Gli smartphone sono il punto più avanzato della pervasività tecnologica sulle nostre vite: una dominanza assoluta. Sono diventati lo strumento tecnologico con cui il capitalismo contemporaneo esercita una forma di sorveglianza sui nostri stili di vita. Approfittando senza limiti della comodità tecnologica finiamo per accettare di vivere in quella che Zygmunt Bauman definisce una “bolla consumistica” e le aziende utilizzano i feedback più o meno volontari che ricevono dai consumatori per raccogliere dati e modellare i consumi e i desideri delle persone.
Paul Greenberg nel suo libro “Bye Bye Smartphone” scrive che un utente medio fissa il proprio smartphone 1400 ore all’anno, quasi 4 ore al giorno.
Restando connessi in tutti i momenti liberi della nostra giornata lentamente e in modo impercettibile le nostre ore di connessione si trasformano in una vera e propria dipendenza: giungiamo a scambiarla impropriamente come una forma di connessione sociale per la quale siamo disposti anche a perdere un po’ della nostra privacy.
La pervasività tecnologica degli smartphone si manifesta anche in un “consumismo di informazioni, immagini, notizie”, il cui flusso ininterrotto 24 ore su 24 e la nostra “connessione/dipendenza” per larga parte del nostro tempo libero hanno il potere di estraniarci dalla nostra corporeità, dalle nostre capacità sensoriali e percettive e dalla materialità e fisicità dell’ambiente e del paesaggio attorno a noi.
Ed è questa la grande fregatura: non viviamo più la nostra “spiritualità più profonda”, quella che ci mette in relazione con il nostro corpo e con l’ambiente.
Quella “spiritualità” che, come scrive Maurizio Pallante nel suo libro “Liberi dal pensiero unico”, ci permette “di cogliere la meraviglia racchiusa nell’’ordinario della vita: in ogni fenomeno naturale, nei paesaggi, nelle stagioni; la capacità di percepire i legami di reciproca interdipendenza che connettono la specie umana con tutte le altre specie animali e vegetali”.
Se viviamo dentro una bolla consumistica di notizie, immagini, informazioni, veicolate da un fiume inarrestabile di approcci virtuali che si susseguono 24 ore su 24, l’ambiente reale, la nostra corporeità, le nostre emozioni più profonde, la nostra capacità cognitiva di elaborare un pensiero creativo sui fenomeni che avvengono nel nostro corpo e nell’ambiente non sono in grado di emergere. Viviamo in un “universo emozionale” composto da una serie variegata di stati d’animo, spesso fugaci, che si susseguono ininterrottamente. Non ci diamo il tempo di riflettere, di pensare, di approfondire temi complessi e profondi, di guardare e scavare dentro di noi, di avere un nostro pensiero: ci viene più facile dopo una giornata di lavoro mettere le nostre funzioni cognitive in modalità risparmio energetico e seguire l’onda emotiva più coinvolgente del momento e di cercare la distrazione dallo stress quotidiano.
Il risultato è un’estraniazione dal nostro corpo e dall’ambiente. Pensiamo di essere connessi 24 ore su 24 con il mondo, quasi proviamo un senso di onnipotenza, convinti di controllare qualsiasi cosa, qualsiasi avvenimento esterno ed interno al nostro corpo e magari manifestiamo il nostro rancore verso quei ragazzi che, con la speranza di destare le nostre coscienze e di richiamarci alla drammaticità reale dei problemi ambientali, protestano in modi disperati, gridando fino a perdere la voce lo slogan “save the planet”. Sul piano individuale la liberazione da questa moderna schiavitu tecnologica è possibile. Si tratta di ridurre il tempo in cui siamo connessi, preferendo una passeggiata, momenti di meditazione e di lettura e di imporci pezzi di giornata o di settimana senza cellulare. Forse potremmo scoprire un nuovo universo che le lenti opache della relazione tecnologica ci nascondono.
Non è facile neanche per gli ambientalisti buttare giù il muro dell’indifferenza verso l’ambiente e il paesaggio creato da questa moderna forma di sorveglianza esercitata dal capitalismo consumistico contemporaneo. Viviamo in quella che Zygmunt Bauman definisce la “modernità liquida” dove tutto è superficiale, veloce, passeggero. Ma proprio partendo dalla “consapevolezza sociologica” degli effetti dell’utilizzo pervasivo e di massa dei dispositivi digitali, forse, per una vera “lotta ambientalista”, ancora di più bisogna credere e battersi per idee grandi, radicali, dirompenti, anti-sistema, rivoluzionarie (sul consumo e uso del suolo, per la massima protezione degli alberi in città e nei boschi, per una sovranità e un’agricoltura contadina a km 0, per nuove forme di democrazia dal basso, per l’abbandono del culto/totem del PIL). Idee grandi che siano in grado di entusiasmarci e di innescare moderne forme di partecipazione politica dal basso e di accendere le speranze sopite per un mondo migliore.



Treviso 11 11 2025 – Condivido in pieno la tua disamina del problema umano ed ambientale dei nostri tempi. Alla mia età, pur essendo pienamente coinvolto per ragioni di lavoro con AI e con tutti gli strumenti offerti dalla tecnologia, sento un po’ di nostalgia per i tempi andati in cui alcuni “ritmi soft” ed alcuni “valori sociali” erano tipici della mia generazione…