È iniziato il Salone del libro di Torino, una delle più importanti manifestazioni letterarie europee e con esso si rinverdisce la voglia di leggere. Dalle indagini statistiche risulterebbe che stanno crescendo le percentuali dei lettori di e-book e di audiolibri. Ma io non posso negare che il libro tradizionale conservi ancora un fascino unico.
Ogni voltache i miei occhi si accingono a leggerlo: le mani saggiano la copertina, scorrono la rilegatura e iniziano a sfogliare le pagine con curiosa voluttà. Sia che esso profumi di carta fresca, sia che odori di quella antica le suggestioni che ne scaturiscono mi fanno cogliere percezioni magiche. D’altra parte, mi è sempre piaciuto, saltuariamente, riscoprire i classici della nostra letteratura, che recupero dalla biblioteca della nostra Fondazione di Famiglia. Ci sono libri che non si leggono soltanto: si attraversano come esperienze interiori.
Il Santo di Antonio Fogazzaro, pubblicato nel 1906, appartiene a questa categoria rara. È un romanzo che non si limita a raccontare una vicenda, ma tenta di illuminare il mistero della coscienza, di scandagliare la tensione tra fede e ragione, tra l’anelito alla purezza e la fragilità dell’uomo. Fogazzaro, scrittore di confine tra Ottocento e Novecento, tra romanticismo e modernismo, costruisce un’opera che è insieme romanzo d’anima e manifesto spirituale. Il protagonista, Piero Maironi, già apparso in Piccolo mondo moderno, è un uomo che ha conosciuto la passione e il dolore, e che ora cerca la via della redenzione.
La sua santità non è quella dei miracoli o delle estasi, ma quella silenziosa e tormentata di chi tenta di vivere il Vangelo in un mondo che lo ha dimenticato. In lui si riflette la figura dell’uomo moderno che, pur credente, non riesce più a trovare pace nella rigidità delle istituzioni religiose. Maironi non è un ribelle, ma un mistico inquieto, un credente che vuole rinnovare la Chiesa dall’interno, restituendole il respiro della carità e della libertà spirituale. Il cuore del romanzo è il conflitto tra autorità e coscienza.
Fogazzaro, con coraggio e delicatezza, mette in scena il dramma di chi sente che la verità divina non può essere imprigionata nei confini del dogma. La fede, per lui, è un cammino personale, una ricerca che passa attraverso il dubbio e la sofferenza. In questo senso, Il Santo è un’opera profetica: anticipa le inquietudini del cattolicesimo del Novecento, il bisogno di conciliare spiritualità e modernità, scienza e fede, ragione e amore.
La scrittura di Fogazzaro è alta e vibrante, ma mai retorica. Ogni frase sembra nascere da un moto dell’anima, da una meditazione più che da un’intenzione narrativa. Il linguaggio è intriso di musicalità e introspezione, con un ritmo che alterna la calma della preghiera alla tensione del pensiero. L’autore non descrive: evoca. Non spiega: suggerisce. La sua prosa è come una luce filtrata, che illumina senza abbagliare e che lascia al lettore il compito di completarne il senso.
La Chiesa mise Il Santo all’Indice dei libri proibiti nel 1906, accusandolo di modernismo. Ma quella condanna, paradossalmente, ne sancì la grandezza. Fogazzaro non voleva distruggere la fede, bensì purificarla. Il suo “santo“ non è un eretico, ma un uomo che cerca Dio con sincerità e che, per questo, viene frainteso. Il romanzo diventa così una parabola sulla solitudine morale, sull’incomprensione che spesso accompagna chi tenta di vivere la verità fino in fondo. In Il Santo, la santità non è un traguardo, ma un cammino. Fogazzaro la descrive come un’adesione quotidiana al bene, una tensione costante verso la luce, anche quando tutto intorno è oscurità.
È una santità che nasce dal dubbio, dalla compassione e dalla fatica di credere. In questo, l’autore ci parla ancora oggi: ci invita a riconoscere la sacralità nascosta nelle fragilità umane, a cercare Dio non nei dogmi, ma nei gesti di amore e di giustizia. Il Santo è un romanzo che non si esaurisce nella lettura: continua a vivere nella coscienza di chi lo ha incontrato. Fogazzaro ci consegna un’opera che è insieme preghiera e denuncia, testimonianza e confessione. È il canto di un’anima che non si rassegna al silenzio, che crede ancora nella possibilità di un cristianesimo autentico, libero e umano.
E in questo canto, che attraversa più di un secolo, risuona ancora la voce di chi cerca, con umiltà e coraggio, di essere“santo“ nel mondo.


