Il mattino del 2 novembre del 1975 veniva rinvenuto, in un campo adiacente ad una baraccopoli di Ostia, il corpo straziato di Pier Paolo Pasolini. Il pensiero del poliedrico intellettuale ed artista di Casarsa risalta come specchio di una delle più profetiche voci critiche contemporanee. È ancora capace di scuotere la passività di una certa società umana che, nel lasciarsi vivere ordinario, sembra aver smarrito la capacità di reagire e guardare con lucidità, franchezza, al proprio destino.
Come contributo a seguire, desidero proporre questo mio brano, per molti versi inconsueto, tratto dal romanzo biografico Il mite caprone rosso. Vita breve di norbert c. kaser (Alphabeta Verlag 2024). Mi scuso del fatto che si tratta di una mia opera, dunque a rischio di autoreferenzialità, ma trovo utile il contesto cui fa riferimento.
Quando circolò la notizia dell’omicidio di Pasolini, il poeta e scrittore sudtirolese Norbert Conrad Kaser (1947-1978) si trovava ricoverato nella clinica Santa Giuliana di Verona, causa una delle incessanti crisi dovute alla propria terribile dipendenza dall’alcool che, infine, lo avrebbe condotto a morte prematura.
Nel suo stile particolare, Kaser aveva scritto di getto le proprie impressioni all’amica Erika Prader, una giovane giornalista austriaca. Il poeta sudtirolese aveva abolito le lettere maiuscole persino nello scrivere il proprio nome, così come la punteggiatura intermedia ed usava la & commerciale al posto della comune congiunzione corrispondente. Viene qui riportato in corsivo proprio il testo originale tradotto col quale, a caldo, commenta con parole marcanti il senso di una simile perdita. Da annotare che lo stesso Norbert Kaser aveva vissuto, durante un soggiorno in Norvegia, un’esperienza di omosessualità, sempre inconfessata: un orientamento che, per la sensibilità di quegli anni, era ancora avvolto da un velo di imbarazzato riserbo e pregiudizio morale, rilevabile con un certo precauzionale distanziamento anche nel suo commento. A voi lettori le conseguenti riflessioni, senza ulteriori osservazioni:
“Così, anche nel clima ovattato della clinica veronese, irruppe la notizia dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini.
Ci sono molti tratti che legano il poeta di Casarsa a quello di Brunico. Certi destini si assomigliano, malgrado neppure gli stessi protagonisti ne abbiano consapevolezza. Quel che accomuna nella diversità i due poeti è l’essere stati entrambi degli outsider, in un certo senso dei corvi sapienti, come quello del film Uccellacci e uccellini, destinati all’incomprensione e talvolta a subire l’odio, frutto degenere di mediocrità più che di spietatezza. Pasolini, il critico irriducibile di una società consumista e ipocrita; norbert, che declinava tale frattura nel suo piccolo mondo afflitto da piccineria, affarismo, divisione etnica, traendo le sue umanissime conclusioni per un dissenso non di facciata. Ambedue figli del popolo, comunisti eretici, un velo tradizionalisti. Il giorno seguente alla morte di Pasolini scriveva a Erika, commentandone la fine amara:
già oggi ha ottenuto la sua tardiva aureola a grandezza 10 dalla stampa & televisione dagli amici mezzi amici pseudoamici & critici. & dato che i morti non si toccano più resta tutto così. sputo sulla sua aureola sono solo irritato & il 2 novembre mi rimarrà in testa. all’unisono canta il coro della cultura italiana:
«di ciò che hai mostrato nei film
pier paolo
Tu sei diventato vittima».
molto tranquillizzante molto consolante.
debbo osservare che decentemente il suo tallone d’achille viene coperto ciò di cui effettivamente è stato vittima. non è così semplice come si sente dire: chi semina violenza raccoglie vendetta. pasolini non ha seminato alcuna violenza ma ha schierato il suo intelletto contro la violenza ctonia & la sintesi sono stati i suoi film. il suo tallone d’achille è stato l’omosessualità & solo perché era già troppo «grande» non è stato bandito o ostracizzato. Invulnerabile alle censure & critiche molto semplicemente il suo spirito era già imbattibile eppure faceva parte dei «froci» davanti ai quali un normale prova ribrezzo ancor più poi se la vittima è dotata di intelligenza e intelletto. dunque nei normali insorge una paralisi piena di rispetto come se fosse venuto il giudeo in carne e ossa & sedesse in mezzo a noi.
Era stato colpito dalla grandezza dell’intellettuale, dal coraggio dell’artista e dell’uomo, da certi suoi film che aveva potuto vedere a Vienna, anche se ne era rimasto confuso: l’ultimo era stato Medea. Confessava che le poesie gli erano sembrate «non godibili & persino intraducibili». Concludeva così: «giacciono da qualche parte nella mia montagna di libri».
Non giustificava pienamente il comportamento di Pasolini, quello che ne aveva preceduto la fine; l’incidente era accaduto, con ogni probabilità, dopo molte altre notti simili, vissute in incontri risolti con qualche banconota agli occasionali accompagnatori. Coerentemente al proprio modo di essere indipendente nelle valutazioni, fino al limite dell’incomprensione, in un’altra corrispondenza norbert spendeva un pensiero anche per Pino Pelosi, reo confesso dell’assassinio del poeta friulano: provava un sentimento di pietà circa il destino da sepolto vivo che sarebbe toccato a un ragazzino di diciassette anni. Quale sia la vera vittima e quale il carnefice non è mai del tutto definibile, in un mondo cinico: certo vale una predisposizione alla devianza, ma essa sopporta la tara della classe sociale di appartenenza, dove la prostituzione non è altro che uno sporco mestiere, con i suoi inconvenienti.”



Treviso 01 11 2025 – Grazie di questo contributo…