I PADRI SI SALTANO

Di primo acchito non mi appassiona l’idea di immergermi nelle scritture ambientate in quella bolla temporale di segregazione, imposta dal Covid: forse si tratta di un ordinario processo di rimozione, ma tant’è. Certamente si è trattato per tutti di un’esperienza psicologica traumatica inesplorata, dagli esiti spiazzanti o in certi casi drammatici, ma per i più si è risolta – secondo il mio giudizio – in un esito che non meritava un parlarne e straparlarne in termini addirittura epici.

Così, ho affrontato con un velo di cautela il nuovo romanzo di Stefano Zangrando che muove, appunto, da una situazione analoga e lo confesso: la motivazione principale è stata dettata da una serie di elementi che, col nuovo romanzo in sé, poco avevano da spartire. In precedenza l’autore mi aveva impressionato non poco, con un’opera complessa ma resa in modo lineare, dal titolo Fratello minore. Sorte, amori e pagine di Peter B. (Arkadia, 2018). Anche quel libro fa risaltare una biografia, dove però è già definita una cornice storica. Tra i molti meriti aveva quello di essere tutt’altro che una scrittura prevedibile: dove la categoria di romanzo delinea una misura troppo stretta per catalogare la quantità di intuizioni che contiene. La figura dello sfortunato scrittore scomparso, il berlinese Peter Brasch, in un certo senso viene inseguita e giunge infine quasi a fondersi con l’identità interiore dell’autore stesso del romanzo, fino a farla rivivere. Stefano Zangrando si è rivelato una penna acuta, conseguenza della sua sensibilità lungamente affinata, anche per motivi professionali, nella traduzione di romanzi e saggi altrui, nel rigore di una tradizione tedesca, dove emergono gli aspetti filosofici dell’esistenza e poco gli effetti speciali con cui si catturano i pesci, cioè i lettori, di bocca buona.

La nuova opera, intitolata I padri si saltano (Arkadia Editore 2025) si manifesta come un poliedro brillante sfaccettato, capace di tenere incollati ai caratteri del libro con vera suspense. Se vogliamo, il plot del racconto è abbastanza semplice: attraverso la posta elettronica, Diego Verun riceve una strana richiesta da una persona sconosciuta che si firma Magra Sorte. Gli viene proposto di scrivere, come ghostwriter, l’autobiografia del misterioso mittente. In quel periodo Diego, un professorino con velleità mortificate di scrittore, contornato da una famiglia comunissima e serena, è confinato in casa, tentando di sottrarsi ai tentacoli della noia, a causa delle limitazioni dovute alla pandemia. A parte far lezione attraverso la famigerata DAD, la cosiddetta Didattica A Distanza, non si è mai occupato di scrivere cose del genere. Ma Magra Sorte, alias Eritreo Scheinwindl, è insistente: rivela che sta letteralmente per dissolversi e in pochi mesi di lui rimarrà null’altro che la voce, causa una malattia misteriosa. Il suo proposito è di donare in eredità al figlio, da cui le vicende familiari l’hanno separato, la propria versione della sua vita e non lasciarla in balia di coloro che, dopo, la deformerebbero.

Attraverso una serie di indizi che l’autore sovrappone in modo sensazionale e dosato, prende forma la storia: si chiariscono le motivazioni per le quali solo Diego Verun potrà essere la voce autentica di Scheinwindl. Il ghostwriter inizia così, motivato dalla promessa di una cifra di danaro consistente, ma ancor più dall’intrigante e strana consonanza che si instaura tra di lui ed Eritreo, a cercare di ricostruire la vita del cliente.

In questa complicata missione, dove Eritreo Scheinwindl si pone come un interlocutore frammentario, a tratti completamente evanescente, la narrazione è tutt’altro che statica. Sulle tracce di Eritreo, cioè di ciò che è stato nel passato quest’uomo indecifrabile, Diego Verun si procura di ricostruire, ossessivamente, i tasselli di suoi trascorsi a Berlino, in Val Venosta, a Bolzano, fino a spingersi fisicamente in un porticciolo nautico a Cagliari, dove finalmente spera di incontrare Scheinwindl in persona.

Fino all’ultimo l’autore è maestro nel confondere le carte: ciò che inizialmente appare come vero, si rivela deduzione sbagliata, in uno sviluppo dove si intuisce che ogni vicenda esistenziale, ma anche la Storia con la esse maiuscola – per traslazione del concetto – contiene verità continuamente rese arbitrarie dalla memoria di chi la rappresenta. L’immagine digitale di Scheinwindl, senza spessore e in dissolvenza progressiva, metaforicamente assomiglia al tentativo di noi contemporanei – vissuti in un’epoca senza guerre o grandi eventi e dunque resi meno consistenti dalla carenza di eroismo – di ottenere tridimensionalità, quantomeno attraverso la ricerca plateale della fama.

Il personaggio Scheinwindl assume via via sembianze contraddittorie: ora è musicista impegnato, ora punkabestia, ora deejai di grido, ora tenero innamorato, ora bisessuale frequentatore di circoli privé discutibili, ora genitore tenero e, suo malgrado, ricusato.

 La scrittura si presta a diversi piani di lettura, come è tipico di ogni buon testo: può incantare superficialmente la storia di un’identità da svelare, ma nel profondo il libro scava, per provare a rispondere ad una domanda, posta dallo stesso Scheinwindl: “Non credi che abbiamo delle costanti? Che so, una matrice…”

Infatti il romanzo, così come sposta continuamente la scenografia in località ogni volta diverse, arricchendosi di situazioni singolari, egualmente ci riporta a considerare, come in una saga, le origini familiari di Eritreo Scheinwindl. Per non perdere il filo verrebbe voglia di munirsi di carta e penna, per tracciare un albero genealogico essenziale del personaggio principale.  Si replicano analogie, da una generazione all’altra, dove gli avi sembrano precedere, in un ciclo ricorrente, circostanze che si riproporranno del tutto simili nelle discendenze. Una costante sembra definirsi: le donne si stagliano coraggiose ed energiche sempre, magari lottatrici contro la sfortuna e la condizione obiettivamente inferiore imposta dalla società; i padri sono memorabili per aver raggiunto posizioni economiche di riguardo, anche per intraprendenza, ma risultano quasi sempre mancanti all’appello, quando occorre assumersi responsabilità nel ruolo essenziale di genitori. Sono dunque i padri che, persino inavvertitamente, per irrilevanza talvolta dolorosa, si saltano.


Stefano Zangrando

È nato a Bolzano nel 1973, ha studiato e vissuto a Trento e Berlino. È mediatore di letteratura attraverso traduzioni, recensioni, saggi e progetti territoriali. Con il romanzo Fratello minore. Sorte, amori e pagine di Peter B (Arkadia, 2018), uscito anche in traduzione tedesca, è stato finalista al Premio letterario dell’Unione Europea. Vive e lavora tra Rovereto e l’Alto Adige. Sempre per Arkadia ha pubblicato I padri si saltano (2025)

Roberto Masiero
Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta, Dragan l’imperdonabile e Il mite caprone rosso. Vita breve di norbert c.kaser.

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