Nell’autunno del 1976 ricevetti una lettera da un amico, alpino come me, che aveva deciso di tornare a Gemona pochi giorni dopo la seconda grande scossa. Una testimonianza asciutta, intensa, che oggi ripropongo perché restituisce, meglio di qualsiasi analisi, lo stato d’animo di chi visse quei giorni. È una lettera che ho conservato per cinquant’anni, e che ora pubblico come testimonianza viva di un Friuli ferito ma mai vinto, e come omaggio a chi, in quelle ore difficili, seppe essere presenza, aiuto e memoria. Scriveva così:
“Caro amico, come sai bene, abito a centocinquanta chilometri da Gemona del Friuli. Una distanza che, fino al 6 maggio, era solo un numero sulla carta. Quel giorno, invece, è diventata un confine insopportabile. Ci eravamo congedati da due mesi quando la terra ha tremato e il Friuli è cambiato per sempre.
A settembre, la grande scossa ha riaperto tutto: le crepe nei muri e quelle nel cuore. È allora che ho capito che dovevo tornare. Non per settimane, non per fare l’eroe. Solo per un giorno. Un giorno soltanto, ma necessario.
Sono partito all’alba. La strada era la stessa di sempre, ma io no. Ogni curva riportava alla mente la caserma, le risate in camerata, le marce sotto la pioggia, i “tajut de blanc” con gli anziani del paese, e … e poi i nomi letti sui giornali, i silenzi che avevano preso il posto delle voci. Procedevo come chi sa che sta tornando in un luogo che non è più lo stesso.
Quando ho raggiunto Gemona, ho capito che pochi minuti possono bastare per cambiare una vita.
Il Duomo ferito, le vie spezzate, le tende sparse nei prati come vele strappate. L’odore della polvere era ancora nell’aria, un odore che si attacca ai vestiti e alla memoria. Camminavo piano, quasi temessi di disturbare quel dolore composto.
Ho incontrato chi era rimasto. Abbracci lunghi, senza parole. Occhi che dicevano tutto. Alcuni amici della naja non c’erano più. Tra gli abitanti, volti familiari erano diventati fotografie con un nastro nero. Ogni incontro era una ferita e, allo stesso tempo, un richiamo.
In quella sola giornata ho fatto ciò che potevo: portare casse d’acqua, sistemare una branda, scavare dove serviva. Piccole cose, forse. Ma fatte con tutto me stesso.
Verso sera sono salito su un cumulo di pietre da cui si vedeva il paese. Da lì, Gemona sembrava trattenere il respiro. Ho pensato a maggio, a settembre, a quel rumore sordo che aveva cambiato tutto. E ho pensato che ero vivo per caso, solo perché centocinquanta chilometri mi separavano da lì.
Un giorno solo non basta a ricostruire un paese. Ma basta a promettere che non dimenticherai.
Sono ripartito che era già buio. Le luci delle tende, alle mie spalle, sembravano stelle basse, ostinate. Sapevo che sarei tornato ancora, magari da civile qualunque, magari solo per salutare. Ma quel giorno di ottobre è rimasto inciso in me più di un anno intero di servizio.
Mi ero congedato dall’esercito. Non da Gemona. Non dai miei amici. Non da ciò che significa essere Alpino quando la terra trema e la gente ha bisogno.
Un giorno solo. Ma per sempre.”



