Ogni generazione ha il suo filosofo, il suo mentore, di riferimento. Negli anni ‘60 noi giovani guardavamo ad Herbert Marcuse il quale sosteneva che le società industriali avanzate, soprattutto quelle capitaliste, producono falsi bisogni che spingono gli individui a consumare, conformarsi e accettare il sistema così com’è.
Per lui questi bisogni non nascono dalla persona, ma dal mercato e dalla tecnologia che diventano così strumenti di controllo sociale. La società ci rende conformi, sosteneva, ci riempie di falsi bisogni, reprime la creatività e ci impedisce di immaginare alternative. La liberazione è possibile solo recuperando il pensiero critico, l’eros, la fantasia e il rifiuto del conformismo.
Su temi analoghi, invece, negli ultimi anni è tornato a circolare con forza tra studenti, musicisti, attivisti e giovani professionisti il nome del filosofo Mark Fisher [1968-2017]. Non è un caso: Fisher è uno dei pochi pensatori capaci di descrivere con precisione chirurgica il malessere che attraversa le nuove generazioni.
La sua opera più nota, Realismo capitalista, è diventata un testo di riferimento per chi cerca di capire perché il futuro sembra essersi improvvisamente ristretto. Fisher non parla dall’alto di una cattedra, parla dal dentro della vita quotidiana, dove precarietà, ansia e disillusione sono diventate esperienze comuni.
Il realismo capitalista è la sensazione che non ci sia alternativa. Secondo Fisher, il capitalismo contemporaneo non è solo un sistema economico, è un clima mentale. La sua tesi è semplice e inquietante: oggi è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo.
Per i giovani questo significa vivere in un contesto dove il lavoro è instabile, la competizione è continua, la salute mentale è sotto pressione e la politica sembra impotente.Il successo di Fisher nasce proprio da qui, dal dare un nome a ciò che molti provano ma non riescono a esprimere: la cultura pop come specchio del presente. Fisher ha avuto un’intuizione decisiva, cioè che per capire la società bisogna guardare proprio alla cultura pop. Film, serie TV, musica elettronica, videogiochi, tutto diventa materiale filosofico.Nei suoi testi compaiono: Blade Runner, Joy Division, David Lynch, estetiche cyberpunk e distopie digitali.
Per Fisher la cultura pop non è intrattenimento bensì il luogo dove il capitalismo racconta sé stesso. E questo rende la sua filosofia immediatamente accessibile ai giovani che in quei linguaggi vivono ogni giorno. La recente pubblicazione italiana di Materialismo gotico ha mostrato un Fisher diverso, più teorico ma sorprendentemente attuale.
Qui il filosofo esplora il rapporto tra esseri umani e tecnologia, anticipando temi oggi centrali: la sorveglianza digitale, la fusione tra corpo e macchina e la presenza “spettrale” delle tecnologie nella vita quotidiana. Un immaginario che parla direttamente ai nativi digitali, cresciuti in un mondo dove il confine tra reale e virtuale è sempre più sottile.
K-punk: il blog che ha formato una generazione
Tra il 2003 e il 2017 Fisher ha alimentato k-punk, un blog diventato un punto di riferimento internazionale. Qui egli mescolava filosofia, politica, musica, disagio psichico e critica sociale. Era un laboratorio aperto, un luogo dove la teoria incontrava la vita reale.
Molti giovani lettori hanno trovato in k‑punk una voce capace di dire ciò che loro stessi provavano: la sensazione di vivere in un mondo che corre troppo, chiede troppo e promette troppo poco. Perché Fisher parla ai giovani come nessun altro? La forza di Fisher sta in cinque elementi chiave. L’Empatia: non giudica il disagio, lo analizza.
Il linguaggio accessibile: niente accademia, molta vita reale. La Cultura pop: usa ciò che i giovani conoscono per spiegare ciò che non vedono. La Politica del quotidiano: mostra che il personale è politico. L’ Immaginazione: invita a pensare alternative, anche quando sembrano impossibili.
Un’eredità che cresce, infatti a quasi dieci anni dalla sua scomparsa, Fisher è più attuale che mai. In un mondo segnato da crisi climatiche, instabilità globale e burnout generazionale la sua filosofia offre strumenti per capire, e forse cambiare, il presente. Egli non dà risposte facili ma aiuta a formulare le domande giuste. Ed è questo che rende Mark Fisher uno dei pensatori più importanti per chi sta cercando di immaginare un futuro diverso.


