lunedì, 16 Marzo 2026
Home Ambiente IL P.I.L. UNA VISIONE FUORI DEL TEMPO

IL P.I.L. UNA VISIONE FUORI DEL TEMPO

Sul P.I.L. e sul fatto che il Veneto non è più la locomotiva economica del paese la diagnosi è sempre la stessa: ci vogliono meno tasse, meno burocrazia e più investimenti. Ma abbiamo una minima idea di cosa ha comportato in Veneto la pluridecennale esibizione a reti unificate di questo primato? No, non ce l’abbiamo, anche se l’aumento del P.I.L. è spesso accompagnato da costi sociali e occupazionali legati all’andamento del mercato e delle sue leggi e anche se l’aumento del P.I.L. si realizza quasi sempre attraverso la violazione di essenziali aspetti ecologici che provocano la lievitazione della spesa pubblica (inquinamento, spese sanitarie e consumo di risorse naturali non rinnovabili, ecc.).

Ci sono tanti aspetti che non entrano nel racconto mediatico. Come la perdita di suolo agricolo e di sovranità alimentare (tra il 2000 e il 2020 in Italia la superficie agricola è diminuita di 2,7 milioni di ettari, Coldiretti), il reiterato inquinamento da particolato fine (PM10) dei sei capoluoghi di provincia su sette della regione Veneto, l’inquinamento delle falde da pfas e da un uso sconsiderato di pesticidi, la fragilità idrogeologica e la frequenza di frane, smottamenti, alluvioni, allagamenti.  Ed è proprio grazie al mito ubriacante della “crescita illimitata” che non percepiamo il pericolo.

Il PIL è diventato un mantra fuori tempo, basato sul liberismo e la competitività che istituzionalizza il “ricatto occupazionale” subordinando il lavoro alla necessità di accettare l’inquinamento dell’ambiente e dei processi produttivi. 

È un mantra fuori tempo, destabilizzante dell’umanizzazione della società e degli equilibri climatico-ambientali.

Di una cosa siamo poveri e lo è anche parte dell’ambientalismo: siamo poveri di visione, della capacità di immaginare e proporre un modo diverso di fare economia e creare occupazione. Un nuovo mantra, quello dell’economia sociale e del territorio, deve soppiantare il mantra di uno sviluppo quantitativo che crea disuguaglianze sociali ed economiche e crea le condizioni per il superamento delle soglie ecologiche del Pianeta da non superare per garantire un futuro a chi verrà dopo di noi.

Va pensata e attuata una “economia resiliente” diminuendo lo spreco e il consumo di risorse naturali come “l’acqua” (…) e il “suolo” (la quantità di CO2 immagazzinata nel primo metro di suolo è pari al doppio di quella assorbita da una pianta ad alto fusto durante l’arco dell’intera vita, Paolo Pileri). 

Ci sono attività che possono creare “un’economia sociale e del territorio” alternativa al PIL. Basti pensare al “rammendo ecologico” degli habitat compromessi da una antropizzazione guidata dagli interessi di pochi,  al “restauro architettonico” del già costruito e in disuso, all’adattamento funzionale del già edificato su un suolo, quello veneto,  cementificato per un 19% (se consideriamo la superficie regionale al netto delle montagne delle acque e delle aree naturalistiche), alla difesa idraulica e geologica  dell’Italia  in cui (dati Ispra a luglio 2025) il 94,5% dei comuni  è a rischio per frane, alluvioni, valanghe e/o erosione costiera. Proprio partendo dai danni ambientali e sociali prodotti dal mito del PIL e della crescita illimitata e dalla necessità del loro contenimento possiamo contemperare transizione ecologica, occupazione ed economia.

L’iperproduzione di beni materiali e la parallela e insostenibile iperproduzione di rifiuti ci impongono la “circolarità del modello produttivo”, un modello che non inquini durante il processo lavorativo, che non consegni al consumatore finale prodotti non testati e che ripara, recupera e riutilizza i materiali. L’iper-sfruttamento e l’iper-consumo di una risorsa non rinnovabile come il suolo ci impongono la “circolarità nella pianificazione urbanistica” per ri-costruire, restaurare, recuperare, ri-adattare, ri-utilizzare, de-pavimentare. È questa la “transizione ecologica” che riduce l’impatto ambientale attraverso una “economia sociale e del territorio”. Domandiamoci perché l’unica visione di futuro, la più logica ecologicamente e socialmente, la più diretta, la più evidente è anche la più censurata.

Dante Schiavon
Laureato in Pedagogia. Ambientalista. Associato a SEQUS, (Sostenibilità, Equità, Solidarietà), un movimento politico, ecologista, culturale che si propone di superare l’incapacità della “classe partitica” di accettare il senso del “limite” nello sfruttamento delle risorse della terra e ritiene deleterio per il pianeta l’abbraccio mortale del mito della “crescita illimitata” che sta portando con se nuove e crescenti ingiustizie sociali e il superamento dei “confini planetari” per la sopravvivenza della terra. Preoccupato per la perdita irreversibile della risorsa delle risorse, il “suolo”, sede di importanti reazioni “bio-geo-chimiche che rendono possibili “essenziali cicli vitali” per la vita sulla terra, conduce da anni una battaglia solitaria invocando una “lotta ambientalista” che fermi il consumo di suolo in Veneto, la regione con la maggiore superficie di edifici rispetto al numero di abitanti: 147 m2/ab (Ispra 2022),

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here