martedì, 19 Maggio 2026
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La guerra che condanna a morte la cultura.

È di questi giorni la notizia che l’Unione Europea intende bloccare i fondi destinati alla Biennale di Venezia (circa 2 milioni di euro in tre anni), nel caso venga concesso alla Russia di riaprire il proprio padiglione, chiuso dal 2022. Questa decisione fa seguito all’intenzione dichiarata del presidente Pietrangelo Buttafuoco di ammettere la presenza degli artisti russi alla prestigiosa rassegna veneziana.

Ritengo utile riflettere su queste circostanze che hanno una portata travalicante le intenzioni. Condanno l’aggressione brutale avvenuta dall’esercito di Putin a danno dell’Ucraina e nutro il massimo rispetto per il coraggio resistente del popolo ucraino. Così come ritengo opportuno e necessario che siano esercitate sanzioni pesanti ai danni dell’aggressore, visto che le vie diplomatiche (per altro deboli) si sono rivelate inefficaci a sedare il conflitto. Trascuriamo per un momento il fatto grave che gli Stati Uniti, attualmente guidati dal pessimo presidente Trump, si siano dimostrati in questa vicenda decisamente ambigui, suggerendo al mondo – attraverso benevole strizzatine d’occhio al leader russo – che la guerra debba risolversi “naturalmente” a favore del potente aggressore. La Lega di quel goffo maître à penser che è Salvini non ha mai fatto mistero di essere dalla parte del torbido leader pietroburghese ed ora approfitta del conflitto iraniano per chiedere a gran voce l’acquisto di risorse petrolifere russe. Per farla breve, in barba a Trump e Salvini, ritengo sacrosante tutte le misure economiche di pressione contro la Russia, come la cessazione dei rapporti commerciali e il congelamento dei fondi depositati nelle banche europee: il quattrino fa ballare il cieco, recita il noto proverbio.

In tale contesto parrebbe sensato anche l’ostracismo verso le espressioni culturali e sportive russe: invece, no. Qui debbo confessare il mio sgomento e la mia istintiva avversione. Già nel lontano 2022, l’Università Bicocca di Milano aveva revocato allo scrittore Paolo Nori il programma che prevedeva un ciclo di lezioni sulla figura e quattro opere dello scrittore immenso Fedor Dostoevskij: una prova di chiusura mentale, motivata per “evitare ogni forma di polemica, soprattutto interna, in questo momento di forte tensione”. E pensare che riguardava un autore condannato a morte nel 1849 dallo zar Nicola I° per aver partecipato a un circolo che si occupava di discutere e diffondere opere di filosofia e letteratura occidentali. Così come sono stati vietati, in seguito, concerti di musica classica, mostre fotografiche e finanche la rappresentazione del balletto Il lago dei cigni di Tchaikovsky (a Lonigo).

L’Europa, dopo le isterie dell’Inquisizione e i rigurgiti di intolleranza che riaffiorano di tanto in tanto, si è sempre fatta vanto della propria tradizione di libertà di pensiero, specie sul piano culturale. Dunque, senza scomodare la falsa, ma efficace attribuzione a Voltaire della frase “Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo“, qui occorre almeno bilanciare gli eccessi di questo tempo matto.

Ritorniamo dunque alla Biennale: si dà il caso che il padiglione di Israele sia attualmente inagibile, ma la delegazione sarà comunque ospitata ufficialmente ai giardini dell’Arsenale, dove esporrà lo scultore Belu-Simion Fainaru che presenta Rose of Nothingness. Non mi risulta che l’Unione Europea abbia presentato analoga espressione di censura verso un paese che, per “merito” del suo crudele governo oltranzista, condotto dal premier Netanyahu (ricercato dalla Corte Internazionale Penale de L’Aja per crimini di guerra e contro l’umanità) dimostra dispregio per le basilari ragioni della vita.

Per principio, ricuso l’idea di penalizzare degli artisti, a meno che non esprimano nelle loro opere la legittimazione dei regimi odiosi che li governano. Sono ancor più dissenziente, quando le misure colpiscono in modo artatamente selettivo: evidenziano una sorta di connivenza di fatto con le forze alleate, anche quando esse sono patentemente in torto e questo non è bene.

Tra le brutture che ascriviamo a quest’epoca, non vorremmo annoverare anche un oscurantismo capace di annullare il patrimonio di bellezza, sensibilità e, talvolta, di utile provocazione rappresentata dall’arte nelle sue forme universali che non sono mai patrimonio di un’unica nazione, ma appartengono all’umanità tutta. Già, proprio l’umanità: una specie messa a rischio di sopravvivenza dalla propria superbia. Preserviamo almeno l’arte, come antidoto omeopatico alla degenerazione del pensiero.

Roberto Masiero
Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta, Dragan l’imperdonabile e Il mite caprone rosso. Vita breve di norbert c.kaser.

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