La “turistificazione industriale” della montagna: il caso di San Martino di Castrozza

Nel 2018 la tempesta Vaia ha colpito pesantemente l’area boschiva a ridosso del centro abitato di San Martino di Castrozza. Agli abitanti si offriva uno spettacolo desolante: centinaia di alberi a terra, abbattuti dalla forza del vento e della pioggia. Quella di San Martino di Castrozza-Rolle è stata una delle aree del Trentino più colpite. Ma il monito di Vaia con i suoi visibili effetti sui boschi di San Martino di Castrozza non ha dispiegato nel tempo tutta la sua forza premonitrice. Infatti, dopo 7 anni da quell’evento drammatico, il modello di montagna in “versione parco giochi” resta scolpito nella mente e nei propositi degli odierni amministratori locali. 

Dalla Provincia di Trento vengono stanziati 55 milioni di euro per un’infrastruttura a fune con cinque stazioni di collegamento che collegherà San Martino a Passo Rolle (tra Pra delle Nasse e Malga Fosse di Sopra) che renderà necessario il taglio di centinaia di alberi sani che non potranno più assorbire   l’acqua meteorica impedendo il suo scorrere impetuoso verso valle e verso centri abitati e non potranno più stabilizzare e proteggere i versanti dall’erosione e dalle frane.

Il sacrificio degli alberi viene accompagnato da una narrazione ipocrita e auto assolutoria: lo si fa per avere una mobilità sostenibile, per ridurre l’uso dell’auto. Come non fosse possibile, già oggi, collegare con delle navette San Martino di Castrozza al Passo Rolle utilizzando la S.S. 50. E per dare corso a questa ennesima mira antropocentrica si fa passare per sostenibile il taglio di centinaia alberi allo scopo di creare lo spazio per il nuovo tracciato della funivia, per nuove piste e per lo spostamento (con nuovi sbancamenti) di parte dell’attuale S.S.50.  È necessario capovolgere la narrazione semplicistica e interessata che concepisce lo sviluppo economico nelle terre alte secondo un’equazione autodistruttiva: sviluppo=turismo di massa=overtourism.

Un certo modello di sviluppo economico realmente sostenibile della montagna è possibile, ma a due condizioni. La prima: favorire con “investimenti e misure economiche e sociali strutturali” il ripopolamento dei paesi di montagna. La seconda: governare gli effetti sull’habitat alpino  del cambiamento climatico. 

La montagna può avere un futuro, anche se sarà un  futuro con numeri più contenuti (in termini di fatturato economico complessivo e in termini di affollamento ricettivo), ma bisogna uscire dalle categorie economiche di tipo industriale con cui si è fin qui declinato lo sviluppo della sua economia. Quante azioni si potrebbero intraprendere con quei 55 milioni stanziati dalla Provincia di Trento per un’infrastruttura insostenibile nel tempo? Perché non utilizzarli per ricreare nelle vallate alpine, che si stanno lentamente spopolando, una  vita di comunità durante tutto l’anno? 

Anziché finanziare le perdite certe degli impianti di risalita si finanzino i servizi collettivi di mobilità sostenibile e i servizi di prossimità: commerciali, sanitari, assistenziali, scolastici, ricreativi. Si intraprenda un’operazione a medio termine per il ripopolamento destagionalizzato della montagna.  L’innalzamento delle temperature, la siccità, le ondate di calore e la congestione urbanistica nelle città assediate dal cemento sono tutti fenomeni che possono favorire la scelta di vivere in montagna, andando oltre  la monocultura dello sci da discesa.

Il ripopolamento della montagna può essere favorito da “un’agricoltura delle terre alte” resa possibile dagli effetti del cambiamento climatico, oltre che con le tradizionali attività, quali la  zootecnia, la pastorizia, la “selvicoltura non estrattiva”. Una “nuova visione del futuro” della montagna è possibile se pensiamo ai nuovi bisogni che stanno emergendo in una società che consuma convulsamente beni materiali e risorse naturali. Pensiamo solo al bisogno delle persone con patologie di difendersi dagli effetti delle ondate di calore delle città e come gli spazi naturali possono avere effetti terapeutici positivi. Pensiamo a come sarebbe possibile nei luoghi di montagna, attraverso attività di animazione culturale, naturalistica, artistica, ricreativa e per il benessere (well being), promuovere un “turismo consapevole” in tutte le stagioni dell’anno. 

Pensiamo al “bisogno di spiritualità”, al potere del bosco nel promuovere la connessione con la natura, il benessere e la crescita personale. Pensiamo al “lavoro a distanza” sperimentato durante il Covid, dove, riducendo la necessità della presenza fisica nelle sedi delle aziende, diventa possibile lavorare anche in luoghi distaccati. 

Se in nome di un “turismo consapevole” prevale la dimensione naturalistica e spirituale della montagna sono possibili iniziative creative e attrattive come quella che ha visto il restauro e il recupero dell’antico Borgo di Palue (Sottoguda, Rocca Pietore, BL). Il borgo è stato fatto rinascere attraverso la creazione di un giardino alpino e l’utilizzo dei tabià restaurati come luoghi di meditazione e come luoghi di ascolto di sé stessi e punto di ritrovo per esperienze di riconnessione alla natura (forest bathing), nonché punti di partenza per “passeggiate sensoriali” in faggete nelle loro diverse vesti stagionali. 

Se i soldi pubblici trovano direzioni alternative  e smettono di assecondare un futuro senza prospettive, come quello che propone nuove aggressioni alla natura, probabilmente non avremo  fatturati da capogiro (e connessi fenomeni di “overtourism”), ma garantiremo un duraturo equilibrio   ecologico alla montagna. Abbiamo bisogno di una visione del futuro che si adatta alle caratteristiche delle terre alte nel tempo dei cambiamenti climatici. Un adattamento necessario per non lasciare rottami di impianti abbandonati alle future generazioni. Forse avremo un’economia con flussi turistici più contenuti, ma compatibili nel tempo e riusciremo anche a salvaguardare l’anima delle terre alte.

Dante Schiavon
Laureato in Pedagogia. Ambientalista. Associato a SEQUS, (Sostenibilità, Equità, Solidarietà), un movimento politico, ecologista, culturale che si propone di superare l’incapacità della “classe partitica” di accettare il senso del “limite” nello sfruttamento delle risorse della terra e ritiene deleterio per il pianeta l’abbraccio mortale del mito della “crescita illimitata” che sta portando con se nuove e crescenti ingiustizie sociali e il superamento dei “confini planetari” per la sopravvivenza della terra. Preoccupato per la perdita irreversibile della risorsa delle risorse, il “suolo”, sede di importanti reazioni “bio-geo-chimiche che rendono possibili “essenziali cicli vitali” per la vita sulla terra, conduce da anni una battaglia solitaria invocando una “lotta ambientalista” che fermi il consumo di suolo in Veneto, la regione con la maggiore superficie di edifici rispetto al numero di abitanti: 147 m2/ab (Ispra 2022),

1 COMMENT

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here