lunedì, 13 Aprile 2026
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Francesco Molin: il doge che cambiò il volto di Mogliano

Francesco Molin (1575 – 1655) fu il 99º doge della Serenissima in uno dei momenti più difficili della sua storia, quando Venezia era schiacciata dal peso della Guerra di Candia contro l’Impero Ottomano e costretta a scelte straordinarie per garantirsi la sopravvivenza. Per far fronte all’emergenza finanziaria, il governo veneziano adottò una misura senza precedenti: l’apertura del patriziato alle famiglie del ceto mercantile, previo pagamento di 100.000 ducati.

Questa scelta, nata per necessità bellica, ebbe conseguenze profonde anche sulla Terraferma. Le nuove famiglie patrizie, desiderose di consolidare il proprio status, investirono in proprietà agricole e residenze di rappresentanza. Il territorio moglianese, grazie alla sua posizione strategica lungo l’asse Venezia–Treviso e alla fertilità delle sue campagne, divenne uno dei luoghi privilegiati di questo fenomeno.

Tra Seicento e Settecento, molte delle famiglie elevate al rango nobiliare proprio in quegli anni acquistarono terreni a Mogliano e vi costruirono ville signorili che univano funzioni economiche e simboliche: centri di gestione agricola, ma anche dichiarazioni architettoniche di prestigio e appartenenza alla nuova aristocrazia veneziana. È in questo contesto che si sviluppa la fitta presenza di ville patrizie che ancora oggi caratterizza il paesaggio locale.

La figura di Molin, ricordata dalla tradizione popolare con ironia per la sua presunta passione per il vino, resta dunque legata non solo alla storia militare della Serenissima, ma anche alla trasformazione sociale e territoriale del Veneto. Una trasformazione che, nel territorio moglianese, ha lasciato un’eredità visibile e duratura: le ville che punteggiano il territorio e raccontano l’ascesa di una nuova nobiltà nata in tempo di guerra.


(tratto da “L’altra Mogliano – Ville, vite e veleni in un territorio tra splendore e decadenza” di Ennio Tortato)

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