C‘è un fenomeno che continua a sorprendere gente comune e osservatori: alcuni leader vengono descritti come inadeguati, improbabili e soprattutto farseschi, eppure riescono a conquistare un seguito vasto e duraturo. Lo scherno li accompagna fin dall’inizio della loro ascesa. Intanto il consenso cresce più in fretta del disprezzo.
Per evitare equivoci, lasciamo da parte i casi novecenteschi più ingombranti: il Mascellone nostrano e il Baffetto tedesco: finirebbero per monopolizzare il ragionamento. Il meccanismo che ci interessa delineare è più antico e, probabilmente, più universale.
Nel 424 avanti Cristo Aristofane portò in scena I Cavalieri. Il bersaglio era Cleone, l’uomo politico più influente dell’Atene democratica. Per ridicolizzarlo, il grande commediografo immaginò che potesse essere sostituito da un semplice venditore di salsicce: rozzo, ignorante, sfacciato. Il messaggio era chiaro. Cleone non era uno statista. Era un imbonitore.
Eppure continuò a dominare la scena ateniese. Non fu l’unico caso. La storia è disseminata di figure considerate impresentabili dalle élite culturali del proprio tempo e tuttavia capaci di mobilitare energie, passioni e voti. In Italia il copione si è ripresentato più volte.
Per tornare ai tempi nostri, Umberto Bossi fu per anni il bersaglio preferito della satira e dei salotti televisivi. Il linguaggio rude, le provocazioni contro una Roma che viveva sulle spalle del Nord, le ampolle del Po e i rituali leghisti sembravano confermare l’immagine di un personaggio folkloristico. Nel frattempo, però, la Lega trasformava il panorama politico e imponeva temi che gli altri partiti erano costretti a inseguire.
Qualcosa di simile accadde con Beppe Grillo. Per molti commentatori non poteva che restare un comico prestato alla politica. Eppure il Movimento 5 Stelle raccolse milioni di voti e arrivò a diventare il primo partito italiano. Alle elezioni del 2018 superò il 32 per cento, cavalcando un messaggio semplice e potente: «mandiamoli tutti a casa», riferito ai parlamentari di una casta politica screditata. Numeri che pochi analisti avevano immaginato con quella portata.
Qualcosa di simile è accaduto negli Stati Uniti. Anche Trump fu liquidato come una candidatura caricaturale. Eppure conquistò la Casa Bianca e riuscì poi a riconfermarsi nonostante scandali, processi e l’ombra di Capitol Hill.
Più recentemente il generale Roberto Vannacci è diventato oggetto di una quantità impressionante di ironie, polemiche e indignazione. Eppure il suo «diciamo ciò che pensiamo», non privo di inquietanti risonanze pseudofasciste, sembra funzionare. È possibile che la sua parabola politica si esaurisca rapidamente. Nessuno dispone della sfera di cristallo. Colpisce però la rapidità con cui una parte del dibattito pubblico sembra aver riproposto uno schema usurato: se un personaggio appare eccessivo, sgradevole o fuori dagli schemi, allora non può rappresentare qualcosa di politicamente rilevante.
Eppure basta guardare fuori dai confini italiani per incontrare esempi al contrario ancora più vistosi. Javier Milei, l’attuale presidente dell’Argentina, ha fatto della motosega uno dei simboli della propria campagna contro la spesa pubblica e la burocrazia. Sembrava una trovata da avanspettacolo. Per la maggioranza dell’elettorato, invece, quella scena comunicava in modo brutale ma chiarissimo una promessa: tagliare ciò che veniva percepito come spreco, privilegio, apparato. Il gesto grottesco conteneva un messaggio perfettamente comprensibile.
Naturalmente sarebbe ingenuo sostenere che chiunque venga deriso sia destinato al successo. La storia offre anche innumerevoli esempi di personaggi effimeri, travolti dalla propria inconsistenza. Il punto è un altro. La risata non costituisce un’analisi politica. Forse la domanda utile non è perché certi protagonisti facciano sorridere i loro avversari. La domanda utile è perché riescano ad attrarre una parte dell’opinione pubblica.
Una spiegazione sbrigativa dei loro detrattori attribuisce quei consensi alla scarsa intelligenza o all’ignoranza degli elettori. È una scorciatoia rassicurante, ma raramente sufficiente. Salvo scoprire che a sostenere questi personaggi non sono soltanto cittadini poco informati o sprovveduti. Tra i loro estimatori si incontrano spesso imprenditori, professionisti, economisti, intellettuali e persone perfettamente in grado di coglierne limiti, contraddizioni e aspetti discutibili.
Lo fanno soltanto per convenienza? Talvolta sì. Ma non necessariamente. Più spesso accade qualcosa di diverso. Nessun elettore aderisce a un programma politico in ogni sua parte. Ognuno tende a selezionare ciò che considera più importante in quel momento: la sicurezza, le tasse, l’immigrazione, la burocrazia, il lavoro, l’identità nazionale, la tutela dell’impresa o altri temi ancora. Su quel frammento costruisce la propria scelta, accettando o tollerando il resto. In fondo qualcosa di simile accade anche con le convinzioni religiose: pochi credenti vivono integralmente ogni precetto della propria tradizione, ma questo non impedisce loro di riconoscersi in essa.
Quali paure intercettano questi leader? Quali frustrazioni convogliano? Quali aspettative promettono di soddisfare? Le risposte cambiano. Le domande restano spesso le stesse.
Esiste anche un’altra tentazione. Quella di credere che il torto abbia l’obbligo di perdere. La storia insegna il contrario. Mentre alcuni confidano nella forza delle proprie ragioni in purezza, altri costruiscono reti, alleanze e radicamento. E spesso lo fanno con maggiore efficacia di quanto i loro avversari siano disposti ad ammettere.
Aristofane era un genio del teatro. Le sue satire sono ancora lette dopo quasi duemilacinquecento anni. Ma il fatto che Cleone sia entrato nella storia come bersaglio di una commedia non gli impedì di esercitare il potere nel suo tempo.
La lezione, forse, è tutta qui. Ridere è legittimo. Talvolta è persino salutare. Ma la politica non è obbligata a seguire il giudizio degli umoristi, degli editorialisti o dei frequentatori dei salotti.
La caricatura appartiene al presente. Il consenso, talvolta, appartiene al futuro.
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Concordo, certo se la grande “zona grigia” leggesse di più …