martedì, 21 Luglio 2026
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Le case ci sono, mancano gli spazi verdi e gli alberi

UNA RIVOLUZIONARIA FORESTAZIONE URBANA (ottava parte)

È incredibile: siamo il paese in Europa con il maggior consumo di suolo e continuiamo a saturare di cemento e asfalto  le città, come se il suolo  fosse una risorsa infinita e declinando il PNRR in Piano Nazionale per il Raggiro della Resilienza.

Il suolo non è un concetto astratto. Il suolo è la terra dove camminiamo, dove possono crescere le piante: è la pelle del pianeta. Nel 2006 la “Strategia europea per la protezione del suolo” definiva il suolo come “lo  strato superiore della crosta terrestre costituito da componenti minerali, organici, acqua, aria e organismi viventi e rappresenta l’interfaccia tra terra, aria e acqua e ospita gran parte della biosfera”.

È una definizione corretta che spiega le innumerevoli “reazioni bio-geo-chimiche” che vi si svolgono. Eppure, se chiedete che funzione potrebbe avere nei nostri centri urbani un terreno fertile rimasto  incolto, nove persone su dieci vi risponderanno che è uno spazio vuoto, inutile, da sfruttare, su cui costruirci qualcosa. Ma nel 2026 chi fa politica deve sapere che anche un terreno incolto dà il suo contributo nel contrastare gli effetti termici dei cambiamenti climatici.

Attraverso la fotosintesi delle piante, che trasferiscono l’anidride carbonica al terreno, il suolo diventa il più grande serbatoio terrestre di carbonio in grado di immagazzinare circa il triplo della CO2 presente nell’atmosfera. Vorrei fare un semplice ragionamento sul valore ecologico del suolo sopravvissuto nei nostri centri urbani alla cementificazione. Dal secondo dopoguerra ad oggi si è costruito troppo e male.

Le lottizzazioni residenziali, senza la logica pianificatoria che ha caratterizzato lo sviluppo urbanistico di paesi come la Francia e lo stesso Regno Unito, sono diventate una delle cause principali di un consumo di suolo dissennato. L’Italia detiene il record di consumo di suolo e il record dello “sprawl urbano” che Paolo Pileri definisce come una sorta di “metastatica, disordinata e frammentata proliferazione urbana”.  Sentire parlare oggi di “emergenza abitativa” e di “piano casa” è inaccettabile, quasi una prova di cinismo da parte degli stessi che hanno cementificato il paese. Un amministratore pubblico avrebbe l’obbligo morale di leggere e capire, se non per intero, almeno la sintesi dei rapporti dell’Ispra sul consumo di suolo degli ultimi dieci anni.

In una elaborazione Openpolis su dati ISTAT 2021 le abitazioni in Italia sono 35,3 milioni e di queste 9,6 milioni (il 27,2%) non risultano occupate.

Cosa emerge dall’elaborazione dei dati Istat? Emerge che il “governo del territorio”, ad opera di governi e amministrazioni locali, di destra e di sinistra, non è stato frutto di una visione olistica e di una cultura della pianificazione urbanistica integrata con le scienze dell’ambiente. Si è costruito troppo e male e si continua a farlo ancora oggi. Prendo ad esempio alcuni dati Istat relativi alla provincia di Treviso.

I centri urbani maggiori della provincia hanno un tasso di case non utilizzate inferiore (il comune di Treviso 13,18%) rispetto a quello delle zone periferiche del ricco Nord Est (ne cito alcune: Tarzo 35%, Miane 36%, Revine Lago 43%). Emerge in modo netto una dicotomia nel flusso anagrafico e abitativo.

Da un lato, borghi  e paesi periferici che stanno vivendo un lento processo di spopolamento e hanno una quantità esorbitante di edifici degradati o in stato di abbandono.

Dall’altro, i centri urbani maggiori, dotati di servizi che vedono aumentare, camuffata dal greenwashing della riqualificazione, la cementificazione di tutti gli scampoli di verde e che innesca pesanti problemi di congestione urbanistica, di salute e benessere per i cittadini e dí gentrificazione (case nuove e con nuovo design per ricchi).

Questo processo “urbanisticamente regressivo”, ripeto, è tuttora in corso ed è codificato e legalizzato da una legge regionale sul suolo incostituzionale perché, in nome del “governo del territorio”, altera lo “stato dell’ambiente” (articolo 117 lett.s). Nel linguaggio tecnocratico di quella legge nefasta spicca una delle “17 deroghe consuma suolo”: quella che definisce “aree di completamento” gli spazi non edificati all’interno degli “ambiti di urbanizzazione consolidata”.

Nei centri urbani maggiori scompaiono o si riducono gli spazi verdi e lo spazio per fare una intelligente opera di forestazione urbana, mentre nei centri urbani minori e periferici restano inutilizzate enormi volumetrie abitative da recuperare. In provincia di Treviso per fermare il consumo di suolo per ragioni abitative è necessario avere una visione olistica e pianificatoria e dare forma e strumenti a  un processo di ripopolamento dei centri minori.

Bisogna investire ingenti risorse per creare nei e fra i centri minori una infrastruttura sociale e comunitaria (di trasporto, sociali, sanitari, culturali, ecc), incentivando l’aggregazione dei piccoli comuni e le ristrutturazioni della quantità enorme di immobili inutilizzati. Una tale misura di rammendo ecologico e sociale può fermare da subito il consumo di suolo e garantire negli ecosistemi urbani dei centri maggiori più spazio al verde e agli alberi.

In provincia di Treviso e nel Veneto è gia troppo tardi.

Dante Schiavon
Laureato in Pedagogia. Ambientalista. Associato a SEQUS, (Sostenibilità, Equità, Solidarietà), un movimento politico, ecologista, culturale che si propone di superare l’incapacità della “classe partitica” di accettare il senso del “limite” nello sfruttamento delle risorse della terra e ritiene deleterio per il pianeta l’abbraccio mortale del mito della “crescita illimitata” che sta portando con se nuove e crescenti ingiustizie sociali e il superamento dei “confini planetari” per la sopravvivenza della terra. Preoccupato per la perdita irreversibile della risorsa delle risorse, il “suolo”, sede di importanti reazioni “bio-geo-chimiche che rendono possibili “essenziali cicli vitali” per la vita sulla terra, conduce da anni una battaglia solitaria invocando una “lotta ambientalista” che fermi il consumo di suolo in Veneto, la regione con la maggiore superficie di edifici rispetto al numero di abitanti: 147 m2/ab (Ispra 2022),

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