martedì, 21 Luglio 2026
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La memoria della Grande Guerra a Mogliano: tra rito pubblico e silenzio privato

Negli anni Venti, Mogliano visse un tempo di contraddizioni.

Il regime cercava di trasformare la Grande Guerra in un mito civico, un rito collettivo di rinascita nazionale. Le cerimonie del 4 Novembre, le adunate delle associazioni combattentistiche, il monumento ai caduti eretto come fulcro della retorica patriottica. Tutto concorreva a inserire la comunità nella narrazione ufficiale dell’eroismo e del sacrificio.

Ma Mogliano non rispose all’unisono.

Molti cittadini, pur partecipi della vita comunitaria, non sottoscrissero la raccolta fondi per il monumento. Fu un gesto silenzioso, ma eloquente: un modo per dire che il dolore non si poteva trasformare in propaganda.

Dietro quella riservatezza si nascondeva una verità più profonda. La memoria privata dei reduci.

Molti moglianesi tornati dal fronte portavano ferite visibili e invisibili.

Scelsero il silenzio. Non raccontarono ai figli la paura delle notti in trincea, la fame, il gelo, i compagni perduti. Non descrissero gli assalti, le ritirate, la brutalità quotidiana del conflitto. Non trasformarono la loro esperienza in un racconto eroico, come il regime avrebbe voluto.

Quel silenzio non era pudore: era difesa.

Era il rifiuto di una narrazione che non sentivano propria, la negazione dell’idea che la guerra fosse stata un rito rigeneratore.

Era, in fondo, una forma di resistenza silenziosa.

Così Mogliano visse una memoria sdoppiata. Quella ufficiale, celebrata nelle piazze e nei discorsi e quella intima, custodita nelle case, negli sguardi dei reduci che avevano visto troppo.

La memoria taciuta non cancellò il dolore, non lo trasformò in mito, non lo rese strumento politico.

Lo lasciò essere ciò che era: una ferita.

E proprio per questo fu più autentica, più duratura.

Nelle case moglianesi la guerra sopravviveva in altri modi: nelle fotografie ingiallite, nelle lettere conservate nei cassetti, nei nomi incisi sulle lapidi del cimitero, nei racconti frammentari che affioravano solo in rare occasioni.

Era una memoria domestica, fatta di lutti, di assenze, di vite spezzate.

Conviveva con quella pubblica, ma non si lasciava assorbire.

Mentre il regime celebrava la disciplina e il sacrificio, le famiglie ricordavano la sofferenza e la perdita.

Mentre le cerimonie esaltavano la vittoria, molti reduci conservavano dentro di sé il peso del trauma.

Solo negli ultimi decenni, grazie a documenti d’archivio e testimonianze familiari, quel silenzio ha cominciato a parlare.

Emergono nomi, storie, volti.

E Mogliano, attraverso queste tracce, ritrova una memoria più umana, fragile e vera. Quella che non cercava la gloria, ma la pace.

6 COMMENTS

  1. Non c’è paese del Veneto, del Friuli o del Trentino che non custodisca un monumento ai caduti della Prima guerra mondiale. Sono presenze silenziose, collocate nelle piazze, davanti ai municipi, davanti alle chiese lungo i viali principali. Alcuni riportano i nomi dei soldati, altri sono sculture che evocano pietà, eroismo, ardimento. Ma tutti condividono una caratteristica: raccontano solo una parte della verità.
    La memoria ufficiale e quella taciuta
    I monumenti celebrano il sacrificio, ma raramente parlano del dolore. Non raccontano la vita nelle trincee, la fame, il fango, la paura che non lasciava dormire. Non raccontano i mutilati, gli invalidi, le famiglie rimaste senza padre o senza figli. Non raccontano la disperazione di chi tornava a casa con un corpo segnato e un’anima ferita.
    Per molti, la guerra non è stata un capitolo di storia: è stata una ferita domestica. Io stesso — scrivi — porto un ricordo che non è fatto di libri, ma di persone. Mio nonno, che aveva perso le gambe. Il vicino di casa, invalido, che accompagnavo alla messa spingendo la carrozzella. In famiglia non si parlava della guerra: troppo dolore, troppa sofferenza. Solo col tempo ho osato fare domande a mio padre. Ancor oggi quando vado in cimitero e vedo tombe abbandonate di soldati o foto a ricordo di un soldato mai trovato mi fermo e dedico un pensiero, questi sono i veri monumenti.
    La disciplina della paura: decimazioni e fucilazioni
    Così ho scoperto ciò che nei monumenti non compare: la decimazione, la fucilazione a sorteggio. Per mantenere la disciplina bastava un nulla: fumare davanti a un superiore, non salutarlo, arrivare in ritardo perché le linee erano impraticabili. La vita di un soldato poteva dipendere da un dettaglio, da un capriccio, da un ordine dato per paura o per incompetenza.
    E mentre i soldati venivano accusati di codardia per Caporetto, molti comandanti e generali erano lontani dal fronte: in vacanza, nelle case chiuse, con le amanti. Su questi episodi non è mai stata fatta giustizia. La memoria ufficiale ha preferito il silenzio.
    Dalla guerra al dopoguerra: la strada verso il fascismo
    La fine del conflitto non portò pace. Gli arditi, le associazioni combattentistiche, migliaia di reduci senza lavoro e senza riconoscimento furono terreno fertile per la nascita del fascismo. La monarchia, invece di proteggere la fragile democrazia liberale, spianò la strada a Mussolini. Il malcontento dei reduci, la retorica del tradimento, la promessa di ordine e disciplina: tutto questo contribuì a trasformare la sofferenza della guerra in un nuovo capitolo di violenza politica.
    I monumenti ai caduti sono importanti, ma non bastano. La memoria deve essere completa: deve includere il sacrificio, ma anche l’ingiustizia; il coraggio, ma anche la paura; l’eroismo, ma anche la fragilità. Deve ricordare non solo chi è morto, ma anche chi è tornato e ha vissuto una vita dimezzata. Ricordare significa restituire dignità a chi non l’ha avuta. Significa riconoscere che la guerra non è stata solo una pagina gloriosa, ma una tragedia collettiva. Significa guardare quei monumenti e vedere non solo pietra, ma storie: le storie che non sono state scolpite, ma che meritano di essere raccontate.

  2. I Savoia sono stati degli assassini per tale motivo la presenza di un Savoia il 4 luglio è un’offesa, Io non sarò in Piazza. Durante la Prima Guerra Mondiale, Emanuele Filiberto di Savoia Duca d’Aosta (comandante della Terza Armata) ha autorizzato e legalizzato durissime misure punitive. Fu responsabile di esecuzioni sommarie e decimazioni per ristabilire la disciplina.La repressione e l’uso di plotoni di esecuzione sotto il suo comando seguirono logiche ben precise:Il bando del novembre 1917: All’indomani della rotta di Caporetto, il Duca emanò una nota in cui definiva i casi di indisciplina come un “vero tradimento”.L’estrazione a sorte: Ordinò che nei reparti che si macchiavano di insubordinazione, diversi soldati venissero immediatamente passati per le armi, arrivando a stabilire che — a prescindere dall’accertamento delle colpe individuali — i militari venissero estratti a sorte e fucilati.

  3. Claudio ed Ennio, avete fatto bene a ricordare in dettaglio cosa è stata quella guerra, in fondo non diversa da tutte le guerre…con tutte le successive strumentalizzazioni e mitizzazioni del fascismo e purtroppo anche dei nostri giorni. Ma quello che mi è profondamente incomprensibile è come una giunta comunale possa oggi pensare di spendere almeno 104.000 Euro dei nostri soldi in festeggiamenti per il restauro di un monumento di guerra (e non sappiamo cosa sia costato il restauro…).
    Avete visto in che condizioni hanno funzionato le nostre scuole materne con 35/38 gradi, con i bambini sempre sotto gli alberi del giardino…? Avete visto come hanno fatto gli esami alle medie e alle superiori sempre con 35/38 gradi? Pretendiamo che gli studenti dimostrino il loro grado di maturazione, crescita e apprendimento in quelle condizioni, sapendo anche il valore determinante di quegli esami?
    Il sindaco e i cittadini sanno che in quelle scuole si produce energia fotovoltaica che poi serve al raffrescamento degli uffici comunali e non delle scuole stesse?
    Il costo delle rette degli asili nido è incentivante per formare famiglie e avere anche figli?
    Come cittadino mi faccio anche queste domande e credo sia giusto avere anche risposte responsabili, che diano una visione di futuro per le nuove generazioni e non solo spicciola e comoda propaganda.

  4. Treviso 08 07 2026 – Caro Ennio, ho letto con molta attenzione il tuo articolo. Trovo che sia un testo splendido, scritto con una grandissima sensibilità: hai saputo cogliere perfettamente la ferita profonda di Mogliano e quel contrasto così vero tra la retorica ufficiale del regime e il silenzio intimo, quasi di resistenza, delle nostre famiglie e dei reduci. Tuttavia, proprio partendo dalla tua bellissima riflessione sulla “memoria più umana e vera che cercava la pace”, mi sento di dirti come la penso sulla diatriba attuale legata al centenario del monumento. Il mio pensiero è netto: sono assolutamente favorevole al ricordo e all’onore da tributare al sacrificio di così tanti militari e civili moglianesi. Quel monumento deve appartenere a loro e al dolore della nostra comunità. Proprio per questo, però, sono contrarissimo a coinvolgere e invitare un erede dei Savoia-Aosta alla cerimonia. La dinastia reale porta la responsabilità storica e morale di quella terribile carneficina e delle decisioni che mandarono al macello una generazione; mescolare la loro presenza al ricordo delle vittime mi sembra una contraddizione dolorosa, che finisce per rimettere in primo piano la retorica del potere rispetto al sacrificio del popolo. Grazie ancora per lo stimolo e per aver dato voce, con le tue parole, a una pagina così delicata della nostra storia. Un caro saluto, Gianni

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