giovedì, 12 Febbraio 2026
Home Argomenti L’uomo che smina odio e semina umanità all’ombra della Drina

L’uomo che smina odio e semina umanità all’ombra della Drina

Nato a Srebrenica, fuggito in Italia da piccolo con la madre e i fratelli prima dell’assedio serbo, Irvin Mujčić è tornato a vivere da dieci anni nella città bosniaca del genocidio. Combatte tutti i nazionalismi coinvolgendo nel suo progetto di rispetto dell’ambiente e di un turismo sostenibile, sia bosgnacchi che serbi. «Dayton è stata una truffa che ha favorito corruzione e sprechi, alimentando l’esodo dei giovani all’estero in cerca di lavoro e opportunità. Non è così che si costruisce il futuro di questo Paese»

Irvin Mujcic nel suo villaggio "Eko meta"

Piedi nudi, gonfi, pesanti. Piedi parlanti. Che raccontano la persona come vive e com’è. Li guardi perché sono l’involontario biglietto da visita di colui che ti aspetta all’appuntamento preso. Sono piedi forti e larghi come quelli di un contadino abituato alla fatica del lavoro fisico nei campi. Ma anche piedi tenaci e robusti come i due fasci di falangi, tendini e legamenti che spingono il viandante su interminabili sentieri o arpionano il ciclista ai pedali. Quando varco la porta dell’appartamento di sua madre Nadja nel centro storico di Edolo, provincia di Brescia, dove è arrivato da un paio di giorni, Irvin Mujčić si presenta così: scalzo e i pantaloni tirati su a mezzo polpaccio, gli occhi sereni, ma ancora appesantiti da nembi di sonno residuo, come un penitente provato e al tempo stesso felice dopo le intense processioni della Settimana Santa. I suoi piedi devono smaltire invece, più laicamente, tremila chilometri di viaggio in bicicletta, in una epica circumnavigazione continentale iniziata partendo dalla Bosnia per arrivare in Belgio attraversando Croazia, Slovenia, Austria e Germania, e da qui – salutati gli amici del periodo di lavoro svolto per le istituzioni europee a Bruxelles e la sua fidanzata belga a Gand – tornare in Bosnia. Previa una deviazione importante, perché affettiva, che l’ha dirottato in Italia. L’impresa verrà completata qualche giorno dopo, affrontando più fresco e rifocillato il migliaio di chilometri che lo separano dalle montagne bosniache affacciate sul fiume Drina. La terra che l’ha visto nascere, fuggire e chi l’avrebbe mai detto, un giorno ritornare. In totale, quattromila chilometri in un mese di viaggio avventuroso, disagevole e lento, come si usava prima del motore, senza le contaminazioni ultratecnologiche e gli stress prestazionali di oggi.

Nadja Mujčić

Un profilo atipico

Chiariamo bene il profilo atipico del nostro personaggio e del suo insolito cimento. Via il cronometro a scandire centesimi di secondo bruciati, via tutine performanti, via telai in fibra di carbonio di ultima generazione. Inconcepibile – è sottinteso – la pedalata elettro-assistita che ha generato, ovunque sia arrivato un discreto benessere, legioni di ciclo-adoratori. Via anche comodi alberghi, oppure umili pensioni, niente ristoranti o cibi pronti. Meglio una robusta bicicletta tradizionale, con tenda e fornellino a gas portatile al seguito. Un posto buono per montarla, cucinarsi qualcosa e pernottare, se si vuole, lo si trova. Essere in grado di arrangiarsi, sempre. Questa è la modalità di viaggio preferita da Irvin Mujčić. Molti gli daranno del matto. Ma più di qualcuno non potrà che ammirarlo, per le indubbie abilità pratiche, la capacità di adattamento, il coraggio dell’ignoto. E, soprattutto, le forti motivazioni e la coerenza. Perché Irvin è in tutto e per tutto un esempio di consapevole ritorno alle origini. Alla vita semplice dell’essere umano, prima che venisse imprigionato dalle ferree logiche economiche del capitalismo e distratto dalle sirene omologanti di un consumismo compulsivo. E ritorno a una nuova vita possibile, nella terra degli avi, vent’anni dopo la guerra feroce e inattesa che ha devastato la Bosnia quando lui era bambino, mutando drammaticamente il destino di popoli e famiglie. Come la sua.

Le convulsioni etnofobe dei sanguigni nazionalismi balcanici, prepotenti e identitari, sballottarono il ramo più fortunato – se così si può dire – della famiglia Mujčić prima in Croazia sulla costa dalmata già affollata di profughi croati espulsi da Slavonia e Krajina (Nadja Mujčić racconta che “da cattolici mal sopportavano la concorrenza nei campi di accoglienza portata da noi cosiddetti ‘turchi’, come ci chiamavano”) e poi in Italia. A loro capitò di finire a Cevo, un borgo bresciano di ottocento anime acquattato a 1.100 metri di quota in media Valle Camonica, nel cuore del Parco regionale dell’Adamello. Dalle Alpi Dinariche alle Alpi italiane, altro contesto, ma ambiente similare. Era l’agosto 1993, una giovane Nadja vi arrivò grazie a un progetto di accoglienza promosso dai “Beati i Costruttori di Pace”, con i figli Elvira, Irvin e Nermin, 13, 6 e 4 anni, e l’anziana madre, sedici mesi dopo la rocambolesca fuga da Srebrenica imposta loro dal capofamiglia, Muharem, l’ultimo giorno utile – il 16 aprile 1992 – prima che scattasse l’assedio serbo alla città del Nordest bosniaco. Lui invece restò, confidando di poter riabbracciare presto i suoi cari una volta passata la fase acuta delle tensioni. Li sentì, nei tre anni successivi, qualche volta al telefono o attraverso i circuiti dei radioamatori. Poi il silenzio. Non li vide mai più. Quante famiglie sono state separate brutalmente così? A Cevo i Mujčić furono accolti bene, con generosità e simpatia, da una popolazione che non aveva dimenticato la propria tradizione di solidarietà e un passato resistenziale di opposizione fiera all’occupazione nazifascista.

La famiglia Mujčić Nadja e Muharem con i figli Elvira e Irvin nel 1988

Dayton, pace-beffa

Srebrenica (da pronunciare con l’accento sulla prima “e”, Srèbreniza), già apprezzata cittadina termale e mineraria vicina al confine con la Serbia da cui la divide il fiume Drina, nel 1991 aveva censito 37.000 abitanti su un territorio municipale di circa 340 chilometri quadrati. La maggioranza, 27.000, erano bosgnacchi (cioè non serbi e non croati, e solo per semplificazione giornalistica si usa quasi sempre definirli “musulmani”). Dopo il conflitto, la città è finita nella partizione serba dello Stato e i residenti si sono ridotti a cinque-seimila, in parti quasi uguali fra serbi e bosgnacchi. Srebrenica è giocoforza sinonimo del genocidio consumato nell’estate del 1995, che ogni 11 luglio viene commemorato: 8.372 maschi bosgnacchi fra i 17 e i 60 anni, trucidati dai cetnici serbi sotto gli occhi complici dei caschi blu olandesi lì teoricamente per proteggerli, oppure braccati nelle foreste circostanti. Tutti sotterrati in decine di fosse comuni. Fra le vittime, anche Muharem Mujčić, interprete dei soldati Onu, i cui resti non verranno mai più ritrovati, e un fratello di Nadja, che invece è stato identificato e tumulato nel 2008 nel cimitero-memoriale di Potočari. Dopo tre decenni manca all’appello ancora un migliaio di nomi. “Città del genocidio” o “Auschwitz bosniaca”, sono diventati marchi indelebili, funerei quanto doverosi, perché mai si era vista fino ad allora nell’Europa del dopoguerra, una mattanza simile in un pugno di giorni. Ma rischiano anche di condannare un’intera comunità a un lutto perenne, di irrigidire ulteriormente la logica divisoria, per gruppi etnici, sancita a Dayton. Pace armata, pace finta, pace-beffa, come molti suoi critici la definiscono.

Da lì, sempre da lì, è giocoforza partire quando ti trovi davanti ai testimoni e alle vittime di una storia sbagliata e a tutti gli effetti “europea”, oltre che balcanica. Nadja Mujčić, dolce, garbata e austera come la prima volta che la conobbi quasi vent’anni fa, non ha smesso di indignarsi: “Neppure in occasione del trentennale, l’Europa e le Nazioni Unite si sono fatte vedere alla commemorazione presso il memoriale di Potočari, rappresentate ai più alti livelli. Si è presentato solo qualche parlamentare, per lo più dei Paesi vicini. Nessuna assunzione di responsabilità, nessuna risposta alla domanda perché non si è saputo e voluto evitare quel che è successo. Tanti criminali vivono tuttora indisturbati a Srebrenica, e la maggior parte della popolazione serba si rifiuta ancora di riconoscere il genocidio. Nessuno fra chi doveva ha mai chiesto scusa. Lo ha fatto il parroco di Cevo, quando arrivammo in Valle Camonica, e io gli risposi stupita ‘ma don Paolo, cosa c’entri tu?’”. È comprensibile che non ci si possa rassegnare alla perdita di un marito, di un fratello e di una schiera composita di parenti nella barbarica mattanza di quel luglio maledetto, senza che sia fatta vera giustizia. “Con il dolore ci si convive, lo si confina in un angolo del cuore e si va avanti. Ma non ci dobbiamo mai stancare di batterci per la verità”, ci racconta.

Dopo questa mesta e quasi meccanica riflessione, ripetuta negli anni a centinaia di giornalisti, di scolaresche, di interlocutori in eventi istituzionali o didattici, Nadja smette di parlare. La commozione del ricordo le fa tremare lievemente la voce. Guarda, coccolandolo con gli occhi, il figlio diventato un cittadino itinerante di più mondi: l’Italia dove è cresciuto e ha studiato laureandosi in Filosofia, il Belgio dove ha lavorato e si è innamorato, la Bosnia dove è nato e infine tornato per restarci. Irvin riluce di una tridimensionalità culturale che è la sua forza, o così almeno appare. Altrimenti non ti spiegheresti la scelta dura, pesante per chiunque, di vivere da undici anni in operosa clausura agro-pastorale nell’hinterland boschivo di Srebrenica, a diretto contatto con la Natura e in confronto costante con la Storia. Con i fantasmi del passato, a cominciare dalla perdita mai del tutto elaborata di un padre forte, allegro e generoso. Con i problemi vischiosi del presente che incalzano, dentro e fuori il piccolo mondo antico fondato sul rispetto dell’ambiente e dell’uomo che sta pazientemente ricreando e consolidando giorno dopo giorno. E anche con i visionari e meravigliosi programmi che ne stanno facendo un riconosciuto costruttore di futuro. Al punto di essere diventato il protagonista di un documentario svizzero intitolato “Il ragazzo della Drina”, per la regia di Zijad Ibrahimović, presentato la scorsa primavera al concorso per il Premio Soletta e proiettato in diverse sale elvetiche e italiane.

Il domani – che in parte è già realtà – poggia sulle fondamenta di un villaggio ecosostenibile denominato “Eko meta” a Kasapić, piccola oasi verde a tredici chilometri dal centro di Srebrenica, alle pendici del monte Kak, tra il fiume Jadar e il torrente Kasapić. Qui Irvin, dopo aver lasciato il suo lavoro di ricercatore per la Commissione Europea di Bruxelles (dove si è occupato del genocidio di rom e sinti nella Seconda guerra mondiale e di protezione dei diritti delle minoranze in Europa), ha avviato il progetto “Srebrenica City of Hope-Città della Speranza”, sostenuto con entusiasmo dall’associazione italiana “Amici della Natura”. “Eko meta” vuole essere il primo passo concreto per restituire al territorio un’immagine diversa da quella di sacrario del genocidio.

“Meta di un turismo del macabro – ragiona Irvin –, funzionale al mantenimento di una memoria puramente vittimistica e mercificata, nella parte musulmana, e di una contrapposta memoria propagandistica che nega il genocidio, nella parte serba. In tal modo, non si riesce a porre le basi per una qualche forma di riconciliazione fra i due campi, perché si tratta di approcci entrambi sbagliati alla memoria, che mettono la storia e la storiografia in secondo piano”. Ecco il muro da superare. Irvin lo ha fatto a partire innanzitutto da sé stesso, cercando di attivare quella che chiama una “memoria attiva”. “Una forma di riconciliazione personale con il territorio e di analisi di ciò che poteva unire gli essere umani”, dice, richiamando come suo modello di riferimento il villaggio realizzato dalle donne curde a Jinwar, nel nord-est della Siria, costruito come si faceva un tempo, con acqua, paglia e fango. “Ospita donne non solo curde che hanno subito violenza, si fonda sull’autosufficienza agricola e il rispetto della Natura, e propone progetti sociali che consentano alla comunità di ripartire indipendentemente dalle differenze etniche e religiose”, racconta con evidente ammirazione. Nel suo piccolo, l’esperimento sta funzionando anche a Kasapić, dove il giovane Mujčić è riuscito ad attivare una rete di micro-economia locale che vede cooperare famiglie e lavoratori delle due comunità che la guerra ha diviso, e la prospettiva di un onorevole sviluppo sta ora riavvicinando.

Una bici che ne ha visti di chilometri

«Stupro alla scienza e all’umanità»

A convincerlo che quella fosse la strada giusta, sono state anche le gravi inondazioni del 2014. “Davanti ai disastri dell’alluvione che colpì indistintamente tutti, le varie popolazioni si sono scordate di essere gruppi etnici, ma solo esseri umani, e così gli ex nemici si sono dati una mano senza guardare a che religione appartenesse il vicino. Anche le due entità statali bosniache, la croato-musulmana e quella serba, nell’occasione hanno finito per collaborare. La difesa della Natura, quindi, può fare da collante. Lo si vede anche dalla crescita dei movimenti ecologisti multietnici contrari alla proliferazione di centrali idroelettriche o allo sfruttamento delle risorse minerarie nazionali appaltato a grandi società estere”. Tutto è cambiato nel Paese considerato un tempo modello di esemplare connubio tra genti di ogni lingua, credo e provenienza. Irvin propone una definizione cruda e impietosa, ma terribilmente vera, dei Trattati di Dayton: uno “stupro alla scienza e all’umanità”. “La scienza ci insegna che siamo uomini tutti quanti alla stessa maniera, a livello biologico. Ci possiamo distinguere per culture, lingue, religioni e quant’altro, ma non nell’essenza umana. Aver riconosciuto diritti solamente a tre gruppi etnici, lasciando fuori le piccole comunità degli ebrei e dei rom, ha creato un sistema discriminatorio condannato dalla Corte di Strasburgo nel 2014, ma mai cambiato”, così l’ecologista e attivista per i diritti umani che si sposta per l’Europa in bicicletta smonta le matrioske dentro cui è stata abilmente camuffata la reale situazione della Bosnia ed Erzegovina. Condannata a un’apartheid internazionalmente legalizzata.

La necessità di settorializzare competenze, sovranità, poltrone, poteri, fondi e finanziamenti, fra bosgnacchi-musulmani, croato-cattolici e serbo-ortodossi? È il metodo migliore per “perpetuare il potere dei nazionalisti che hanno provocato la guerra e distrutto il Paese, alimentando un gigantesco sistema di corruzione, assistenzialismo parassitario e favoritismi che fa comodo a tutti, indistintamente, e uccide ogni possibilità di iniziativa individuale, ogni volontà e speranza di cambiamento”.

Le minacce di secessione della Republika Srpska (Repubblica Serba) e le voci di un possibile nuovo conflitto? Ride: “Fumo negli occhi. Non c’è lavoro, non ci sono prospettive, i giovani non hanno nessuna voglia di andare a combattere e se ne vanno a cercare fortuna in Europa. In patria restano solo i vecchi e gli assistiti. Srebrenica aveva 37.000 abitanti prima della guerra, oggi ne restano forse tre o quattromila. La diaspora è continua e colpisce ovunque. Ecco perché sono tornato. Perché la mia generazione ha il dovere di prospettare un futuro diverso, uno sviluppo sostenibile e condiviso, una memoria non avvelenata dai nazionalismi, una possibilità di collaborare per il bene comune”. Come buona parte dell’Europa spazzata dai venti del sovranismo, anche la Bosnia di oggi non fa eccezione, sottolinea Irvin con disappunto e freddezza analitica: “Nessuno sembra ricordare la lezione degli anni Novanta. Il Paese tratta in modo inumano i profughi della rotta balcanica, che hanno una pelle di colore diverso, e la gente manifesta perché non vuole i campi dimenticando di averli sperimentati in prima persona trent’anni fa”.

Ha scritto Ivo Andrić nel romanzo immortale “Il ponte sulla Drina”: “E così, tra il cielo il fiume e le montagne, una generazione dopo l’altra imparava a non compiangere troppo ciò che la torbida acqua si portava via; ché la vita è un miracolo impenetrabile perché si fa e disfà incessantemente, eppure dura e sta salda, come il Ponte sulla Drina”. Una nota di poetico incoraggiamento a non disperare nella possibilità di cambiare le cose? O un lirico invito alla rassegnazione? Lo scrittore jugoslavo premio Nobel per la Letteratura avvertiva (“Lettera del 1920”) peraltro che “la Bosnia è il Paese della paura e dell’odio”, pronti prima o poi a riesplodere dalle sue “dense profondità”. È anche per questo, forse, che allo Stato profilato a Dayton con il metro etnico-religioso, per rinascere davvero, servono uomini forti e sognatori come Irvin Mujčić. Sminatori di odio e missionari laici che propagano fiducia tolleranza e rispetto attraverso il seme dell’umanità.

Lui lo coltiva ogni giorno nel suo villaggio eco-sostenibile. Bonificando la terra avvelenata di Srebrenica. Condividendo la tavola con gli agricoltori bosgnacchi da cui acquista i prodotti freschi. Bevendo una rakija con gli elettricisti e gli idraulici serbi che vengono a fare le manutenzioni. Vicino a Srebrenica – è bene saperlo – è già nata una micro-Bosnia aperta e plurale. Quando invece sente nostalgia degli altri suoi due mondi – l’Italia e il Belgio – Irvin non ha dubbi. Aspetta la fine della stagione turistica e parte. Con la fidata bicicletta o a piedi. Senza fretta, sa che arriverà dove vuole.

«Sono l’idolo di tutti i tifosi, non temete per me».
L’illusione di Muharem

Racconta Nadja Mujčić: “Mio marito Muharem giocava a calcio nel Guber Srebrenica, una delle più quotate squadre della regione, e con i suoi gol era l’idolo di tutti i tifosi, senza distinzione. Nel 1991, l’anno prima che scoppiasse la guerra in Bosnia, gli venne offerto di andare a giocare a calcio in Olanda. Ironia della sorte, proprio il Paese da cui sarebbero arrivati pochi anni dopo i soldati dell’Onu che dovevano difenderci dalla violenza dell’esercito serbo e ai quali lui fece da interprete essendo laureato in lingue. Mi chiese cosa ne pensassi. Perché andarsene all’estero, dove non conoscevamo nessuno, quando nella nostra città stavamo bene, ci sentivamo realizzati, avevamo entrambi due lavori? Lui aveva anche iniziato a fare l’allenatore. Insomma, rinunciammo. L’anno dopo la situazione precipitò e allora Muharem mi convinse ad andare a stare con i bambini, per un po’, dai miei suoceri in una zona più tranquilla del Paese. E tu, gli dissi? Mi rispose ‘stai tranquilla, non mi succederà niente, qui mi vogliono tutti bene. Vi aspetto qui, vedrai che finirà tutto rapidamente’. Era pieno di fiducia, sempre allegro, paziente e disponibile”. Si narra che Muharem, nell’imminenza della caduta di Srebrenica in mano serba, si fosse unito a un gruppo di concittadini per tentare la fuga verso Tuzla attraverso i boschi, ma poi ci avesse ripensato. “Torno indietro, perché il destino della mia gente è anche il mio”. La famiglia non è in grado di confermare. Ma si dà per certa la sua abnegazione per salvare più persone possibili, scongiurando i Caschi Blu olandesi di aprire le porte del Comando a Potočari e prenderle sotto la loro protezione.

«Eko meta», il volto della nuova Srebrenica

Il progetto “Eko meta” è nato da un’idea di Irvin Mujčić in collaborazione con l’Associazione italiana “Amici della Natura”, sezioni di Saviore dell’Adamello e di Ceto (Brescia). Irvin e l’amico Luka, un sopravvissuto al genocidio del luglio 1995 tornato come lui a vivere in Bosnia, hanno prima realizzato una Casa della natura con una ventina di posti letto e uno spazio comune per cucinare e mangiare. Quindi, utilizzando sassi, pietre, abeti, faggi e altri materiali reperibili nella zona, hanno costruito con le proprie mani sette casette nello stile antico dell’Osat. Il villaggio promuove da marzo a ottobre viaggi di istruzione per le scuole e un turismo sostenibile, abbinando conoscenza delle tradizioni locali, ospitalità presso le famiglie contadine e attività di escursionismo e trekking. Interessante, in particolare la proposta di trekking lungo il Canyon della Drina: dura sette giorni e tocca luoghi di particolare bellezza, sulle orme di chi negli anni Novanta fuggiva dalla guerra o andava alla disperata ricerca di cibo. Nel villaggio fra le montagne a 13 km da Srebrenica, vengono proposti anche laboratori di fotografia e, con la collaborazione di Elvira Mujčić, sorella scrittrice di Irvin, corsi e laboratori di scrittura e letteratura. Molte le scolaresche e i turisti che arrivano soprattutto dall’Italia e da altri Paesi europei. E le persone che vivono in Bosnia? “Per ora, loro non si mostrano interessate. Preferiscono frequentare i centri commerciali, i pub e i locali alla moda”, allarga le braccia Irvin.
Per informazioni più dettagliate, sia riguardo a “Eko meta” sia ad altri similari progetti di turismo sostenibile, valorizzazione del territorio e difesa ambientale, si rimanda al sito Internet “amicidellanatura” e in particolare alla voce “ViagGIAN”.


Foto di Nadja e Irvin Mujčić
Si ringrazia la redazione della testata giornalistica “La Voce del Popolo“ di Fiume che per gentil concessione ci ha autorizzato a riproporre l’articolo su “IL DIARIO online

Valerio Di Donato
Valerio Di Donato, giornalista e scrittore. Ha lavorato a lungo al "Giornale di Brescia", occupandosi di politica interna e estera approfondendo in particolare le vicende dell'area balcanica. Ha pubblicato due libri: "ISTRIANIeri. Storie di esilio", uscito nel 2006 con "Liberedizioni" di Gavardo, una serie di racconti di vita vissuta concernenti la storia degli esuli giuliano-dalmati e non solo. Nel 2021 ha esordito nel romanzo storico con "Le fiamme dei Balcani", per i tipi di "Oltre edizioni" di Sestri Levante.

1 COMMENT

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here