La mistificazione della lotta ai cambiamenti climatici, intesa come alterazione della realtà, può avvenire in più modi. Può avvenire separando nella narrazione della sua urgenza la “transizione energetica dalla “transizione ecologica”.
Può avvenire omettendo l’analisi delle cause che stanno determinando il riscaldamento globale. Può avvenire propagandando soluzioni accomodanti, che determinano negativi effetti ecologici collaterali che alterano comunque, al pari delle emissioni di CO2, le condizioni della vivibilità sul pianeta. È quello che sta avvenendo con la corsa compulsiva, senza se e senza ma, verso le rinnovabili, anteponendo il “prodotto” (pale e pannelli) al “processo di riconversione ecologica” e non solo energetica.
Così facendo, aspetti fondamentali, come le nove “soglie ecologiche” che l’umanità non dovrebbe superare per garantire la vivibilità sul pianeta, il consumo e lo spreco di risorse naturali, lo stile di vita individuale e collettivo, non vengono minimamente sfiorati dalla narrazione mediatica. Si rimuove così un’esigenza dettata dalle scienze naturali: il cammino delle rinnovabili deve andare a braccetto con l’aumento dei servizi ecosistemici del suolo agricolo e del suolo naturale e con la messa a dimora di milioni di alberi.
Altra incongruenza ecologica diffusissima è l’abbattimento dei grandi alberi che sono tra i sistemi (viventi) più utili per contenere i livelli di CO2: basta pensare che per compensare l’abbattimento di un albero di 80 anni servirebbero 3000 nuove messe a dimora (Daniele Zanzi Agronomo). Analoga considerazione vale per il valore ecologico della “terra fertile”.
Se “nei primi 30 centimetri di un suolo agricolo si accumulano 60 tonnellate di carbonio per ettaro” (Paolo Pileri, Che cosa c’è sotto, Altreconomia) bisogna, prima di coprire di pannelli fotovoltaici i terreni agricoli, provare a posizionarli sopra strutture edificate: sopra capannoni industriali e immobili residenziali, sulle migliaia di ettari di asfalto scoperto dei parcheggi dove le pensiline fotovoltaiche potrebbero produrre energia e offrire ombra alle auto, lungo le principali arterie stradali (autostrade e superstrade), sulle ex-coperture industriali dismesse e su aree già impermeabilizzate e cementificate, nelle zone artigianali abbandonate, nelle ex-discariche bonificate, lungo le fasce ferroviarie laterali che sono già sottratte al ciclo agricolo e non richiedono ulteriore consumo di suolo, in aree a destinazione industriale, artigianale o per servizi o per la logistica.
Secondo l’Ispra in Italia la superficie netta disponibile dei tetti in grado di ospitare pannelli fotovoltaici varia da 870 a 1137 km2.
È molto lungo l’elenco delle superfici già connesse alla rete che non avrebbero bisogno di pesanti interventi logistici e urbanistici e che possono integrarsi nelle Comunità Energetiche Rinnovabili. Certo, ci vuole una politica mirata anche nella distribuzione degli incentivi, figlia di una visione lucidamente coraggiosa del futuro energetico ed ecologico. Credo, ad esempio, che le risorse del “superbonus” e dei diversi bonus elargiti in questi anni (bonus facciate, mobili, ecc.) avrebbero potuto essere utilizzati anche per finanziare privati e aziende per la produzione e l’accumulo dell’energia utilizzando le superfici battute dal sole che non hanno più alcuna funzione ecosistemica.
Per abbattere le emissioni quante superfici già artificializzate si sarebbero potute coprire di pannelli fotovoltaici se 90/100 miliardi (costo del superbonus al netto delle entrate fiscali che hanno generato) fossero stati utilizzati a tale scopo? Inoltre, parte di quei 90/100 miliardi del superbonus sono stati utilizzati per il passaggio alle caldaie a condensazione a metano (fonte fossile), che indubbiamente sono serviti a ridurre le emissioni di un 20/30%, solo che, noi, oggi, abbiamo la necessità di abbattere le emissioni e non solo di ridurle.
Ulteriore incongruenza è rappresentata dal fatto che parte di quei circa 90/100 miliardi sono stati utilizzati prevalentemente per interventi edilizi, con un contributo minimo alla riduzione delle emissioni, talvolta nel segno del lusso e di nuovo spreco energetico. Manca una visione lucidamente coraggiosa e lungimirante. E’ anche una questione di metodo nel gestire un processo che non può prevedere come prima fase quella di ridurre o cancellare i “servizi ecosistemici” del suolo agricolo.


