Parliamo di “geologia” e di “spesa pubblica”. La prima dovrebbe servire ad illuminare le azioni di coloro che devono amministrare la seconda. La geologia è una scienza e spiega come, alterando la superficie di montagne, colline, rive dei fiumi e pianure, spessissimo si manomette un equilibrio naturale. La manomissione di un equilibrio naturale diventa anche un fatto contabile: basta pensare alle frane e alla quantità di soldi pubblici necessari per la loro mitigazione (perennemente provvisoria). La politica le frane le sta facendo passare come un fatto ciclico naturale proprio per il loro continuo manifestarsi. Come fosse un accadimento che non fosse possibile prevedere e prevenire, contando sul fatto che l’eventuale evento franoso e relativo disagio si manifesteranno a distanza di anni: tutto il tempo necessario per cancellarlo dalla memoria storica delle scelte urbanistiche operate nel corso del processo di antropizzazione della superficie terrestre.
Ma quand’è che inizia l’iter di formazione geologica delle frane? Inizia quando la politica, incurante del potenziale dissesto idrogeologico che comporta ospitare nelle Dolomiti un evento sportivo planetario, esulta per l’assegnazione delle Olimpiadi Invernali. Olimpiadi Invernali che per le dimensioni logistiche che hanno assunto nel tempo (numero elevato di atleti, di discipline, più elevati standard logistico-tecnico-sportivi, ecc.) hanno bisogno di grandi superfici e grandi impianti che l’Italia, un paese con il maggior consumo di suolo in Europa, non si può permettere. L’iter di formazione geologica delle frane inizia quando la politica italiana (tutta) decide di spendere soldi pubblici per l’organizzazione delle Olimpiadi mentre altre nazioni, Austria, Svizzera, Canada, con montagne prive del fascino delle nostre Dolomiti, hanno detto: “no grazie”. Da noi cosa sta succedendo? Sta succedendo da almeno trent’anni che si stanziano soldi pubblici per opere urbanistiche sul suolo naturale di montagna che quasi sempre si rivelano, nel tempo, come un investimento per future “calamità innaturali”. E questo investimento in futuro dissesto idrogeologico continua come fossimo all’anno zero nel processo di antropizzazione della montagna. Parallelamente all’inizio dell’iter geologico nella formazione delle frane inizia il conteggio del tempo che ci separa dalla contabilizzazione del denaro pubblico per la lotta al dissesto idrogeologico. Nell’iter decisionale che porta alla candidatura di Cortina nella testa di politici e affaristi si attua una doppia rimozione, una sorta di “discrasia cognitivo/mnemonica”: dei “rischi futuri” a cui si sta esponendo con le nuove opere l’area di Cortina e dei “danni emersi in passato” con le frane in attività.
L’iter di formazione geologica delle frane inizia quando si ignora l’investimento in frane a seguito della scomparsa di 30 ettari di superficie boschiva e 19 ettari di superficie a prato sulle pendici delle Tofane per creare o allargare le piste e le vie di raccordo e accesso per le gare di sci da discesa femminile. Inizia quando si abbattono 450 larici per fare una pista da bob “usa e getta”. Inizia quando si viola il “principio di precauzione” dinanzi alla frattura sul versante sopra il cantiere della stazione d’arrivo della cabinovia Apollonio-Socrepes passata, a fine agosto 2025, da 30 a 120 metri di lunghezza.
Inizia quando si minimizza il riaccendersi geologico della frana di Croda Marcora a San Vito, lungo la statale 51 di Alemagna, che impedirebbe, addirittura, per ragioni di sicurezza, di raggiungere il luogo dell’evento olimpico.
Sulla frana di San Vito si minimizza, a ridosso dell’evento olimpico, pure l’enorme impatto sui conti pubblici per le spese da sostenere per l’emergenziale e necessaria mitigazione, (vasche di contenimento del materiale a monte, sottopassi idraulici, cc.) o per finanziare la costruzione di un viadotto per ovviare ai disagi ricorrenti, aggiungendo, al danno ecologico e contabile, il danno paesaggistico.
L’iter di formazione geologica delle frane inizia nella nostra mente quando non diamo spazio ad una “nuova visione infrastrutturale” del futuro del Cadore, magari ripristinando la ferrovia delle Dolomiti Calalzo-Cortina e rinunciando all’idea di candidare Cortina per le Olimpiadi. Si scacciano i fantasmi di uno “sviluppo fragile” attraverso il linguaggio di una “propaganda anestetizzante” e sconsiderate campagne rassicuranti di marketing mediatico. Si censura il valore del “limite” che nell’ epoca geologica e climatica che stiamo già vivendo e subendo acquista un “valore assoluto”, diventa “principio morale” e dovrebbe guidare le azioni, non per aumentare, ma per mitigare gli effetti prodotti sul clima e sull’ambiente dal nostro antropocentrismo. Come non avessimo già consumato suolo, antropizzato ampie aree naturali con strade, piste per lo sci da discesa, strade forestali, urbanizzazioni turistiche, impianti a fune, ecc. Il “danno istituzionale” (sociale, ecologico, economico) è triplice: si investono “risorse pubbliche” in futuri fenomeni franosi, si sottraggono quelle risorse a forme di sviluppo realmente sostenibile ed infine si finanzia, in modo residuale, e sempre con soldi pubblici, la lotta al dissesto idrogeologico che si è colpevolmente creato.


