In questi giorni, in cui si batte la grancassa e rintrona nelle orecchie degli italiani, assillante come un mantra, quanto siano importanti le Olimpiadi Invernali, ai fini della valorizzazione del nostro Paese, è bene ridimensionare l’orgoglio italico, quando si predica bene e si razzola male.
Tra le celebrate preziosità che il buon Dio ha assegnato all’Italia e che le mostre all’uopo organizzate nelle città sede dell’inaugurazione vorranno evidenziare, rientra senz’altro quella del nostro Paesaggio.
Purtroppo la favola del Bel Paese è minacciata: assistiamo continuamente a deturpazioni, abusivismi e via dicendo che stanno ridimensionando sempre più la percezione della bellezza. Anche su questo giornale si è fatto spesso cenno alla cementificazione onnivora che, specie nella nostra Regione, avanza senza tregua.
Un nuovo fiore malefico sembra voler sbocciare nel campo italico già così devastato. Sappiamo che alcuni alleati del governo in carica scalpitano, in nome delle urgenze, per rimuovere vincoli che la legge, se non addirittura la Costituzione, ha posto opportunamente per frapporsi alle violazioni e agli sprechi. Certo le semplificazioni burocratiche sono misure sacrosante e attese, ma è necessario far attenzione a non buttare il solito bambino, insieme con l’acqua sporca.
Accenniamo oggi alla nuova Proposta di legge 2006 (e alle abbinate proposte di legge C. 1429, C. 2529, C. 2230) recante disposizioni in materia di: “Delega al Governo per la revisione del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, in materia di procedure di autorizzazione paesaggistica”.
Nella frenesia del fare, alcuni passaggi della proposta, qualora non venisse modificata, risulterebbero una grave minaccia, a ciò che rimane del nostro patrimonio nazionale:
in poche parole, si intenderebbe ridurre ancor più le armi in possesso delle Soprintendenze archeologia, belle arti e paesaggio, per la tutela dei beni nazionali.
La proposta contiene alcuni passaggi che parrebbero innocui, se non si sapesse in quali condizioni versino le Soprintendenze medesime.
Si vorrebbe, ad esempio, trasformare in silenzio/assenso quelle pratiche di autorizzazione, su cui la Soprintendenza competente non abbia rilasciato il proprio parere entro 45/60 giorni. Oggi tale parere è obbligatorio ed, anzi, il cosiddetto silenzio assenso è escluso proprio per le questioni riguardanti la materia paesaggistica e culturale, grazie alla Legge n. 241 del 1990, che all’art. 20, prevede: ” Le disposizioni del presente articolo non si applicano agli atti e procedimenti riguardanti il patrimonio culturale e paesaggistico, l’ambiente (…) “. . Non è un caso che, a suo tempo, i legislatori abbiano ritenuto di porre un argine alle realizzazioni sbrigative che deturpano irreversibilmente il nostro patrimonio.
In aggiunta, nella nuova proposta, per le cosiddette grandi opere definite “strategiche”, si intenderebbe sottoporle ad una valutazione in capo al Ministero e non più alle Soprintendenze. In questo contesto si assisterebbe alla deformazione, sul piano giuridico, in cui – in un certo senso – il controllato farebbe anche da controllante. Immaginiamo le conseguenze, proprio per le opere più grandiose e quindi potenzialmente devastanti.
Rileviamo che è in atto un processo, che definirei anche ideologico, per il quale, in nome dell’urgenza, si tenderebbe sempre più a ridimensionare il ruolo degli enti di controllo, come ad esempio la Corte dei Conti, ma anche le Soprintendenze, trasformando i loro pareri essenziali in meri pareri di contorno consultivi (anche quando siano obbligatori).
Ribadiamo il ruolo vitale, per un Paese che è letteralmente immerso nella Bellezza e nell’arte, di avere delle Soprintendenze efficienti, ma scrupolose. Invece di puntare a mortificare i servizi pubblici, come di fatto è avvenuto, purtroppo, attraverso la contrazione dei finanziamenti ad esempio nella Sanità o anche nel comparto della Giustizia, è opportuno rivalutare la funzione delle Soprintendenze. L’endemica carenza di personale e dei mezzi di finanziamento per effettuare i sopralluoghi delle Soprintendenze è causa principale per cui i pareri vincolanti vengono forniti con ritardo. In tal senso la dott.sa Anna Maria Spiazzi, già Soprintendente per i Beni storici, artistici ed etnoantropologici per le province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso puntualizza: “senza la visione diretta dei luoghi l’atto amministrativo nasce morto”:
Ed è a tale carenza di mezzi, per far funzionare la macchina dello Stato, che un legislatore serio dovrebbe far riferimento, prima di pensare a scorciatoie normative che possono rivelarsi fuori controllo e dunque pericolose.
Per esemplificare alcuni casi di positivo intervento della Soprintendenza nel comune di Mogliano Veneto, basta far riferimento alla lottizzazione (in fase di realizzazione) al lato ovest di villa Zanga, sulla via Roma. Dopo la segnalazione da parte del Comitato a Difesa delle ex Cave di Marocco si è mossa la Soprintendenza di Venezia ed ha imposto al lottizzante di rispettare un cono di visuale non edificabile, tale da consentire un certo respiro alla percezione sulla villa, altrimenti assillata dalle nuove costruzioni. Privando una villa Veneta del suo contesto verde, si ottiene un assurdo paesaggistico che si sta diffondendo, in nome dell’affarismo.
Analogamente, sempre grazie all’intervento del predetto Comitato ambientalista, a suo tempo si è evitato con l’intervento della Soprintendenza, che il campo di fronte alla storica filanda Motta a Campocroce fosse in parte deturpato da una incongrua costruzione moderna di 5000 mc.
Purtroppo, in altri casi l’intervento della Soprintendenza non è stato così tempestivo, per le motivazioni addotte in questo stesso articolo.
Ci auguriamo che la legislazione in itinere provveda a restituire alla Soprintendenza i mezzi di garanzia perché assolva alle proprie mansioni, senza potature e ridimensionamenti che farebbero la felicità dei tanti speculatori, o dei meno raffinati estimatori della bellezza antica del nostro residuale, intimorito Paesaggio.


