Una democrazia cambia quasi sempre senza fare rumore. Non è una singola legge a trasformare un Paese. È l’accumularsi delle norme, il linguaggio che le accompagna, l’idea di società che finiscono per trasmettere.
Da qualche tempo, in Italia, quell’idea assomiglia sempre più a una caserma: qualcuno impartisce ordini, qualcuno sorveglia, tutti gli altri sono invitati ad adeguarsi, volenti o nolenti, naturalmente per la loro sicurezza.
Nell’ultimo anno il governo ha fatto della sicurezza il perno della propria iniziativa legislativa. Una conferma viene dalla legge 54/2026, che interviene sulla sicurezza pubblica, le attività di indagine dell’autorità giudiziaria, la funzionalità delle forze di polizia e del Ministero dell’interno, l’immigrazione e la protezione internazionale. Introduce anche misure per la prevenzione e il contrasto della violenza giovanile. Sul versante della difesa, la stessa impostazione emerge dal Documento Programmatico 2025-2027 e dalla legge di bilancio 2026. Considerati uno per uno sono provvedimenti diversi. Considerati insieme raccontano una medesima idea dello Stato.
Non è difficile riconoscere il filo che li unisce. Prima ancora che un reato venga commesso, si allarga lo spazio della prevenzione, del fermo, dell’identificazione e del sospetto.
Il disagio sociale entra sempre più spesso nel codice penale; la protesta viene osservata anzitutto come un problema di ordine pubblico; l’immigrato è considerato soprattutto una persona da identificare, controllare, trattenere o rimpatriare.
Eppure quella stessa immigrazione rappresenta una componente essenziale dell’economia italiana: circa 2,5 milioni di occupati stranieri contribuiscono ogni giorno al funzionamento delle imprese, dell’agricoltura, dell’edilizia, della logistica e dell’assistenza alle persone. Raccontarla quasi esclusivamente come una questione di sicurezza significa descriverne soltanto una parte.
Alla svolta repressiva interna si accompagna quella militare. La legge di bilancio consolida l’aumento delle risorse destinate alla Difesa; il Documento Programmatico Pluriennale conferma investimenti per decine di miliardi nei nuovi sistemi d’arma, dagli F-35 al programma europeo GCAP, dai mezzi corazzati ai sistemi missilistici.
Cambia anche la rappresentazione pubblica: parate, celebrazioni, visite di Stato e cerimonie militari occupano uno spazio simbolico sempre più rilevante, contribuendo a rendere familiare una presenza che fino a pochi anni fa appariva eccezionale. Le guerre in corso e il mutato atteggiamento degli Stati Uniti verso la sicurezza europea pongono problemi reali. Ma una cosa è rafforzare la capacità di difesa comune; altra è abituare un’intera collettività a considerare la dimensione militare come il principale orizzonte del proprio futuro.
Non sorprende che, in un simile clima, trovi spazio un movimento che si chiama proprio Futuro Nazionale. Fondato dall’ex generale Roberto Vannacci, agisce intanto come un lievito sulla destra tradizionale. Fratelli d’Italia, la Lega e, almeno in parte, Forza Italia avvertono la concorrenza di chi costruisce consenso facendo leva su una certa concezione di identità nazionale, sulla contrapposizione tra “noi” e “loro”, sulla remigrazione e su un’idea della sicurezza fondata soprattutto sulla forza. La rincorsa rischia così di spostare progressivamente l’intero schieramento verso posizioni sempre più radicali.
Il caso del gioielliere Mario Roggero è emblematico. Condannato definitivamente per avere inseguito e ucciso due rapinatori ormai in fuga, è stato trasformato da una parte della politica in un simbolo e, per contrapposizione, i magistrati sono stati dipinti quasi come persecutori. Eppure i giudici non hanno fatto altro che applicare le leggi vigenti, alla luce dei principi costituzionali che disciplinano anche la legittima difesa. La politica è naturalmente libera di proporre norme diverse. Più discutibile è elevare a modello civile chi ha accoppato i rapinatori oltre i limiti della legittima difesa. Perché in quel momento la giustizia lascia il posto alla vendetta. E la vendetta appartiene ai film del Far West, non a uno Stato di diritto.
Ma questa corsa risponde davvero a un’emergenza? L’Italia non è un Paese privo di problemi e alcune forme di criminalità, a cominciare da quella mafiosa, continuano a rappresentare una minaccia gravissima. Tuttavia gli omicidi restano ai minimi storici e l’andamento complessivo dei reati è molto più articolato dell’immagine di una nazione assediata. La paura cresce spesso più rapidamente del pericolo reale.
È proprio su questa distanza che prospera la politica della sicurezza. La repressione produce risultati immediatamente visibili: una nuova pena, un arresto, una pattuglia, un divieto. L’integrazione dei migranti, l’educazione dei ragazzi, il sostegno alle famiglie, la scuola, la cura delle nuove povertà richiedono invece tempo, competenza e investimenti i cui risultati non possono essere esibiti in una conferenza stampa. Dietro molti episodi di violenza si intravede una società attraversata da una crescente solitudine, dalla perdita dei legami, dalla fatica educativa, da periferie che producono rabbia prima ancora che criminalità. È davvero questo il terreno sul quale pensiamo di intervenire soprattutto con nuovi reati, nuovi divieti e nuove manette, fino a coinvolgere ragazzi imputabili già dai quattordici anni?
Una democrazia deve proteggere i cittadini e tutelare chi garantisce l’ordine pubblico. Ma proteggere le forze dell’ordine non può significare sottrarle alle verifiche quando esiste il sospetto di un abuso. Prevenire la violenza non significa considerare ogni manifestante, ogni immigrato o ogni gruppo di giovani un potenziale nemico.
La minaccia più insidiosa non è l’arrivo improvviso di uno Stato di polizia. È l’assuefazione. È il momento in cui troviamo normale essere più controllati, meno liberi e più armati, purché qualcuno ci prometta che i cattivi saranno puniti.
“Caserma Italia” non vuole descrivere un regime, ma mettere in guardia da una mentalità. Una mentalità nella quale la paura diventa collante sociale, il sospetto metodo di governo e la vendetta un surrogato della giustizia. Le democrazie non si misurano soltanto dalla capacità di reprimere il crimine. Perché il futuro non si costruisce innalzando garitte e luoghi di pena, ma aprendo scuole, creando opportunità e alimentando un clima di fiducia. È questa la prima forma di sicurezza.



Treviso 03 06 2026 – Grazie di questo contributo.