VINCE CHI NON VOTA?

Mi torna alla mente mio padre, buonanima. Ricordo che quand’ero piccolo mi chiamava bambino dei perché: mi ostinavo a chiedere risposte, estenuanti per gli adulti, ai perché di ogni cosa. Non capendo nulla di elezioni, coglievo una certa sacralità nell’impegno dei miei a recarsi al seggio. Rispondendo a misura di bambino, con la didattica ruspante dei genitori dell’epoca, al mio implacabile “perché si va a votare?”, faceva calare dall’alto l’obbligo imprescindibile e dopo mi ammoniva che sarebbero venuti i carabinieri, se si restava a casa, in quanto era reato astenersi. Era soltanto una mezza bugia, come vedremo.

Del resto lui era un omino qualunque che aveva sopportato la guerra e anche chi l’aveva spedito a congelarsi nella delirante campagna di Russia. La democrazia, conquistata col sangue, era rifiorita dopo il tristo ventennio che progressivamente aveva svuotato di senso le votazioni, arrivando a sopprimere nel 1939 la Camera dei Deputati, sostituita dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni, i cui membri non erano più eletti, ma nominati in base alla loro posizione nei gangli del regime. Quella data aveva segnato la fine delle elezioni democratiche e l’abolizione del suffragio universale. 

Con il ritorno della libertà, nel 1945 era stato concesso finalmente anche alle donne il diritto di voto e la nuova Costituzione aveva sancito con l’art.48  un principio: “Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed uguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico..(…).” Prescriveva che questo delicatissimo diritto-dovere di voto “non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.”

Nel 1957, con il dpr n.361 del 30 marzo, era stato addirittura reso sanzionabile chi non si recava a votare. Infatti l’art.4 recitava: ” L’esercizio del voto è un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese”. E con art. 115 veniva stabilita una sorta di pubblica gogna mediatica: “L’elettore che non abbia esercitato il diritto di voto, deve darne giustificazione al sindaco (….) L’elenco di coloro che si astengono dal voto (…) senza giustificato motivo è esposto per la durata di un mese nell’albo comunale (…) Per il periodo di cinque anni la menzione ‘non ha votato’ è iscritta nei certificati di buona condotta (…)”.

La legge era severa, eppure a quei tempi si recava a votare spontaneamente circa il 90% degli aventi diritto. Anche dopo che, nel 1993, la sanzione era stata abolita, fino al 2008 i votanti hanno sempre superato l’80% degli aventi diritto. Ai seggi venivano portati in barella persino i vecchi inabili, perché ogni segno sulla scheda contava.

Che cos’è accaduto, se sono precipitate le percentuali di votanti e adesso sono vicine al 40%?  Mancano all’appello grosso modo 17 milioni di voti. Una bazzeccola?

 Il fatto che i partiti oggi siano poco rappresentativi, o che la sfiducia abbia preso il sopravvento, non basta a spiegare il fenomeno. Uomini discutibili, accanto a scrupolosi sacerdoti del bene pubblico sono sempre esistiti: il mondo non è peggiorato.

Quel che è peggiorato di certo è il sistema delle relazioni interpersonali. La frequentazione e gli scambi avvengono sempre più attraverso contatti virtuali e il confronto che si preferisce passa spesso con le sentenze lapidarie scambiate dai leoni da tastiera. Il sistema che forma i giudizi della gente si è frazionato in un’infinità di fonti, talvolta discutibili.

La stessa istituzione di base, la famiglia, risente di una trasformazione critica, dove i ruoli tra genitori e figli divengono approssimativi, dove il padre o la madre preferisce rinunciare alla propria naturale predisposizione ad indirizzare, preferendo un approccio da pari età improbabile, pur di evitare le conseguenze della responsabilità e del conflitto, a volte necessario con chi si deve educare.

Tutta la società sembra permeata da una sostanziale fragilità, da scelte che non sono mai definitive, impegni labili o inconsistenti. Persino i rapporti affettivi attraversano crisi, i cui legami sono risolti con relativa semplicità.

La sensazione è che l’umanità, almeno quella nostrana, sia in parte regredita ad un’infanzia dove la responsabilità personale è evanescente e le colpe sono sempre, preferibilmente, degli altri: le istituzioni, più che essere vissute come matrice, scelta con accuratezza, dei servizi per una comunità, di cui tutti si devono sentire parte, assumono il ruolo di enti estranei da cui pretendere prestazioni senza contropartita, puntandogli contro minacciosamente il dito: come spiegare altrimenti i genitori che si scagliano sugli insegnanti, quando impongono opportune lezioni di vita ai loro ragazzi, sempre giustificati? E le aggressioni verso il personale medico? Anche i politici sono oggetto di luoghi comuni: fatichiamo a riconoscere in loro i servitori dello stato che pure esistono, così come esistono magistrati eroici e utili.

Così oggi una certa maggioranza di popolazione silenziosa e brontolante preferisce sottrarsi alla partecipazione: una posizione comoda che consente sempre di giudicare, senza essere mai coinvolta. Ciò malgrado ci sono centinaia di migliaia di giovani e meno giovani nel nostro paese, milioni di volontari che ogni giorno che Dio manda in terra si prodigano per la salvaguardia dell’ambiente, per la solidarietà, per rendere migliore il mondo e fare con coscienza il proprio mestiere: molti non votano, hanno scelto di subire, di avere una nazione guidata da chicchessia, pur di mantenere il distanziamento da una società di cui non condividono i valori mistificati. Siamo nella proverbiale situazione veneta, dove gran parte “se li taglia per far dispetto alla moglie”.

C’è un fatto che stento a capire: mentre si svolgono statistiche ed indagini a trecentosessanta gradi su ogni aspetto sociopsicologico, non sarebbe giunto il tempo di indagare seriamente e di cercare risposte all’assenza di sensibilità politica, divenuta patologica? Sono ancora molto poche le inchieste in argomento. Non credo basti l’abituale ricetta semplificata del “dobbiamo andare in mezzo alla gente”, come sostengono i politici di fronte alle sconsolanti evidenze: qui si tratta di un problema complesso e non esistono soluzioni scorciatoie.

A pensar male, rimane il dubbio che per qualcuno isolare la maggioranza della popolazione e renderla asettica possa convenire, secondo calcoli degeneri: la politica nelle mani di pochi, tutto sommato può essere uno strumento più agevole da gestire. A pagare il prezzo è lo stato democratico che rischia di trasformarsi mostruosamente. E le pulsioni di una nazione in difficoltà, non canalizzate, possono esplodere presto o tardi in reazioni incomprensibili e violente. Non ci possiamo accontentare del gioco del calcio, come valvola di sfogo.

Roberto Masiero
Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta, Dragan l’imperdonabile e Il mite caprone rosso. Vita breve di norbert c.kaser.

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