venerdì, 12 Giugno 2026
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UNA RIVOLUZIONARIA FORESTAZIONE URBANA.

Parte sesta

Siamo in piena estate e il sole, con il suo calore, arriva con violenza sulle nostre vite, sui nostri corpi, sulla nostra salute, sulle nostre abitudini, sulle nostre città. Le “ondate di calore” possono provocare disidratazione e malori gravi di natura respiratoria e cardiovascolare (calo della pressione, aumento del rischio di infarti, ecc.).

Se vogliamo uscire all’aria aperta, senza rinchiuderci in casa o nei centri commerciali alla ricerca di un refrigerio artificiale la cui produzione aumenta i consumi energetici e crea “l’isola di calore all’esterno”, come possiamo difenderci? Nei nostri centri urbani, grandi e piccoli, è necessario abbassare la temperatura dell’aria. Un aiuto lo possiamo ricevere dal suolo naturale e dalle chiome degli alberi che devono essere presenti nei luoghi dove viviamo quotidianamente.

Per cercare di realizzare questo obiettivo è necessaria una “rivoluzionaria forestazione urbana” e per attuarla sto proponendo di agire su più fronti: fermare senza se e senza ma  il consumo di suolo naturale, contro-narrare ai cittadini l’utilità controllata e gestita degli alberi, realizzabile, se vengono fatti crescere senza traumi meccanici e uno spazio superficiale e del sottosuolo adeguati ed infine cambiare radicalmente l’attuale struttura legislativa di tutela degli alberi. Mi soffermo su quest’ultimo fronte, politico ed ecologico, determinante per l’efficacia della lotta ecologista.

Oggi, dal punto di vista normativo la tutela del verde urbano ed extraurbano è frammentata, inefficace, contraddittoria. Faccio alcuni esempi.

Il Decreto del 10 marzo 2020 del Ministero dell’Ambiente, recante i Criteri Ambientali Minimi (CAM) per il servizio di gestione del verde pubblico è più una derivazione del Codice degli Appalti, nato più per velocizzare e semplificare le procedure di affidamento dei lavori della pubblica amministrazione che per normare in modo strutturale, organico e cogente la tutela di tutto il verde, pubblico e privato.

È un decreto che regola i criteri formali degli affidamenti dei lavori pubblici, ma restano fuori gli affidamenti fino a 150.000 euro e la procedura negoziata (senza bando) per lavori tra 150.000 euro e 1 milione di euro. In secondo luogo, i CAM, a mio modo di vedere, sono una declaratoria di raccomandazioni condivisibili (vedi quelle sulla capitozzatura, sul censimento del verde e sul catasto urbano), ma non stabiliscono obblighi sanzionabili (in particolare sulla verifica della sussistenza dei requisiti di competenza e professionalità delle aziende appaltatrici).

Per non parlare della norma che regola le alberature lungo le strade extraurbane. La si trova all’articolo 26 del DPR 495-1992 (Codice della strada) che stabilisce una fascia di rispetto di sei metri per impiantare alberi lateralmente alla carreggiata. Come se tutti gli alberi, a prescindere dalla loro funzione ecosistemica, dalla loro stabilità e dalla loro bellezza naturalistica e paesaggistica, fossero un pericolo a prescindere.

Come se l’abbattimento o la capitozzatura degli alberi fosse una liberazione e soddisfacesse il nostro avariato bisogno di sicurezza, dimenticando che la loro crescita nei decenni ha permesso il dispiegarsi delle loro funzioni ecosistemiche e alimentato la bellezza paesaggistiche durante i viaggi in macchina   di intere generazioni.

C’è poi la legge Nr. 10 del 14 gennaio 2013 “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani” dove, se si eccettua la sanzione amministrativa (non penale) per l’abbattimento o il danneggiamento degli alberi monumentali, il resto è una somma di propositi sfumati e generici che lasciano il tempo che trovano. Fa sorridere il comma dell’articolo 3 che afferma, a proposito dell’attuazione delle attività in capo al Comitato per lo sviluppo del verde urbano, come si debba “provvedere nell’ambito delle risorse umane e strumentali vigenti e senza nuovi maggiori oneri per la finanza pubblica”.

Sono degli esempi che mostrano come siamo in presenza di una normativa spizzichi e bocconi, paradossale e anacronistica rispetto all’articolo 8 della Legge sul Ripristino della Natura che stabilisce obblighi e scadenze: “Entro il 31 dicembre 2030 gli Stati membri provvedono affinché non si registri, rispetto al 2024, alcuna perdita netta degli spazi verdi urbani e della volta arborea”.

Gli obiettivi della Legge sul Ripristino della Natura mostrano come sia necessaria nel nostro paese la redazione di un “Testo Unico per il Verde negli Ecosistemi Urbani” con un cronoprogramma che accorpi e riveda radicalmente tutte le norme in essere. Gli alberi hanno bisogno di noi e noi abbiamo bisogno degli alberi.

Dante Schiavon
Laureato in Pedagogia. Ambientalista. Associato a SEQUS, (Sostenibilità, Equità, Solidarietà), un movimento politico, ecologista, culturale che si propone di superare l’incapacità della “classe partitica” di accettare il senso del “limite” nello sfruttamento delle risorse della terra e ritiene deleterio per il pianeta l’abbraccio mortale del mito della “crescita illimitata” che sta portando con se nuove e crescenti ingiustizie sociali e il superamento dei “confini planetari” per la sopravvivenza della terra. Preoccupato per la perdita irreversibile della risorsa delle risorse, il “suolo”, sede di importanti reazioni “bio-geo-chimiche che rendono possibili “essenziali cicli vitali” per la vita sulla terra, conduce da anni una battaglia solitaria invocando una “lotta ambientalista” che fermi il consumo di suolo in Veneto, la regione con la maggiore superficie di edifici rispetto al numero di abitanti: 147 m2/ab (Ispra 2022),

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