Si ringrazia la redazione della testata giornalistica “La Voce del Popolo“ di Fiume che per gentil concessione ci ha autorizzato a riproporre l’articolo su “IL DIARIO online”
A saperle trovare, le tracce dell’orrore travestito da gioco tragico e infantile erano già disseminate nella ricca letteratura fiorita sulla tragedia dell’ex Jugoslavia. Quella che è stata — forse non è ancora ben chiaro a tutti — il rodaggio ideologico e militare del nuovo corso storico post-guerra fredda fondato sulla “grandezza” di una nazione eletta, predominante, che vuole affermarsi o estendere il suo dominio a spese di altre nazioni, specie se vicine o con essa commiste, ritenute di rango inferiore. È l’ultimo regalo avvelenato che ci ha lasciato il Novecento, un prototipo di violenza-prepotenza-disumanità, assemblato dalle parti degli Inferi e perfezionato con scientifica perversità per essere applicato in delicate cristallerie geopolitiche come Ucraina, Gaza e Iran.
C’è sempre qualche esempio illustre del passato al quale ispirarsi. Già lo storico triestino-sloveno Jože Pirjevec nel suo fondamentale saggio “Le guerre jugoslave (1991-1999)” uscito nel 2001, affrontando l’argomento dei “franchi tiratori” a Sarajevo, parla di cecchini professionisti, reclutati per lo più fra ex campioni dello sport e “subito apparsi in entrambi i campi per spargere terrore e morte fra la cittadinanza”.
Poi però aggiunge: “Secondo altre voci le postazioni migliori venivano inoltre affittate a facoltosi cacciatori occidentali, che volevano arricchire la propria raccolta di trofei di vittime umane. Migliore sintesi del fenomeno che oggi sta creando sconcerto e scandalo in mezza Europa, non potrebbe esserci. Fra i molti giornalisti che ne hanno parlato con autentica cognizione e chiaro sdegno, va ricordato invece almeno Luca Leone, fondatore della “Infinito Edizioni”, e il suo noir “I bastardi di Sarajevo” del 2014, in cui denuncia con prosa disincantata e acida i “weekend del cecchinaggio” a Sarajevo.
E si potrebbe continuare, citando Paolo Rumiz, Paul Marchand e altri tenaci inviati di guerra. Trent’anni dopo, le montagne che cingono la conca di Sarajevo non sono più una ostile trappola orografica, ma la porta d’ingresso a una città fortemente mutata, lontana dalla sua celebre vocazione internazionalista simboleggiata dalle indimenticabili Olimpiadi Invernali del 1984 (l’anno e il titolo del capolavoro di Orwell, ma dal significato opposto all’allucinata distopia di un mondo chiuso e sorvegliato costantemente nella prigione del totalitarismo) e vive una sua ordinaria e opaca normalità. La modernizzazione che pur è arrivata grazie agli investimenti attirati dal mondo arabo e dalla Turchia, non ha saputo offrire prospettive più ampie di un mortificante clientelismo ai giovani stanchi di corruzione e nazionalismo. Brucia ancora la memoria di un atroce passato. Toglie fiducia e smorza entusiasmi la stantia formula di Dayton — popoli e territori divisi costretti dentro istituzioni comuni a garantire la quale sono soltanto il presidio armato e gli aiuti internazionali.
Se, dunque, una scossa serviva a smuovere le coscienze e a ricompattare l’unità morale dei bosniaci, questa è forse arrivata anche dal recente clamore mediatico e giudiziario scatenato dalla bruttissima storia del “cecchinaggio per hobby” nel lontano conflitto degli anni Novanta.
L’orrore spiegato in un documentario e in un libro
A gettare il primo sasso nello stagno è stato il documentario del regista sloveno Miran Zupanić, “Sarajevo Safari”, uscito nel 2022 e prodotto da Al Jazeera Balkan, Arsmedia e Iridium Film. Sui circuiti e network occidentali non è mai arrivato semplicemente perché nessuno lo ha voluto comprare, nonostante fosse stato premiato in Slovenia e proiettato al Crime Film Festival di Istanbul. Come mai? Troppo scomodo o imbarazzante per qualcuno?
Dal 16 febbraio scorso è finalmente disponibile in streaming su OpenDDB, una piattaforma italiana di distribuzione indipendente con sede a Bologna. Se non avete avuto ancora modo di vederlo, vi consiglio vivamente di farlo: ne uscirete scioccati, commossi e accuratamente informati. Per me è stato un passaggio obbligato prima di iniziare a leggere il libro-rivelazione, e siamo non al secondo sasso, ma a un macigno nello stagno, dello scrittore e giornalista milanese Ezio Gavazzeni. Titolo “I cecchini del weekend”, sottotitolo “L’inchiesta sui safari umani a Sarajevo”, pubblicato da Paper First, la casa editrice del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Evidente e dichiarato il cordone ombelicale fra le due opere, robusto e coerente come l’amicizia che si è presto stabilita fra i loro autori, accomunati dalla medesima sete di verità. Vediamo qui di riassumere i capisaldi della complessa materia.
Già un paio di articoli usciti sul “Corriere della Sera” e su “La Stampa” nel marzo del 1995, avevano denunciato il fenomeno del cecchinaggio per divertimento, ricorda Gavazzeni nell’introduzione. Ma nessuno diede seguito alla notizia. Né procure, né istituzioni, né altri media. Fino a quando, nel 2023, l’autore specializzato in narrativa d’inchiesta (è del 2025 il suo giallo storiografico “Il papa deve morire” pubblicato sempre con Paper First in cui scandaglia la “pista armena” dell’attentato a Giovanni Paolo II) non si imbatte casualmente in “Sarajevo Safari” e dopo averlo visto scrive subito a Zupanić. Due testimonianze basilari raccolte nel libro, sono non a caso frutto dei contatti passatigli dal regista sloveno.
Il primo, che nel documentario compare solamente di spalle e la voce alterata per ragioni di sicurezza, è uno sloveno con esperienza di intelligence assunto da un’agenzia americana per monitorare il conflitto in corso in Bosnia, e viene menzionato come “l’uomo nascosto”. È lui a raccontare di aver visto in prima persona tre clienti-cecchini condotti dai loro accompagnatori a sparare sui civili della Sarajevo assediata da postazioni protette. “Capisce — racconta lo scrittore — che i clienti sono dei ricchi occidentali disposti a pagare per poter sparare alla gente inerme.” “Si diceva — aggiunge — che si pagasse di più per un bambino preso di mira”.
Il secondo testimone non ha invece problemi a mostrarsi e a parlare, nel video di Zupanić come nel libro di Gavazzeni, con nome e cognome. Si chiama Edin Subašić, e gioca un ruolo-chiave nell’approfondimento del filone italiano.
Il ruolo del sismi
Dal 1993 Subašić viene inquadrato nell’intelligence dell’esercito della Bosnia ed Erzegovina e in tale veste acquisisce gli atti relativi all’interrogatorio di un prigioniero serbo, il quale riferisce di aver incrociato su un autobus che lo stava trasportando da Belgrado a Pale (all’epoca capitale dell’autoproclamata Repubblica Serba di Bosnia), cinque stranieri accompagnati da personale militare. Intavola una fugace conversazione con tre di loro, scoprendo che sono italiani, uno sicuramente di Milano. Si trattava, per farla breve, di clienti-cecchini che ammisero di aver pagato per venire a sparare in Bosnia. La loro attrezzatura — emerge dal racconto del prigioniero — è “da caccia di lusso di alta qualità”. La notizia della presenza sul campo di battaglia di Sarajevo di questi tiratori italiani per hobby, fa scattare una ricerca per avere ulteriori informazioni in merito a un fenomeno del tutto nuovo e inverso rispetto a quello dei mercenari pagati per uccidere al servizio degli assedianti. Fu il capo dei servizi segreti militari bosniaci, generale Mustafa Hajrulahović detto l’Italiano (avendo frequentato l’Accademia militare di Modena) e con la fama di leggendario difensore della città cinta d’assedio per 1.425 giorni, a segnalare al SISMI italiano (oggi AISE) l’ambigua presenza di almeno cinque loro connazionali sul teatro di guerra di Sarajevo, fornendo la relativa documentazione. Dall’altra parte, stupore e la promessa di andare a fondo di quello che definiscono “un affare di Stato”.
Dopo poco più di tre mesi, su sollecitazione bosniaca, il Sismi fa sapere verbalmente che le indagini condotte dal Sisde (servizio di sicurezza interna) “avevano individuato il punto di partenza di queste attività, che quel luogo era stato neutralizzato e che ciò non si sarebbe più verificato”. Come Gavazzeni riuscirà però ad appurare nel corso delle sue ricerche, “il traffico di cacciatori-cecchini dall’Italia e dagli altri Paesi occidentali non si interrompe nei primi mesi del 1994, come afferma il Sismi, ma prosegue indisturbato per tutto il 1994 e il 1995, con relativo ‘giro’ di denaro”. Non solo. Risulta che una cifra attorno alle 230 persone, almeno la metà del totale dei “cecchini del weekend”, è costituita da italiani. Gli altri sono quasi tutti europei, francesi, spagnoli, inglesi, tedeschi, austriaci, ma figurano anche statunitensi, canadesi e russi.
Cervi per arcieri
Parlare di “cacciatori del fine settimana” è una distinzione necessaria da fare per non creare facili confusioni con il più ampio fenomeno del ricorso (legale) al fianco delle forze armate serbo-bosniache di mercenari o contractors stipendiati e a volte utilizzati anche come cecchini — ciò che spiegava il professor Pirjevec —. Secondo i calcoli più accreditati, dall’aprile 1992 al febbraio 1996, in una città di 526mila abitanti, le vittime furono oltre 12mila, 5mila bambini, i feriti più di 50mila, di cui l’85 per cento civili. 250mila il bilancio totale dei morti ammazzati in Bosnia ed Erzegovina, migliaia i profughi.
Arduo, però, il calcolo delle vittime specifiche dei cecchini: 1.000, 1.500, qualche migliaio? Comunque, tantissime. Di sicuro, possiamo presumere che qualche centinaio sia sulla coscienza di insospettabili signori che si organizzavano come per andare a caccia di orsi nelle foreste o di leoni nella savana, e nel weekend, dopo aver probabilmente baciato la moglie e i figli, si imbarcavano su un aereo, trasbordando poi su furgoni o pullmini, per essere accompagnati nelle aree di combattimento e tirare sui civili. Il prezzo variava molto, in base al valore, potremmo dire “affettivo” o “sociale” del predestinato. Il top era sparare a un bambino, o a una ragazzina possibilmente di bell’aspetto: 100 milioni di lire dell’epoca. Quindi, a decrescere, 70 per le donne, 50 per gli uomini, 20 per i vecchi. Il trofeo che ogni cacciatore si riportava orgogliosamente a casa era un bossolo di colore diverso a seconda della preda colpita: azzurro-rosa per bambino-bambina o ragazzo-ragazza; rosso per uomo, rosso e verde se militare; giallo se donna; giallo e verde se donna militare; nero e azzurro se anziano, nero e rosa se anziana. Ma vigeva anche il sistema delle “tacche” differenziate, per consentire agli accompagnatori di tenere la contabilità dello squallido commercio di vite. Sintetizza Gavazzeni: “Il tariffario era basato sul dolore che riusciva a procurare chi sparava”. La svolta, la mossa vincente che può portare all’accertamento della verità e si spera anche delle responsabilità, è rappresentata adesso dall’inchiesta avviata dalla Procura di Milano la scorsa estate.

L’Italia è il primo Paese ad averlo fatto. Una decisione importante e coraggiosa, nata dall’esposto presentato nel gennaio 2025 proprio da Ezio Gavazzeni, affiancato da un qualificato pool di esperti: l’ex magistrato Guido Salvini, il pm che fu determinante nell’inchiesta per la strage del 1969 a Piazza Fontana; l’avvocato Nicola Brigida, che rappresentò le parti civili nel processo per la strage di Bologna del 1980; la criminologa investigativa Martina Radice, attivamente impegnata in tanti casi di femminicidio. Il pubblico ministero titolare dell’indagine Alessandro Gobbis e il procuratore Marcello Viola, in questi mesi, sono riusciti a convocare in Procura i primi quattro indagati. Si tratta di un ex autotrasportatore ottantenne della provincia di Pordenone, Giuseppe Vegnaduzzo, con simpatie per l’estrema destra; un facoltoso imprenditore lombardo della Brianza, rientrante in quell’ambiente di professionisti, manager e imprenditori “ricchi e annoiati”, appassionati di caccia grossa in cerca di “adrenalina”, del quale si è occupato a fondo Gavazzeni; un ex cacciatore di Alessandria di 64 anni, già cancelliere presso un Tribunale ligure, un non meglio identificato residente in Toscana.
Il campionario umano (ma sarebbe più proprio definirlo “animale”) dei cacciatori del weekend è piuttosto variegato, comprendendo anche fanatici delle armi a vario titolo, fra cui ex militari ed estremisti di destra, ma a prevalere sarebbero tanti insospettabili Dottor Jekyll e Mr. Hyde dalla vita ufficiale rispettabile e rispettata, di alto status sociale e economico: arroganti, ricchi, eleganti e potenti quanto spregiudicati e adrenalinici benestanti (professionisti, imprenditori, medici, avvocati, bancari) disseminati in prevalenza lungo l’asse autostradale dell’A4 e nascosti dietro un difficilmente penetrabile cordone di omertà.
A curare le trasferte erano agenzie, o anche rami deviati (quindi per responsabilità di funzionari corrotti che avevano fiutato il “business” dell’orrore e agivano a insaputa delle gerarchie aziendali) di agenzie di security d’ogni genere. In Belgio, innanzitutto, che vanta una lunga tradizione di mercenari. Ma anche in altri Paesi europei, fra cui Gran Bretagna, Francia e Italia. Tutte in affari con speculari strutture in Serbia, vicine all’esercito o ai paramilitari. In Italia, una sicuramente aveva sede a Milano, collegata a un’importante società di Bruxelles. Dal capoluogo lombardo, ramificazioni operative erano attive a Trieste, Udine e Parma. Da queste località partivano — si sospetta — le spedizioni via aerea o terrestre verso l’ex Jugoslavia. Per definire con una formula sintetica i clienti del lucroso e depravato commercio, citiamo le parole della criminologa Martina Radice riprese nel libro: “psicopatici ad alto funzionamento, affetti da un egocentrismo patologico” che sfocia direttamente “in un marcato complesso di onnipotenza”.
Persone emotivamente disturbate, ma perfettamente integrate e realizzate nel proprio ambiente, quindi dalla doppia vita, che nel piacere di uccidere in un contesto di segretezza assoluta, dimostravano assoluta “indifferenza del male”, annota nel suo appassionato pamphlet Ezio Gavazzeni differenziando il concetto da quello di “banalità del male” adoperato da Hannah Arendt. “Si comportavano come se la morte non esistesse, come in un videogioco”, spiega ai suoi lettori. Nel gergo criptato con cui l’organizzazione contattava i famelici cacciatori di prede umane, si era soliti adoperare l’espressione “cervi per arcieri”, a significare che per il successivo fine settimana, c’erano obiettivi “disponibili”.
L’ex diplomatico italiano nella città assediata
L’argomento è in costante evoluzione. Gavazzeni, fra un tour di presentazioni e l’altro, un’intervista e un passaggio in Tv, rivela di ricevere quotidiane segnalazioni, messaggi, mail, di gente che sa o ha sentito qualcosa di utile alle indagini. “Sicuramente faremo una seconda edizione aggiornata del libro”, assicura.
Ben consapevole, però, che l’intricata matassa, per essere sbrogliata, deve necessariamente passare per la cruna dell’ago della magistratura, chiamata a far luce anche sulla misteriosa informativa del Sismi che sembrava aver messo la parola fine allo scandaloso e ripugnante fenomeno, ma in realtà così non è stato. Come mai? Ci sono state omertà, connivenze? Il tema è scottante, in quanto è assai difficile trovare conferme presso le numerose Ong che hanno operato sul terreno, per lo più meritoriamente, negli anni della guerra in Bosnia ed Erzegovina. Importante la controprova che lo scrittore ha avuto da un’autorevole fonte istituzionale come l’ex vicecapo della delegazione diplomatica speciale nella Sarajevo che resisteva nel suo isolamento forzato, Michael Giffoni. “Certo, l’informativa circa i safari umani da parte di Subašić e del generale Hajrulahović diretta al Sismi ci fu — racconta al telefono — come ci fu la risposta fatta arrivare ai servizi bosniaci che il flusso era stato bloccato. Ma di più non ci venne detto, di nomi non ne vennero fuori”.
Giffoni invita a considerare il “particolare contesto” in cui le voci sulla presenza dei cecchini per hobby circolavano. “Eravamo sotto assedio anche noi, anch’io facevo la fila quando mancava l’acqua e la mia Panda si è presa qualche proiettile sulle fiancate. Non avevamo alcun contatto con i serbi, quindi non ci era possibile verificare queste indiscrezioni. Io accompagnavo centinaia di convogli umanitari in tutta la Bosnia, i volontari italiani hanno svolto un lavoro meraviglioso di cui il popolo bosniaco ci è ancora grato, e per colpa di pochi pazzi criminali che pagavano per venire a sparare dalle colline sui civili, come faceva in un famoso video lo scrittore russo Limonov, si rischia di compromettere l’onore del nostro Paese. Tutti abbiamo interesse a che vengano accertati i fatti, ma non esiste alcun muro di silenzio da parte delle Ong, semmai parlerei di un muro di nebbia. Per scoprire la verità — conclude Giffoni — bisognerebbe che si decidesse a parlare qualcuno della manovalanza del traffico che sicuramente coinvolgeva la Serbia. Difficile che i dirigenti lo facciano”.
Le ricerche di Ezio Gavazzeni e, in parallelo, quelle silenziose del pm Gobbis e del procuratore Viola, sono come una miccia che si allunga mentre brucia lenta e paziente. Tutti si attendono novità o sperano nell’effetto domino, sull’onda della risonanza pubblica suscitata dal caso. Soprattutto a Sarajevo, dove la Città si è costituita poche settimane fa parte civile nel futuro processo, facendosi rappresentare proprio dal pool di avvocati che collabora con lo scrittore. Ma già l’ex sindaca Benjamina Karić, si è messa a disposizione sia dell’autorità giudiziaria bosniaca sia della Procura di Milano per collaborare trasmettendo loro tutte le testimonianze ed elementi da lei raccolti nel tempo sul fenomeno dei safari umani. Altre inchieste sarebbero in procinto di partire in altri Paesi europei, sulla falsariga delle rivelazioni che continuano a venire fuori. Gavazzeni, intervistato poco tempo fa da Selina Sciucca a Radio Fiume, si è mostrato fiducioso e, soprattutto, ben determinato ad andare avanti. Se davvero siamo a un momento di svolta, potranno essere solo i fatti a dircelo. Le premesse ci sono tutte. E, per chi crede ai presagi, fa riflettere e ben sperare un parallelo sportivo che si potrebbe operare fra due Mondiali di calcio. Quelli 2026 in Canada, Messico e Stati Uniti e quelli del 1990 in Italia.
A Zenica, lo scorso 31 marzo, l’ultimo rigore della lotteria “dentro-fuori” calciato dal ventunenne Esmir Bajraktarević ha regalato alla piccola Bosnia una gloriosa e inaspettata qualificazione, ai danni della favorita Italia. Trentasei anni fa, a Firenze, l’ultimo rigore calciato da Faruk Hadžibegić, e respinto dal portiere argentino Sergio Goycochea, decretò l’eliminazione della forte Jugoslavia dell’epoca dai quarti di finale e — insieme come interpretato suggestivamente dallo scrittore e giornalista Gigi Riva nel suo “L’ultimo rigore di Faruk” — accelerò il disfacimento dell’unità nazionale della Federazione titoista fino alla guerra scoppiata esattamente un anno dopo. Tutta la Bosnia ed Erzegovina ha esultato poche settimane fa, mentre cresceva al tempo stesso la speranza che dignità e giustizia possano essere presto restituite alle vittime innocenti di un infame gioco per ricchi e insoddisfatti cecchini del weekend. “Non so che tipo di diavolo è entrato in me quel giorno.
Mi ricordo, era un caldo giorno d’estate, agosto 1992, primo pomeriggio”: è l’incipit della lettera lasciata ai posteri prima di suicidarsi da tale Pedrag O., uno dei volontari che tiravano dalle colline di Sarajevo, sotto il comando di Radovan Karadžić e Ratko Mladić. Racconta del momento in cui inquadrò nel mirino una bambina di 9 anni, che andava a prendere l’acqua per mano alla madre. Sparò e l’uccise. Ma non resse al peso del rimorso. Scrive: “Colsi il viso della bambina e capii che stava sorridendo, come se intorno non ci fosse quella follia. Perché sorride? Pensai. Sta sorridendo a me? Io sono qui a soffrire in una vita senza vita, e lei sorride come se mi stesse sfidando: come osa essere così contenta e felice, ho pensato. Non con me, non lo farai, disse una voce infernale. Fermati, fermati!, ho urlato dentro di me, ma il mio dito non obbediva più”. Impossibile capire perché Pedrag O., sconvolto da questi pensieri, non abbia avuto un sussulto di pietà. Il suo turbamento non è riuscito a fermarlo in tempo. Ma, per lo meno, uno scatto interiore c’è stato. Fino a togliergli il sonno e il senno. Dobbiamo ora solo sperare che almeno qualcuno di questi “arcieri” dormienti — italiani e non — che, con addosso l’adrenalina delle grandi imprese pagavano l’equivalente in euro di un appartamento per andare a uccidere bambini e ragazze, comincino a perdere almeno il sonno. In attesa che chi di dovere vada a prelevarli dalle loro dorate vecchiaie affinché rispondano di ciò che la legge definisce imprescrittibili “crimini contro l’umanità”.


