Un buon libro è molto più del racconto che contiene. È il caso de “Il mistero del coniglietto scomparso” (Solferino Young – 2026), l’ultimo lavoro di Lucio Carraro. Presentato nella sala consiliare del Municipio di Mogliano Veneto, alla presenza del Sindaco, dell’assessore alla cultura e di un pubblico nutrito, il volume è diventato presto il punto di partenza per ritrovare un pensiero sedimentato nell’arco di un’intera vita, profondamente intrecciata con la storia educativa e civile della comunità moglianese.
Daniele Ferrazza, giornalista de La Nuova Venezia e amico dell’autore, ha accompagnato l’incontro con poche, essenziali sollecitazioni. Ne è nata una riflessione che travalicava le pagine del libro e ha progressivamente coinvolto la sala.

La misteriosa sparizione di un coniglietto dà avvio a una brillante indagine. La ricerca del piccolo protagonista diventa un esercizio di osservazione, di ascolto, di confronto fra ipotesi diverse. Prima ancora di arrivare alla soluzione, il giovane lettore è chiamato a seguire un metodo. È difficile non riconoscere, in questa scelta narrativa, una delle convinzioni più profonde dell’autore.
Del resto, questo sguardo nasce da un percorso difficile da racchiudere in una sola definizione. Insegnante per quarant’anni, amministratore pubblico, scrittore e poeta, Carraro ha messo in relazione il proprio vissuto, per formulare la propria proposta su ciò che ritiene necessario alla formazione dell’uomo.
È questa lunga maturazione a dare concretezza ai continui richiami alla pedagogia, alla letteratura, all’arte e alla riflessione civile che hanno attraversato la conversazione, ricca di spunti proposti con la leggerezza e l’ironia tipiche di Lucio Carraro. Parlando di Bruno Munari e del suo Fantasia, l’autore ha ricordato come basti cambiare il colore di un oggetto perché cambi anche il modo in cui lo percepiamo: la fantasia è una macchina libera. Costruisce relazioni tra ciò che già conosciamo per creare qualcosa di nuovo. Un’allusione sufficiente a mostrare che il nostro sguardo non si limita a registrare la realtà e finisce, invece, per darle forma.
Allo stesso modo ha richiamato quella sorta di continua meraviglia che caratterizza l’infanzia, quando ogni scoperta modifica il modo di percepire il mondo. Da qui il riferimento ad Andrea Canevaro e allo “sfondo integratore”: l’idea di una scuola che organizza l’apprendimento dentro una cornice, nella quale l’insegnante inventa una situazione narrativa o un ambiente (es. “il viaggio nel tempo”, “il bosco incantato”, o un personaggio guida come un animaletto) che accompagna i bambini durante tutto l’anno. Attraverso questo sfondo accattivante, gli alunni affrontano sfide, risolvono problemi e apprendono nuovi concetti. È un’idea di scuola in cui il bambino non deve assorbire semplicemente conoscenze, ma partecipa alla loro costruzione.
Poi Umberto Eco. «Carlo ama sua moglie. Anche Marco.» Chi ama chi? La risposta non è contenuta nella frase, ma dipende da come la leggiamo. Un piccolo esercizio che mostra come comprendere un testo significhi molto più che riconoscere le parole. Occorre cogliere relazioni, sfumature, ambiguità. In un tempo nel quale molti ragazzi faticano proprio nella comprensione di ciò che leggono, la citazione assume un valore che va ben oltre il gioco linguistico.
La letteratura, secondo Carraro, svolge in questo un compito essenziale. I sentimenti, ha osservato, non sono un patrimonio che riceviamo in dote: si costruiscono nel tempo. Per questo Tolstoj o Flaubert non sono soltanto grandi autori. Entrare nelle loro pagine insegna ad affinare emozioni, riconoscere conflitti, fragilità, offrendo al lettore un’occasione formativa che nessuna spiegazione teorica potrebbe sostituire.
Lo stesso accade con le storie destinate ai più piccoli. Se i bambini chiedono di ascoltarle infinite volte, non è perché abbiano dimenticato il finale. Ogni rilettura aggiunge un particolare, rende più nitida un’emozione, aiuta a dare un nome alle paure, ai desideri, alle speranze. È un lavoro silenzioso, quasi invisibile, ma decisivo nella crescita di una persona.
Da qui nasce anche la distinzione, più volte richiamata da Carraro, tra istruzione ed educazione. La prima trasmette conoscenze; la seconda forma il carattere, alimenta il senso critico, prepara a vivere insieme agli altri. Una differenza che oggi diventa ancora più attuale.
Se molti dei bambini svolgeranno domani professioni che ancora non esistono, accumulare nozioni non basterà. Serviranno immaginazione, creatività, capacità di interpretare la realtà. Per questo Lucio Carraro invita a restituire spazio alla narrazione, alle arti, all’esperienza diretta, perfino al piacere di mettere le mani nella terra. È questa l’idea di neoumanesimo che emerge dal suo ragionamento: non il rifiuto dell’intelligenza artificiale, ma la tutela di quelle qualità profondamente umane che nessuna tecnologia può generare al posto nostro.
Dentro questo orizzonte prende forma anche Il mistero del coniglietto scomparso. Non soltanto un giallo per ragazzi, ma una storia che invita a non accontentarsi delle risposte più scontate.
È la traduzione narrativa di una riflessione coltivata con rara coerenza.
Forse è proprio questa la cifra più autentica del percorso di Lucio Carraro. Al fondo del suo pensiero riaffiora sempre la stessa domanda: quale idea di uomo stiamo contribuendo a costruire?


