venerdì, 12 Giugno 2026
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Venezia, un affare promettente.

Il Venezia Calcio è ritornato in serie A. Come si dice a conclusione delle favole, i protagonisti e specie i tifosi vivranno felici e contenti. Ammetto che io stesso, pur non essendo quel che si dice un appassionato, abitualmente sono attratto dal bel gioco o dalle partite che promettono agonismo. Così, quando il fischio finale dell’arbitro Colombo ha decretato il successo al vertice del campionato di B della formazione lagunare, dopo aver subito una coraggiosa rimonta dello Spezia, fino a meritare il pareggio nella partita, ho condiviso la soddisfazione.

Detto da uno come me, che è stato un convinto tifoso dell’Inter, cioè Internazionale, già dai tempi antichi di Jair e Suarez, quel che sto per affermare stona un poco; ho registrato con sorpresa che nel campo, per la formazione base veneziana, al calcio d’inizio si annoverava un unico giocatore di nazionalità italiana: Adorante.

In un mondo che rischia di implodere su se stesso, preda di nazionalismi beceri, fregiare con le insegne del Venezia un manipolo di ragazzi di talento, raccolti in giro per il mondo, potrebbe risultare persino meritorio.

Eppure nell’orecchio mi colpisce come una nota falsa, una specie di segnale di allarme. Che cosa è diventato il calcio? Un prodotto commerciale che potrebbe vivere anche senza i tifosi allo stadio, purché sia salvaguardato l’appannaggio dei ricchi diritti televisivi, dei premi e del merchandising.

Si tratta di un ambiente competitivo, certo, com’è giusto che sia, ma in cui le regole tendono a diluirsi in un illusorio olimpo dorato, dove conta meno la capacità dei tecnici saggi a seminare pazientemente e far crescere dei futuri campioni nei propri vivai. Vale molto di più la capienza pressante nel portafoglio dei proprietari: investitori troppo spesso senza radici o passione per la propria squadra. Risultano attratti dagli utili che ne possono derivare, di tipo economico, o almeno monetizzando l’immagine a proprio esclusivo favore.

Ecco, la compagine veneziana ha annunciato che rafforzerà proprio il patrimonio sociale, attraverso l’immissione ai vertici organizzativi di due nuovi esponenti di spicco, in grado di portare valore aggiunto alla ristrutturazione della società: a scanso di equivoci, parliamo direttamente o indirettamente di danaro.

La presidente sarà Francesca Bodie. Un’americana, manager di profilo internazionale. Si tratta di una donna che ha fatto una carriera prestigiosa nello sviluppo di arene e stadi. Nel suo curriculum leggiamo che in precedenza ha ricoperto il ruolo di Chief Operating Officer di Oak View Group (OVG), uno dei colossi a livello mondiale in progettazione e gestione di grandi impianti sportivi e di intrattenimento, fondata dal padre Tim Leiweke.

È stata alla guida di impianti le cui cifre testimoniano da sole il livello: dalla UBS Arena di New York (1,5 miliardi di dollari) al Moody Center dell’Università del Texas ad Austin (375 milioni), passando per la Mullett Arena di Tempe, in Arizona (280 milioni), fino all’Acrisure Arena in California (300 milioni).  Proprio il padre di Francesca Bodie, Tim Leiweke, è l’altro nome di spicco che entra in società, in grado di dirottare nell’ambiente arancioneroverde nuovi finanziamenti per oltre 100 milioni.

Questi nuovi investitori sono stati coinvolti dal rapper Drake, cantautore e produttore discografico canadese, altro comproprietario del Venezia Calcio.

Già queste notizie possono indirizzare i lettori verso il sentimento drammaticamente romantico che mi instillano gli annunci: è sempre più il capitale, senza i limiti imposti da una guida politica saggia, o proprio con la connivenza della politica, a governare inesorabilmente il pianeta. Questo non è un dato di fatto da considerare irreversibile, ma il clima che si respira è di ineluttabilità passiva. Ogni aspetto della nostra vita, vuoi lo sport, ma anche il lavoro e talvolta persino gli affetti, per conseguenza ne sono pervasi.

Oggi i veneziani possono gioire, certi che la propria squadra poggerà su basi solide, per effetto attrattivo della fama planetaria del nome Venezia, unito all’assist prestigioso del prossimo nuovo stadio al Bosco dello sport. Dunque, conteranno su una compagine dalle ottime prospettive.

Quel che va osservato, riguarda la filosofia che sta a monte: sostenuta da generose risorse, qualsiasi squadra di periferia potrebbe, in linea teorica, brillare nel firmamento: per le imperscrutabili ragioni della bizzosa volontà capitalista, lieviterebbe senza problemi, grazie alle dotazioni di uno zio d’America ambizioso.

Non importa se, a suon di dollari o euro, saranno esclusi dei ragazzi nostrani, per immettere dei veri campioni alieni, pronti per il consumo: quel che importa nel mondo della finanza, che in questo caso simula una genuina passione sportiva, sono i risultati a breve che rendano profittevoli gli investimenti.

Il capitale sposta gli equilibri nei campionati, così come influenza le altre attività umane: non è facile accettare di vivere in un contesto così poco sportivo, trovandoci nel mondo dello sport. Sopra agli atleti, che faticano e sudano per farsi strada, aleggiano forze in grado di mortificare, mentre lo inneggiano, il valore del sacrificio sportivo.

Quel che dispiace, è che i tifosi siano comunque e sempre attaccati ai colori di una maglia sempre meno autentica. Purché vinca la propria squadra, a qualunque costo, digeriscono come struzzi qualsiasi condizione, senza badare che stanno perdendo l’anima. Se li metti in guardia, ti rispondono che bisogna adeguarsi al mondo così com’è, anche se non piace. La generosità, la crescita lenta ma affidabile, la lealtà, il senso morale appaiono come cascami di una civiltà in via d’estinzione. Importante è vincere e subito. Domani si vedrà. Sembrano lontane le parole di ammonimento di Bertold Brecht: Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso.

Roberto Masiero
Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta, Dragan l’imperdonabile e Il mite caprone rosso. Vita breve di norbert c.kaser.

1 COMMENT

  1. Purtroppo nella tua analisi, che condivido, manca come manca in tutte le analisi politiche per il governo della comunità e dell’ambiente in cui viviamo, al bordo del precipizio climatico, il degrado e la perdita dei servizi ecosistemici della terra che accompagnano queste ed altre avventure economico-finanziarie. Con la foglia di fico del greenwashing chiamandolo “Bosco dello Sport” stiamo assistendo allo sterminio di decine e decine di ettari di campagna veneta. È triste, sconsolante come tutto questo non venga percepito dalla politica di destra e di sinistra ovattato dal clima “circense”.

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