Oggi “Il diario online” propone “Matilde la resistenza e il sorriso“, una storia di Enrico De Zottis, suddivisa in due puntate
Mia madre diceva sempre che c’era vento caldo tra le strade, il giorno in cui sono nata. E quel vento forse è rimasto con me nel corso della mia vita, fin da quel giorno di maggio del 1925 in cui sono venuta al mondo a Treviso, nella nostra casa. L’ultima nata nella famiglia Zamperini Schumann, una piccola sorpresa dopo tre sorelle e un fratello, e forse fu proprio per compensare che diedero a me, l’ultima nata, il nome di una bisnonna: Matilde.
La mia infanzia fu soprattutto un periodo di pace e di scoperta, tanto delle stanze antiche della nostra casa che delle vie di Treviso, che per me costituivano due elementi di uno stesso mondo, il nostro mondo, bellissimo e isolato. Mia madre, sempre un po’ rigida nella severa dignità che si era portata dall’Austria, cercava per quanto possibile di limitare la mia esuberanza, ma finiva sempre per dover cedere a mio padre che invece incoraggiava la mia curiosità e la voglia di conoscere. Fu per sua scelta che, invece che essere affidata a tutori privati come avrebbe voluto mia madre, fui mandata a studiare all’Istituto delle Canossiane.
Fu lì, in quelle stanze ammuffite ma piene di cultura e sapienza, che trovai quello che la mia mente cercava disperatamente: filosofia, storia, letteratura classica, Socrate, Marco Aurelio e poi tutti i grandi pensatori cristiani. Ricordo bene come ben presto fui presa, mente e anima, in particolare dalle scuole di pensiero che vedevano nel servire gli altri il massimo compimento di una vita: qualcosa nell’idea di dedicarsi agli altri trovò la strada per il mio cuore e vi sarebbe rimasto per sempre.
Ma tutto cambia, e il tempo non aspetta nessuno. Pochi giorni dopo il mio quindicesimo compleanno, nel giugno del 1940, l’Italia entrò in guerra. Mia madre, la più religiosa della famiglia, aveva pregato a lungo affinché il conflitto che stava bruciando l’Europa ci risparmiasse, ma evidentemente la sua devozione non era stata sufficiente. E fu così che prima che ce ne rendessimo conto le nostre vite furono sconvolte: mio fratello Arturo, unico uomo della famiglia oltre a mio padre e ai mariti delle mie sorelle, dopo pochi giorni partì per il fronte. Era un giovane ufficiale dell’Esercito Regio, così elegante e fiero nella sua uniforme. Elegante, fiero e tragicamente ingenuo, e così come lui tanti altri… noi compresi, che salutavamo la sua partenza sventolando bandierine.
Non passarono molte settimane che arrivò quel fatidico, maledetto telegramma che ci fede piombare nella disperazione più oscura: mio fratello Arturo era morto combattendo in Africa Settentrionale, in Egitto. Il dolore fu una marea che ci travolse, reale come niente che avessi mai provato prima in vita mia. Per giorni mia madre non uscì dalla sua stanza, e mio padre da par suo sembrava un fantasma che si aggirava pallido e silenzioso per la casa.
Gli anni successivi furono un lento, soffocante crescendo di paura. La guerra si insinuò nella nostra quotidianità con il razionamento, le sirene dell’allarme aereo e i bombardamenti sempre più vicini. Era il tempo delle notti passate in rifugio, del cibo contato e dell’ansia perenne.
Fu proprio in quel clima di orrore prolungato che, unita al mio desiderio di sentirmi utile, comincio’ a sorgermi in cuore l’idea di agire, di fare la mia parte. Non potevo sopportare oltre la nostra vita isolata. Ma allo stesso tempo non sapevo cosa avrei potuto fare, a parte combattere la paura, studiare e cercare di far sorridere mia madre.
Poi arrivò l’8 settembre del 1943. Avevo 18 anni e l’arrivo dei tedeschi in Italia fu la cosa più violenta che avessi mai visto. La loro brutalità spietata, l’arroganza con cui trattavano la nostra gente, furono questi gli ultimi colpi di martello che fecero crollare le riserve che ancora avevo in me.
Il secondo capitolo di “Matilde la resistenza e il sorriso” verrà pubblicato domani mercoledì 03/12/2025


