Sul P.I.L. e sul fatto che il Veneto non è più la locomotiva economica del paese la diagnosi è sempre la stessa: ci vogliono meno tasse, meno burocrazia e più investimenti. Ma abbiamo una minima idea di cosa ha comportato in Veneto la pluridecennale esibizione a reti unificate di questo primato? No, non ce l’abbiamo, anche se l’aumento del P.I.L. è spesso accompagnato da costi sociali e occupazionali legati all’andamento del mercato e delle sue leggi e anche se l’aumento del P.I.L. si realizza quasi sempre attraverso la violazione di essenziali aspetti ecologici che provocano la lievitazione della spesa pubblica (inquinamento, spese sanitarie e consumo di risorse naturali non rinnovabili, ecc.).
Ci sono tanti aspetti che non entrano nel racconto mediatico. Come la perdita di suolo agricolo e di sovranità alimentare (tra il 2000 e il 2020 in Italia la superficie agricola è diminuita di 2,7 milioni di ettari, Coldiretti), il reiterato inquinamento da particolato fine (PM10) dei sei capoluoghi di provincia su sette della regione Veneto, l’inquinamento delle falde da pfas e da un uso sconsiderato di pesticidi, la fragilità idrogeologica e la frequenza di frane, smottamenti, alluvioni, allagamenti. Ed è proprio grazie al mito ubriacante della “crescita illimitata” che non percepiamo il pericolo.
Il PIL è diventato un mantra fuori tempo, basato sul liberismo e la competitività che istituzionalizza il “ricatto occupazionale” subordinando il lavoro alla necessità di accettare l’inquinamento dell’ambiente e dei processi produttivi.
È un mantra fuori tempo, destabilizzante dell’umanizzazione della società e degli equilibri climatico-ambientali.
Di una cosa siamo poveri e lo è anche parte dell’ambientalismo: siamo poveri di visione, della capacità di immaginare e proporre un modo diverso di fare economia e creare occupazione. Un nuovo mantra, quello dell’economia sociale e del territorio, deve soppiantare il mantra di uno sviluppo quantitativo che crea disuguaglianze sociali ed economiche e crea le condizioni per il superamento delle soglie ecologiche del Pianeta da non superare per garantire un futuro a chi verrà dopo di noi.
Va pensata e attuata una “economia resiliente” diminuendo lo spreco e il consumo di risorse naturali come “l’acqua” (…) e il “suolo” (la quantità di CO2 immagazzinata nel primo metro di suolo è pari al doppio di quella assorbita da una pianta ad alto fusto durante l’arco dell’intera vita, Paolo Pileri).
Ci sono attività che possono creare “un’economia sociale e del territorio” alternativa al PIL. Basti pensare al “rammendo ecologico” degli habitat compromessi da una antropizzazione guidata dagli interessi di pochi, al “restauro architettonico” del già costruito e in disuso, all’adattamento funzionale del già edificato su un suolo, quello veneto, cementificato per un 19% (se consideriamo la superficie regionale al netto delle montagne delle acque e delle aree naturalistiche), alla difesa idraulica e geologica dell’Italia in cui (dati Ispra a luglio 2025) il 94,5% dei comuni è a rischio per frane, alluvioni, valanghe e/o erosione costiera. Proprio partendo dai danni ambientali e sociali prodotti dal mito del PIL e della crescita illimitata e dalla necessità del loro contenimento possiamo contemperare transizione ecologica, occupazione ed economia.
L’iperproduzione di beni materiali e la parallela e insostenibile iperproduzione di rifiuti ci impongono la “circolarità del modello produttivo”, un modello che non inquini durante il processo lavorativo, che non consegni al consumatore finale prodotti non testati e che ripara, recupera e riutilizza i materiali. L’iper-sfruttamento e l’iper-consumo di una risorsa non rinnovabile come il suolo ci impongono la “circolarità nella pianificazione urbanistica” per ri-costruire, restaurare, recuperare, ri-adattare, ri-utilizzare, de-pavimentare. È questa la “transizione ecologica” che riduce l’impatto ambientale attraverso una “economia sociale e del territorio”. Domandiamoci perché l’unica visione di futuro, la più logica ecologicamente e socialmente, la più diretta, la più evidente è anche la più censurata.


