martedì, 21 Luglio 2026
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UNA RIVOLUZIONARIA FORESTAZIONE URBANA

Quarta parte

Il PNRR, Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza, è il più chiaro esempio della nostra incapacità di uscire dalla gabbia lussuosa e insostenibile del nostro antropocentrismo. Ciò accade per un enorme equivoco di fondo che ruota attorno alle parole “Ripresa” e “Resilienza”.

La prima, ostinatamente legata all’aumento incondizionato del Pil senza se e senza ma.

La seconda, che imporrebbe una “riconversione ecologica dell’economia” visto il superamento di ben sette dei nove limiti planetari indicati dalla scienza come limiti da non superare per garantire un futuro al pianeta: l’innalzamento della temperatura è uno di questi.

Il cambiamento climatico sta peggiorando le condizioni di “vivibilità nei nostri centri urbani” e in molti casi, attraverso un uso artificioso e strumentale della parola “riqualificazione” e sotto l’ombrello finanziario dei fondi del PNRR, viene riproposto da parte della politica locale e nazionale un “interventismo sulla natura” che indebolisce ulteriormente il ruolo ecosistemico del suolo naturale e della vegetazione: gli unici possibili alleati nel contrasto alle cause e agli effetti dei cambiamenti climatici.

Una politica cieca e ignorante cementifica gli ultimi spazi verdi e abbatte o capitozza gli alberi maturi sani. Suolo naturale e alberi, un’accoppiata che ci regala gratuitamente: una salutare qualità dell’aria, l’assorbimento delle precipitazioni meteoriche, l’assorbimento della CO2, delle polveri sottili Pm2,5 e Pm10, un raffrescamento naturale grazie all’evotraspirazione di suolo e piante, la mitigazione delle ondate di calore, momenti di spiritualità e di benessere psico-fisico. Una serie di “servizi-benefici ecosistemici” che vengono sottratti alla collettività dalle motoseghe e dalle ruspe: il PNRR è diventato così, in nome della “riqualificazione”, il Piano Nazionale per il Raggiro della Resilienza.

Infatti, il rifacimento di piazze, la costruzione di piste ciclabili, la valorizzazione di ambienti naturali sono diventate, in moltissimi casi, delle operazioni che hanno comportato nuovo consumo di suolo e la scomparsa di alberi. Gli attori degli scempi, che in nome della “riqualificazione” perpetuano nuovo consumo di suolo e una mattanza di alberi maturi sani, molto spesso sono gli stessi che sono responsabili del degrado urbanistico e della perdita irreversibile di spazi verdi. Albert Einstein sosteneva che “i problemi non possono essere risolti dallo stesso livello di consapevolezza che li ha creati” e purtroppo è vero: lo stiamo constatando.

Abbiamo bisogno di un “Piano Nazionale della Resilienza” senza abbattere gli alberi maturi sani e senza cementificare il suolo naturale su cui piantarli. Cos’è il “Piano Nazionale di Ripristino della Natura”, che anche l’Italia dovrà presentare a settembre alla Commissione Europea, se non un Piano per la Resilienza degli ecosistemi urbani? Abbiamo bisogno di fare economia e creare occupazione senza privarci e anzi aumentando la potenza ecosistemica della natura: con il rammendo ecologico del territorio, la depavimentazione, dove possibile, delle superfici cementificate o asfaltate che non fanno respirare la terra, il restauro conservativo del già costruito, il riciclo, la ristrutturazione dell’esistente.

Invece il PNRR ha prodotto, in moltissimi casi, un peggioramento dei dati ambientali e climatici proprio negli ecosistemi urbani che rappresentano circa il 22% della superficie terrestre dell’Unione Europea e dove è concentrata la maggior parte della popolazione europea. Tutto questo sta accadendo nell’indifferenza generale perché nel racconto mediatico la voce narrante del “potere economico e politico” (che è anche mediatico) distrae dalla  gravità del “dramma climatico epocale”.  

Il propositivo e documentato patrimonio di dati e informazioni sulla realtà geomorfologica degli ecosistemi urbani (suolo, spazi verdi e copertura arborea) prodotto  da cittadini e comitati spontanei non si sta traducendo in una normativa legislativa di tutela vincolante e in una “pianificazione urbanistica multidisciplinare” con la presenza fondamentale di agronomi, botanici, geologi, cittadini e non solo di archistars e dei portatori di interessi privati. 

Sul ruolo ecosistemico degli alberi e del suolo naturale i verdi, i movimenti o partiti che si dichiarano ambientalisti devono far proprio il patrimonio partecipativo ed elaborativo dei comitati, farlo diventare un punto centrale delle loro campagne elettorali e subordinare la loro partecipazione a coalizioni politiche elettorali locali o nazionali alla condivisione di un programma serio, vincolante, articolato e verificabile di rinaturalizzazione degli ecosistemi urbani. Ribadisco ancora una volta come per una efficace lotta ecologista che persegua una “rivoluzionaria forestazione urbana” bisogna agire con urgenza su tre fronti: battersi per uno stop immediato di nuovo consumo di suolo, capovolgere la narrazione sui rischi e i costi di una infrastruttura verde, cambiare radicalmente la tutela legislativa degli alberi e del verde urbano. 

Dante Schiavon
Laureato in Pedagogia. Ambientalista. Associato a SEQUS, (Sostenibilità, Equità, Solidarietà), un movimento politico, ecologista, culturale che si propone di superare l’incapacità della “classe partitica” di accettare il senso del “limite” nello sfruttamento delle risorse della terra e ritiene deleterio per il pianeta l’abbraccio mortale del mito della “crescita illimitata” che sta portando con se nuove e crescenti ingiustizie sociali e il superamento dei “confini planetari” per la sopravvivenza della terra. Preoccupato per la perdita irreversibile della risorsa delle risorse, il “suolo”, sede di importanti reazioni “bio-geo-chimiche che rendono possibili “essenziali cicli vitali” per la vita sulla terra, conduce da anni una battaglia solitaria invocando una “lotta ambientalista” che fermi il consumo di suolo in Veneto, la regione con la maggiore superficie di edifici rispetto al numero di abitanti: 147 m2/ab (Ispra 2022),

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