martedì, 21 Luglio 2026
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Favori di corte

Nella storia delle relazioni internazionali accadono episodi che durano pochi secondi e sopravvivono a interi vertici diplomatici. Sarebbe azzardato attribuire loro un significato definitivo. Eppure finiscono per illuminare ciò che la diplomazia tende a celare dietro formule e protocolli: le rivalità personali, le vanità del potere e la tentazione di ricordare pubblicamente agli altri quale sia il loro posto.

A volte basta uno sguardo. Nell’autunno del 2011, nel pieno della crisi del debito sovrano, a Nicolas Sarkozy e Angela Merkel venne chiesto se credessero negli impegni assunti dal governo italiano di Silvio Berlusconi. Prima ancora della risposta, i due si scambiarono un’occhiata e un sorriso appena accennato. Pochi istanti che molti interpretarono come il segnale di una fiducia ormai evaporata e che finirono per pesare più di molte dichiarazioni ufficiali.

Altre volte è sufficiente una sedia. O, più precisamente, l’assenza di una sedia. Nell’aprile del 2021 Ursula von der Leyen arrivò ad Ankara per incontrare Recep Tayyip Erdoğan insieme al presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Le poltrone predisposte erano due. Michel si accomodò accanto al presidente turco. La presidente della Commissione europea rimase per alcuni istanti in piedi, visibilmente sorpresa, prima di essere accompagnata su un divano laterale. L’immagine della rappresentante dell’Unione Europea sistemata fuori dall’asse dell’incontro fece il giro del mondo e trasformò una questione di protocollo in un caso politico.

E poi ci sono le umiliazioni che sembrano studiate per essere viste. Volodymyr Zelensky, davanti alle telecamere della Casa Bianca, e dunque di fronte al mondo, si è trovato esposto a un trattamento che ricordava più una convocazione disciplinare che un incontro tra capi di Stato. Interrotto, richiamato, invitato a mostrare maggiore gratitudine, il presidente di un Paese impegnato in una guerra di sopravvivenza apparve nella posizione di chi deve giustificarsi davanti a chi dispensa le risorse vitali per continuare a difendersi.

È a questa categoria di episodi che sembra appartenere anche l’ultima uscita di Donald Trump nei confronti di Giorgia Meloni.

Chi scrive non ha mai nascosto le proprie distanze politiche dalla presidente del Consiglio, ma la vicenda merita attenzione. Trump non ha contestato una scelta del governo italiano, né una posizione diplomatica o economica. Non ha criticato apertamente la sua linea europea. Ha raccontato invece che Meloni avrebbe “implorato” per ottenere una fotografia insieme e che lui avrebbe acconsentito soltanto perché gli faceva pena. Successivamente è arrivato a dichiarare di non volerla come “fan”, collegando il giudizio al mancato sostegno italiano e della NATO nella crisi legata all’Iran e allo stretto di Hormuz.

A questo punto il significato politico della vicenda appare ancora più chiaro. Si tratta di una rappresentazione deliberatamente svalutativa del rapporto tra i due leader.

La forza dell’episodio non sta nella sua attendibilità. Sta nella rappresentazione che propone. Da una parte c’è il Presidente degli Stati Uniti che, come un monarca d’altri tempi, concede con sufficienza i propri modesti favori. Dall’altra c’è chi, nella narrazione di Trump, aspira a qualsiasi costo ad ottenerli.

La circostanza appare tanto più singolare se si considera il ruolo che Giorgia Meloni ha attribuito a se stessa. Ha lasciato intendere di poter svolgere una funzione di ponte tra Washington e l’Europa. In più occasioni si è proposta come interlocutrice capace di comprendere e interpretare il nuovo corso della destra occidentale. Viene allora in mente una vecchia favola di La Fontaine. La mosca vola accanto al carro e finisce per convincersi di condurlo. Osserva i cavalli, segue il percorso. Ma il carro procede grazie alla forza d’altri.

La battuta di Trump colpisce con analoga canzonatura. Non descrive un rapporto tra pari. Non racconta una leader influente, ma una macchietta.

Non sarebbe la prima volta che il potere ricorre a questi espedienti. La storia politica è piena di uomini che hanno cercato di consolidare il proprio prestigio ridimensionando quello altrui. Anche il curioso e plateale inginocchiarsi del premier albanese Edi Rama davanti a Meloni può essere letto in questa chiave. Molti vi hanno visto una manifestazione di cordialità e simpatia. In ogni caso, per qualche istante, l’attenzione si è spostata dal piano delle relazioni ufficiali ad una sceneggiatura di dubbio gusto.

Trump ha semplicemente scelto il linguaggio brutale che gli è abituale. Dietro quelle parole c’è anche l’irritazione per il mancato allineamento italiano sulla crisi iraniana. In ogni caso il messaggio trasmesso al pubblico è chiaro.

Per anni Giorgia Meloni ha coltivato l’immagine di un rapporto privilegiato con il leader del conservatorismo americano. Le parole di questi giorni raccontano una storia diversa. Non quella di una partner politica, ma di una presenza marginale ammessa alla mensa del potente di turno.

È il vecchio linguaggio delle gerarchie. E delle corti. Spesso rivela come chi detiene il potere desideri che la realtà venga percepita.

Adesso Giorgia Meloni, ammiratrice delusa dal tycoon oltreoceano, manifesta pubblicamente il proprio scorno. Ma tutta la vicenda mina l’immagine orgogliosa del nostro Paese, destinata ad identificarsi con quella dei propri leader istituzionali. Del resto lo sosteneva anche l’ambasciatore Joseph de Maistre, nel suo celebre aforisma: ogni popolo ha il governo che si merita. Trascuriamo ulteriori commenti compassionevoli.


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Roberto Masiero
Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta, Dragan l’imperdonabile e Il mite caprone rosso. Vita breve di norbert c.kaser.

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