Molti italiani – ci auguriamo che siano davvero in molti – si saranno chiesti perché, recentemente, è stata effettuata un’ennesima raccolta firme per indire un nuovo referendum, col quale confermare o meno principalmente la riforma dell’articolo 104 della Costituzione (la cosiddetta riforma della giustizia). Il dubbio riguarda il fatto che un analogo quesito è già stato definito e approvato, tanto che il prossimo referendum si dovrebbe tenere nella data, fissata dal governo, del 22 e 23 marzo prossimi.
Perché questo apparente, strano doppione?
Cercherò di spiegarlo in termini, se possibile, più chiari. Il referendum viene chiamato pomposamente riforma della giustizia, ma in realtà riguarda principalmente la decisione o meno di separare nettamente la carriera dei magistrati inquirenti, cioè i pubblici ministeri che conducono le indagini, e quelli giudicanti, cioè i giudici che emettono le sentenze. Di fatto, intende spezzare il Consiglio Superiore della Magistratura (l’organo di autogoverno della magistratura), sdoppiandolo in due Csm distinti e separati, uno per i pubblici ministeri e uno per i giudici (magistrati giudicanti). I due “nuovi” Csm perderebbero il potere principale, cioè quello della potestà disciplinare: non potranno più giudicare pm e giudici. Questo potere disciplinare passerebbe infatti ad una nuova Alta Corte disciplinare.
Altro punto controverso: la riforma introduce il sorteggio come criterio di selezione dei membri del CSM.
A muovere i riformatori è il tema dell’imparzialità dei giudici. Per i fautori del NO il sospetto è che questa motivazione nasconda un progetto a lunga scadenza, per mettere i magistrati sotto controllo della politica. Fin dai tempi dei processi a Berlusconi, buonanima, il tema dell’imparzialità dei giudici era stato messo in discussione. Poi venne anche lo scandalo che ebbe per protagonista Luca Palamara, riguardante il potere degenerato delle correnti in seno al CSM. Il caso clamoroso aveva dato esca alle critiche, ma va ricordato che fu proprio la stessa magistratura, attraverso le indagini della procura di Perugia, ad avviare la necessaria rigenerazione del proprio massimo organo.
Per la legge attuale, chi vuole diventare magistrato supera un unico concorso pubblico, valido per entrambe le funzioni. Dopo decide, se fare il pubblico ministero (pm) o il giudice. In seguito può scegliere di passare dall’una all’altra funzione, ma può farlo una sola volta e soltanto nei primi nove anni della sua carriera. Perciò nella pratica questi passaggi da una carriera all’altra avvengono molto raramente (riguarda circa 20 magistrati all’anno su circa 10 mila!). Questa inezia giustifica una modifica costituzionale?
Comunque sia, la riforma costituzionale dell’art.104 è stata approvata in Parlamento, favorita dalla maggioranza del governo Meloni, in tempi particolarmente ristretti, con una discussione monca e limiti per apportare eventuali modifiche.
Una fretta irrituale, per un argomento così delicato. Il referendum confermativo o meno, da parte della popolazione italiana, è indispensabile. Necessita infatti l’approvazione degli elettori, trattandosi di materia costituzionale, sulla quale non è stato raggiunto in parlamento un numero qualificato di voti a favore. Per questo referendum è stata scelta una data ravvicinata, impedendo di fatto un opportuno approfondimento del dibattito che per sua natura dovrebbe garantire un ampio spazio di discussione pubblica. Data la delicatezza della materia, Il referendum costituzionale ha infatti una funzione di tutela delle minoranze, consente ai cittadini di esprimersi su una riforma già approvata dal Parlamento, riequilibrando il rapporto tra istituzioni rappresentative e corpo elettorale.
Secondo la normale procedura, il referendum confermativo doveva essere programmato seguendo questo iter: la fine della raccolta firme sarebbe il prossimo 30 gennaio 2026. Da questa data, la Cassazione avrebbe altri trenta giorni per ammettere o meno la richiesta e valutare anche il quesito da apporre sulle schede. Solo a quel punto, il Consiglio dei ministri avrebbe potuto deliberare sulla data definitiva del referendum, con un tempo stimabile negli ulteriori cinquanta – settanta giorni successivi. Per farla breve e considerando le festività di Pasqua, non si sarebbe potuto votare prima di metà aprile.
Invece la data del referendum, a raccolta firme ancora in corso, è stata decisa, come indicato, per i gg. 22 e 23 marzo prossimi. Una probabile forzatura della legge, contro cui è stato presentato ricorso al Tar.
Inoltre, il 19 dicembre 2025, quindici cittadini e giuristi si sono presentati in Cassazione per dar vita ad una nuova raccolta firme, finalizzata alla modifica del quesito referendario, rispetto a quello promosso dai parlamentari. Si tratta di un diritto previsto dall’ordinamento, anche se – va detto – è fortemente limitato, quando la data del referendum è già stata fissata, come in questo caso.
Sostanzialmente, anche se effettivamente è stato formulato un nuovo quesito più dettagliato, si è trattato di un espediente per guadagnare tempo, ritenendo insufficiente il periodo a disposizione per far conoscere alla popolazione le motivate ragioni di dissenso a toccare la nostra Costituzione, su una materia così specialistica. La nuova raccolta firme, in meno di tre settimane ha superato le 500.000 necessarie e continua.
Nel frattempo il Tar non ha sospeso la delibera con cui veniva ammesso il primo referendum, ma ha fissato per il 27 gennaio 2026 la camera di consiglio per la trattazione collegiale del ricorso.
Perché tanto interesse a questo referendum? Ne accenniamo brevemente, anche ci riserviamo di relazionare con maggiori argomentazioni in seguito.
L’opposizione ritiene che – se vincessero i SÌ – si verificherebbero le condizioni, con successive manovre, per mettere sotto controllo della politica anche la magistratura o comunque per indebolirne la rappresentatività. Viene posta in dubbio anche la poca ragionevolezza di un sorteggio, col quale sarebbe eletta una parte significativa del Consiglio Superiore della magistratura (i cosiddetti togati).
Il referendum confermativo non necessita di quorum: estremizzando, se andassero a votare soltanto 3 elettori in tutta Italia, basterebbero 2 voti uguali per far passare o per rifiutare la modifica alla Costituzione.
Desidero qui riportare il senso delle parole con le quali Gianrico Carofiglio, ex magistrato e ora scrittore acuto, solidamente convinto per il No, ha sintetizzato la sua opinione per Arena Repubblica, circa il meccanismo del sorteggio:
“Voi vorreste eleggere (omissis) qualsiasi altra assemblea che prende decisioni fondamentali per la vita pubblica, attraverso uno strumento brutale e pericoloso come il sorteggio? Soprattutto attraverso uno strumento che nessun sistema nel mondo ha adottato e non certo perché loro sono più intelligenti, ma perché ci sono cose che funzionano e che si possono perfezionare e cose di cui non abbiamo idea e che non bisognerebbe maneggiare pericolosamente”. Seguendo il filo di questo ragionamento, circa la delicatezza delle mansioni affidate al CSM, che necessitano di competenza e merito, ci si potrebbe chiedere, paradossalmente e ponendo un simile quesito su un terreno più familiare a chi non si intenda di aspetti giuridici: credereste opportuno sorteggiare i giocatori titolari della Nazionale di calcio tra tutti i calciatori in serie A?
Vale la pena riflettere.



Molto incisivo l’esempio del sorteggio per decidere chi gioca nella nazionale di calcio