispetto dei controlli reciproci fra i poteri dello Stato. Se smettiamo di prenderci cura di quella pelle sottile, non sarà una singola ferita a indebolire la democrazia. Sarà l’abitudine alle piccole abrasioni.



Bel articolo in cui non appare stranamente una delle principali contestazioni da muovere al governo del Paese che minaccia con le sue proposte elettorali , melonellum , e di forma di governo, premierato, non solo la “pelle” del Paese ma anche il corpo delle sue istituzioni e la sovranità del corpo elettorale. Se passa il “melonellum” è come se passasse il “premierato”, il neofascismo non sarebbe alla porta, ma già entrato in salotto. Nelle Aule parlamentari la farebbe da padrone con una alleanza con Futuro Nazionale.. La Costituzione non sarebbe modificata come è proposto nella riforma costituzionale di atto senato AS 935 che è nel cassetto del Governo e che prevede l’elezione diretta del Presidente del Consiglio. Ma l’equilibrio dei poteri dello Stato sarebbe compromesso. Nel melonellum è obbligatoria l’indicazione del capo delle coalizioni concorrenti ed è disegnato l’asservimento – invero una truffa alla sovranità elettorale dei cittadini- delle liste/coalizioni perdenti. Le future opposizioni parlamentari sarebbero rese impotenti alle decisioni dell’esecutivo a prescindere dalla sostanza dei voti di lista dati dai cittadini nelle elezioni politiche . Il meccanismo funziona infatti premiando di seggi -fino a 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, con tetto 220 seggi alla Camera e 113 seggi al Senato- le liste della coalizione vincitrice anche se questa vincesse per poche migliaia di voti sulla seconda coalizione. E anche se la vincitrice rappresentasse una minoranza reale dei votanti perché la coalizione perdente e le altre liste perdenti potrebbero ben avere la maggioranza reale dei votanti . Il premio decide tutto. Non decide più la democrazia e la Costituzione come è stato nella prima Repubblica. Nel melonellum conta di più premiare le liste del “vincitore”. Conta più che tener conto della sostanza dei voti, della differenza nel Paese reale delle opinioni politiche dei votanti. Quindi il premio è da assegnare a chi non rispetta l’equo confronto parlamentare che deriva dalla proporzione dei parlamentari eletti ai voti di scelta di lista degli elettori. Come nella riforma costituzionale AS 935, il melonellum scardina l’equilibrio tra i poteri dello Stato: svilisce drasticamente la funzione delle opposizioni e il potere di controllo del Parlamento sul Governo. Un danno per i cittadini . La democrazia non è la libertà ogni cinque anni di andare a votare ed acclamare un capo. Solo l’ignoranza in materia costituzionale ed elettorale può far credere ai sostenitori del melonellum e ad elettori creduloni che questo sia bene per il Paese. I parlamentari , oltretutto nominati dai maggiorenti, si trasformerebbero sempre di più in una sorta di collaboratori del proprio capo politico al quale devono l’elezione. Vincolati al Capo contro la regola in art.67 Cost. che il parlamentare deve svolgere le sue funzioni senza vincolo di mandato, nell’interesse generale del Paese, prima che di una sua parte (partito o Governo) e anche contro essa se del caso. Le elezioni non servirebbero a scegliere i rappresentanti politici – cosa già oggi impedita con il rosatellum contro il parere della Consulta – ma a renderci conflittuali per scegliere il capo del Governo premiato di seggi dal furbo legislatore neofascista. Con oltre il 55% dei seggi in entrambe le Camere, il capo della minoranza vincitrice – che di stretta minoranza si tratta, il primo partito è quello dei NON votanti- realizzerebbe con il melonellum il suo disegno dichiarato nel premierato. Chiaro anche il disegno: eleggersi il proprio Presidente della Repubblica nel 2029 per avere la possibilità di modificare la composizione del Csm e della Corte costituzionale . Per fare ciò deve contare su una congrua maggioranza parlamentare, ottenuta anche per pochi voti in più , grazie a meccanismi elettorali inventati per restare e rafforzare il suo potere autocratico che non rispetta la democrazia di sostanza e i suoi principi Costituzionali (art.1,3,48). Dire NO al melonellum è nostro dovere, di tutto il Popolo che crede nella nostra Costituzione e nella nostra democrazia costituzionale