lunedì, 16 Marzo 2026
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Le ville di Mogliano: un atlante di memorie, poteri e metamorfosi

Le pietre che tornano a parlare


Durante la stesura del mio libro L’altra Mogliano, quando ho iniziato a lavorare al capitolo dedicato alle ville del territorio moglianese, mi sono accorto che non stavo semplicemente compilando un elenco di edifici o proprietà. Avevo l’impressione, piuttosto, di attraversare un paesaggio di memorie sovrapposte: un mosaico di famiglie, ambizioni, fortune e rovine che, intrecciandosi, hanno dato forma all’identità più profonda di Mogliano e del suo territorio. Ogni villa, anche la più modesta o la più trasformata, custodisce un frammento di storia che merita di essere ascoltato.

Ci sono ville che raccontano l’arrivo di famiglie straniere, come i Seymour Durfort, che portarono qui un gusto inglese per il giardino e la natura; altre che parlano di mercanti, avvocati, consoli, banchieri, uomini e donne che hanno attraversato Venezia e l’Europa lasciando tracce di sé in un angolo di campagna. Alcune sono sopravvissute, altre sono state demolite, altre ancora vivono solo nei documenti o nei ricordi di chi le ha viste prima che scomparissero. Ma tutte, senza eccezione, hanno contribuito a definire il volto di Mogliano.

Ciò che più mi ha colpito, nel ricostruire queste storie, è la varietà delle origini: famiglie patrizie antichissime, come i Balbi, i Querini, i Contarini, i Morosini, i Venier; casate “nuove”, arrivate nel patriziato grazie al denaro o ai servizi resi alla Serenissima; mercanti bergamaschi, genovesi, toscani; artigiani diventati imprenditori; banchieri che hanno attraversato rivoluzioni politiche e cambi di regime. Mogliano, in questo senso, è stata un crocevia: un luogo dove si incontravano Venezia e la Terraferma, la nobiltà e la borghesia, la tradizione e il cambiamento.

Molte di queste famiglie non venivano a Mogliano solo per villeggiare: qui amministravano terre, stringevano alleanze, consolidavano patrimoni, costruivano reti di relazioni che andavano ben oltre i confini del paese. Le ville erano centri di potere, non semplici residenze estive. Eppure, accanto a questa dimensione politica ed economica, emerge anche un’umanità sorprendente: storie di matrimoni, di eredità contese, di fughe, di fallimenti, di riscatti. Storie che restituiscono un mondo vivo, complesso, spesso contraddittorio.

Scrivendo, ho provato la sensazione di camminare in un archivio a cielo aperto. Ogni via del Terraglio, ogni incrocio di Campocroce, ogni strada di Marocco o Zerman conserva un’eco di ciò che è stato: un portale che non c’è più, un viale alberato scomparso, un affresco nascosto, un nome che sopravvive solo nei registri catastali. Eppure, proprio questa fragilità rende prezioso il lavoro di ricostruzione: riportare alla luce ciò che rischia di svanire, ridare voce a chi l’ha perduta.

Non ho voluto scrivere un repertorio tecnico né un catalogo monumentale. Ho cercato, piuttosto, di restituire il senso di un paesaggio umano e culturale che ha attraversato tre secoli di storia, trasformandosi insieme alle famiglie che lo abitavano. Le ville di Mogliano non sono solo edifici: sono capitoli di una storia collettiva, specchi di un territorio che ha saputo accogliere, cambiare, reinventarsi.

E forse, oggi più che mai, abbiamo bisogno di ricordare che la nostra identità nasce anche da queste pietre, da questi giardini, da queste storie. Perché conoscere le ville significa conoscere Mogliano. E conoscere Mogliano significa, in fondo, conoscere un pezzo di noi stessi.


(tratto da “L’altra Mogliano – Ville, vite e veleni in un territorio tra splendore e decadenza” di Ennio Tortato)

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