Manca davvero poco alla chiamata alle urne per il referendum chiamato “separazione delle carriere”. Francamente non se ne sentiva il bisogno. Le forze di governo hanno scelto di impegnare il popolo italiano a decidere su una materia tecnica dalle motivazioni sospette, anziché impegnarsi in una importante riforma per la riduzione dei tempi dei processi e trovare le risorse per coprire le carenze di organici e dotazioni.
L’iter che è stato scelto dalle forze di governo ha scavalcato l’approvazione attraverso una maggioranza cosiddetta qualificata, come sarebbe stato normale per incidere su una materia così delicata che tocca ben sette articoli della nostra benedetta Costituzione. Domenica 22 e lunedì 23 marzo per regolamento vincerà chi avrà ricevuto anche solo un voto in più: anche se si trattasse di una manciata di votanti, perché non è previsto un Quorum (cioè un numero minimo di votanti).
Inoltre, a differenza di altre elezioni, questa volta il governo ha deciso che si potrà votare solo nelle proprie sedi di residenza: risuona come una beffa, l’esclusione di ca. 5 milioni di italiani, tra cui lavoratori e studenti fuori sede che non potranno esercitare il proprio diritto.
Questo referendum è una brutta storia:
le argomentazioni, spesso speciose e le insinuazioni usate da alcuni fautori ruspanti del Sì, offendono profondamente le istituzioni democratiche. Si è persino fatto uso di terrorismo psicologico, usando temi forti. Giorgia Meloni in persona minaccia gli italiani, quando asserisce che se vincessero i no gli stupratori, i pedofili e gli spacciatori sarebbero rimessi in libertà. Ma confonde le carte, dato che è stato proprio il governo ad organizzare il trasferimento da uomo libero, con un volo di stato, dello stupratore, pluriomicida orribile che ha nome generale Almasri, condannato dalla Corte internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità, avvenuti nel carcere libico di Mitiga.
Meloni usa gli espedienti lacrimosi cari alle favole col lupo, quando sostiene che i figli verrebbero strappati alle madri, perché i giudici non condividono il loro stile di vita, se vivono in un bosco. Finge di non conoscere le gravi manchevolezze di certi genitori avventati, i cui figli minori vanno tutelati dalla legge.
Il campionario di sciocchezze, che abbiamo udito in questi mesi, nasconde malamente un progetto, caro fin dai tempi del sant’uomo Berlusconi: rendere la vita difficile ai magistrati, quando mettono in crisi le scelte dei partiti di governo. Lo stesso ministro della Giustizia Nordio, in una nota dichiarazione, ha candidamente svelato questa concreta possibilità, concessa bipartisan anche all’opposizione, qualora andasse a sua volta al governo del Paese: una volta a me e una a te, non guasta a nessuno…
La magistratura odierna, tratteggiata dai fautori del sì, assomiglia ingiustamente ad una banda dove albergano troppi sprovveduti o corruttibili, senza criterio di equità. Questa menzogna fa rabbrividire, pensando alle decine e decine di magistrati deceduti per ribadire il predominio della correttezza e della legge contro l’infamia delle mafie, delle prevaricazioni, del malaffare anche politico.
Non desidero sprecare ancora un’ennesima volta la citazione dei nomi di quei magistrati, tanti martiri della democrazia, che ci hanno salvato dalle derive delinquenziali, pagando un caro prezzo. E tutt’ora molti altri, uno per tutti il dott. Gratteri, che trascorrono la propria carriera costretti in una situazione logorante, protetti dalla scorta e senza vita privata, per tener fede al proprio giuramento solenne e minacciati continuamente.
Per questi motivi e per i molti altri che sono stati elencati nelle decine di dibattiti, ci auguriamo che il popolo italiano vada alle urne e depositi il proprio sacrosanto NO alla modifica della costituzione, NO all’inutile separazione delle carriere, NO al pericolo di ingerenze della politica nella magistratura.



Treviso 20 03 2026 – Grazie di questo contributo