Sedotti e traditi dalle trappole identitarie

Gli animi arrivarono a placarsi soltanto con il ritorno di Trieste all’Italia il 26 ottobre del 1954 e la rinuncia di fatto al troncone nord-occidentale dell’Istria, che diverrà anche formalmente parte della Jugoslavia solo vent’anni dopo. Quei fatidici 515 chilometri quadrati di zona B da Capodistria a Cittanova, la terra contesa fino all’ultimo fra italiani da una parte e sloveni e croati dall’altra, ha costituito l’ultimo pegno per chiudere una disputa lunga quarant’anni. Bisogna infatti ampliare l’orizzonte storico e partire almeno dall’ingresso del regno d’Italia nella Grande Guerra per completare il processo unitario incorporando Trento, Trieste e i rispettivi entroterra a composizione etnica mista.

Dalla fine della “pax asburgica” e dei delicati equilibri da essa garantiti ad oriente, fra italiani sloveni e croati, per noi furono solo guai, tensioni, prepotenze, contrapposizioni violente, sfociati un ventennio dopo in una nuova devastante guerra mondiale. Alla quale seguì un aspro, doloroso e “capovolto” dopoguerra, quando i ruoli puntigliosamente definiti dal vocabolario nazionalista si rovesciarono radicalmente: gli italiani, smessi i panni del tradizionale dominatore nella regione (il loro strategico “confine orientale”) furono costretti a subire l’onta del servaggio al nuovo padrone jugoslavo. Sloveni e croati in prima fila. Due millenni di supremazia culturale, sociale ed economica bruciati in quarant’anni di cortocircuito suprematista-suprematista (oggi si direbbe anche, alla trumpiana, MAGA: Make Italy Great Again, com’era nei piani di Mussolini).

Raoul Pupo, in verità, nel suo “Italianità adriatica. Le origini, il 1945, la catastrofe” (Laterza 2025, pp. 226, euro 20), distende l’analisi dello storico di professione su oltre due secoli di vicende internazionali, passioni nazionali e idee, individuando il momento della formazione di una coscienza italiana specificamente “adriatica” alla caduta della Serenissima nel 1797, iniziando da lì la sua parabola in un crescendo di fervore patriottico misto a un indubbio e irritante senso di superiorità etica prima che etnica, foriera nel tempo di inimmaginabili sciagure. L’odierna felice coesistenza di una equilibrata “italianità di frontiera” con uno “slavismo di frontiera” improntata a un medesimo spirito di costruttiva collaborazione reciproca, non deve far dimenticare il tormentato processo storico che ne sta alla base.

Evaporata ben presto l’utopia mazziniana dell’Europa dei popoli, fondata sul rispetto dei pari diritti di tutti i contraenti, l’Italianità adriatica dell’Ottocento si è trovata giocoforza a confrontarsi con il problema delle realtà territoriali “miste”, dove una totalizzante ed egemonica affermazione di sé non sarebbe potuta avvenire che a scapito delle legittime aspirazioni di sloveni e croati ad una propria autonoma emancipazione nazionale. Si sviluppò così un’italianità “minacciata” – per riprendere le categorie che l’autore propone dedicando a ciascuna un apposito capitolo – dalla politica viennese del “divide et impera” a proprio sfavore, soprattutto nella Dalmazia meno caratterizzata da una forte presenza italiana di ascendenza latina e veneta. Propria la percezione di un sempre incombente “pericolo slavo”, rafforzerà la capacità di persuasione e mobilitazione dell’irredentismo tricolore, che riuscì ad orientare le scelte politiche statuali fino allo scontro risolutivo con l’Austria-Ungheria, battuta sul campo di battaglia al prezzo di seicentomila caduti.

Raoul Pupo, da storico di razza qual è, riesce con esemplare chiarezza a mettere in fila i vari stadi dell’italianità al confine orientale, alleggerendo le inevitabili pesantezze dell’argomento grazie a una scrittura di vivida efficacia narrativa, che magnetizza l’attenzione del lettore. Da “vittoriosa”, l’italianità adriatica vira presto e si snatura in italianità “tiranna” e “imperiale”, plasmata dal folle sogno egemonico del fascismo, che si macchierà di soprusi razzisti e di crimini odiosi verso le popolazioni slave sottomesse a forza. Per precipitare infine, nel 1945, nella dimensione dell’italianità “rovesciata”, quindi “subordinata”, “nell’abisso”, “negata”, di cui le uccisioni indiscriminate dei civili, l’esodo di massa dalle terre perdute, l’umiliazione e assimilazione forzata di chi decideva di rimanere, rappresentano gli snodi più dolorosi. “Italianità adriatica” è uno di quei libri che non esitiamo a definire “necessari”, per conoscere meglio le genesi delle trappole identitarie, che fanno degenerare un sano patriottismo in becero e arrogante nazionalismo. Che seduce ma infine tradisce. La lezione, a mezzo secolo dal sigillo di Osimo sulla frontiera adriatica riappacificata, è servita a tutti. I presidenti Mattarella e Pahor pregando insieme a Basovizza, nel 2020, davanti alla foiba e al monumento dei fucilati sloveni ne sono stati l’ultimo positivo esempio. Attenzione però: il rischio di “franare all’indietro”, ci ricorda Pupo, è sempre attuale.

Come le guerre contemporanee, Ucraina in primis, stanno inequivocabilmente a dimostrare.


Si ringrazia la redazione della testata giornalistica “La Voce del Popolo“ di Fiume che per gentil concessione ci ha autorizzato a riproporre l’articolo su “IL DIARIO online

Valerio Di Donato
Valerio Di Donato, giornalista e scrittore. Ha lavorato a lungo al "Giornale di Brescia", occupandosi di politica interna e estera approfondendo in particolare le vicende dell'area balcanica. Ha pubblicato due libri: "ISTRIANIeri. Storie di esilio", uscito nel 2006 con "Liberedizioni" di Gavardo, una serie di racconti di vita vissuta concernenti la storia degli esuli giuliano-dalmati e non solo. Nel 2021 ha esordito nel romanzo storico con "Le fiamme dei Balcani", per i tipi di "Oltre edizioni" di Sestri Levante.

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