Se pensiamo a com’era Treviso quarant’anni fa è grande il sentimento di frustrazione che si prova davanti alla scomparsa, non solo del suolo naturale, ma anche di spazi aperti, utili per l’aggregazione sociale e indispensabili per una migliore qualità della vita. Ovviamente tale sentimento è proprio di coloro che “percepiscono” il pericolo della scomparsa di una risorsa non rinnovabile come il suolo e che hanno “memoria” di come una Treviso meno congestionata urbanisticamente, più lenta e meno inquinata, favorisse anche lo “spirito di relazione”.
Facevo queste considerazioni osservando lo sviluppo urbanistico di una parte della zona sud del comune di Treviso: in un’area tutto sommato limitata (meno di un chilometro quadrato da San Lazzaro all’area della ex Metalcrom). Nel corso degli anni sono spariti, per far posto ad una mega rotonda, il campo di calcio del quartiere di San Lazzaro e il campo di rugby della mitica Ruggers Tarvisium. Non sono spariti soltanto due impianti sportivi: è scomparso anche tutto quello che rappresentavano in termini di identità, socialità, qualità della vita e qualità ambientale.
In anni più recenti, in una zona che poteva diventare un “parcheggio scambiatore”, necessario per limitare la presenza delle auto in centro storico, è stata autorizzata la costruzione di un grande albergo. Poi, a ridosso della mega rotonda, è sorta una palazzina condominiale che si è rivelata una delle prime prove di speculazione immobiliare camuffata da rigenerazione urbana.
Dal 2017 (anno di entrata in vigore della legge regionale sul suolo) il processo di urbanizzazione e cementificazione selvaggia ha subito un’accelerazione: un accanimento cementificatorio con scelte urbanistiche favorite e incentivate dalla legge regionale che le doveva proibire. Scelte insensate, ecologicamente e urbanisticamente, che azzerano non il consumo di suolo, ma gli ultimi brandelli di verde cittadino, quasi sempre accompagnate da considerevoli tagli di alberi che regalano bellezza e salute per i nostri polmoni.
Non solo a Treviso ma In tutto il Veneto si entra così nella fase urbanistica più buia della sua storia, dove il consumo di suolo da parte delle amministrazioni locali è bipartisan: evidentemente il tema apparentemente neutrale e poco ideologico della terra non scalda gli animi degli elettori e la loro sensibilità ecologica.
Oggi a farla da padrone c’è la new entry della “rigenerazione dei profitti”, pardon, della “rigenerazione urbana”. Ed è così che (sempre in quella parte nell’area sud del comune di Treviso) sui terreni un tempo occupati dalla fabbrica della Metalcrom, sono sorti, in nome della rigenerazione urbana, prima un Ipermercato e poi decine di appartamenti. Tutto autorizzato e previsto dalla legge contro il consumo di suolo della Regione Veneto e in contrasto con i principi dell’articolo 9 della Costituzione.
E, sempre a proposito di spazi verdi e aperti per l’aggregazione sociale e indispensabili per una migliore qualità della vita, è di questi giorni la notizia che sugli impianti sportivi, e gli immobili che sorgono accanto alla Chiesa Votiva (siamo sempre nella zona sud di Treviso anche se più centrale) si è fatta avanti, per la loro rigenerazione urbana, una società milanese che gestisce fondi specializzati in operazioni immobiliari di rigenerazione urbana.
La seducente rigenerazione urbana, quella, tanto per intenderci, dove qualche alberello e qualche centinaio di metri quadri di aiuolette verdi serviranno alla narrazione dominante per rendere sostenibile un ulteriore aumento della gentrificazione della città e la scomparsa di spazi verdi aperti per l’aggregazione sociale e una migliore qualità dell’ambiente (forestazione urbana, percorsi sicuri per pedoni e bici, attività sportive e ricreative, trasporto pubblico conveniente ed efficiente, ecc).
Se quest’ultima operazione andasse in porto il campo di calcio e la pista di atletica della Chiesa Votiva sarebbero, dopo la scomparsa anche del centro di atletica delle Stiore, il quarto impianto sportivo fagocitato dal cemento, dall’asfalto, dalle auto.
Una barbarie urbanistica, ecologica, identitaria, etica ed estetica si sta abbattendo sulla città rendendola grigia e anonima.
C’è qualche partito che ricorda ai propri amministratori, se eletti, che secondo la “legge europea sul ripristino della natura” (Natural Restoration Law) entro il primo settembre 2026 gli Stati membri devono presentare alla Commissione un progetto di “Piano nazionale di ripristino della natura” riferito anche agli ecosistemi urbani? Che è entrata in vigore la Direttiva Europea per il “monitoraggio sullo stato di salute del suolo” e che l’impermeabilizzazione del suolo favorisce allagamenti e alluvioni? Che l’articolo 9 della Costituzione non è un soprammobile per la propaganda politica, ma un obbligo politico e morale? Che bisogna, per onorare questi impegni e questi obblighi, togliere (de-pavimentare, de-cementificare) e non aggiungere cemento? Che riempire le case vuote (in Italia 10 milioni, dati ISTAT) serve, sia per non consumare suolo, sia per attuare politiche urbanistiche e sociali di ripopolamento di borghi e spazi abitativi in stato di abbandono, sia per dare una casa a chi non ce l’ha?


