Se vi piacesse frugare in una potenziale biblioteca centenaria, scoprireste che intorno alla cosiddetta questione Sudtirolese/Altoatesina nel tempo sono stati pubblicati, in proporzione ad altre tematiche, innumerevoli saggi. Segno inequivocabile che il sottostante terreno è magmatico ed agisce a creare ribollimenti, anche quando la crosta appare raffreddata.
La provincia di Bolzano, una perla territoriale acquisita dopo l’esito favorevole della Grande Guerra, è stata ed è terra contesa. Mi spiego meglio, ad evitare allarmismi: il complesso processo di assimilazione di una popolazione locale, in origine prevalentemente austriaca, o meglio, secondo la definizione imperiale, austro-ungarica, è stato gravemente segnato dalla politica prevaricatoria e violenta dello stato fascista. Sappiamo che, oltre ad altre tipiche nefandezze, era giunto persino a vietare legalmente l’insegnamento della lingua madre tedesca nelle scuole e persino il suo uso, nelle relazioni correnti con gli organi amministrativi.
Tuttora, sul frontone del sempre contestato Monumento alla Vittoria, un enorme dente candido che si eleva nel centro di Bolzano, si leggono frasi latine dai toni che ribadiscono una superiorità culturale degna dei colonialisti. Traducendo: Qui [sono] i confini della Patria. Poni le insegne! Da qui educammo gli altri alla lingua, al diritto, alle arti.
Con rara saggezza, lo stato democratico italiano postfascista e le forze politiche tedesche locali hanno raggiunto esiti di convivenza tra le popolazioni che in altri contesti appaiono addirittura da sogno; lo Statuto speciale di autonomia, protetto dagli articoli 116 e 117 della nostra Costituzione e da leggi solide, ha consentito di ottenere il riconoscimento di diritti amministrativi tali da scongiurare, salvo fenomeni residuali, conflitti aperti: pensiamo, per l’attualità, alle guerre logoranti di Palestina ed Ucraina.
Nella provincia di Bolzano il bilinguismo italiano e tedesco (insieme alla pratica del ladino) è una realtà di fatto, ma corrisponde anche ad un preciso indirizzo normativo che intenderebbe assicurare alle tre componenti eguale dignità; in sintesi, consentire alle popolazioni di diversa estrazione una convivenza non solo pacifica, ma possibilmente reciprocamente ben integrata.
Il cosiddetto “patentino” di bilinguismo obbligatorio, prevede un esame a difficoltà crescenti, secondo il tipo di professione che si vorrebbe intraprendere. Costringe i candidati a superalo, quando volessero ambire ad un posto nel settore pubblico. Riguarda tutti i settori amministrativi, ma ad esempio anche quelli sanitari e di assistenza sociale.
La provincia di Bolzano è indubbiamente ricca, turisticamente accogliente. Vi convivono d’amore e d’accordo italiani e tedeschi: questo è il profilo superficiale di una scheda sintetica connotativa. Ma qual è la realtà, sotto il profilo dello scambio culturale e linguistico tra le popolazioni?
Gabriele Di Luca è l’autore del prezioso saggio LINGUE MATRIGNE – La menzogna del bilinguismo in Alto Adige /Südtirol (Alphabeta Verlag 2025). Si tratta di un intellettuale a tutto tondo. Nativo di Livorno, ma residente nella provincia meno italiana d’Italia da oltre un trentennio, insegnante nelle scuole tedesche della seconda lingua, traduttore, manifesta in questo saggio spiccata sensibilità e l’immancabile senso critico affinato nell’ ironia, tipicamente toscane.
Con coraggio e perizia l’autore smonta il luogo comune che vorrebbe ammantare la provincia di un alone armonico di compiuta integrazione linguistica. La questione è ragguardevole: il filosofo Emil Cioran, con una sintesi immaginifica calzante, sosteneva che Patria è la lingua che si abita, indipendentemente dai confini geografici. Nella terra altoatesina/sudtirolese l’apparenza fa trasparire una mitizzazione che Di Luca smaschera e quindi ricusa. La lettura di questo saggio profondo, di grande suggestione, ha il merito riconoscibile di trascendere la realtà locale su cui è incentrato, per suggerire di rimando automatico una chiave di interpretazione applicabile alle relazioni umane in generale.
La tesi di fondo dell’autore segnala che, malgrado la didattica e le imposizioni legislative, il mondo tedesco e italiano nella provincia bolzanina faticano a riconoscersi reciprocamente: da una situazione esplicitamente livorosa, di gelosa e pregiudiziale tutela della propria identità, di contrasti sanguinosi cari ai nazionalismi di un tempo, oggi le due popolazioni tendono semplicemente a vivere pacificamente in contesti paralleli, di relativa indifferenza: un’accettazione certo meno conflittuale, ma che non rappresenta l’obiettivo atteso da chi avrebbe auspicato una porosità arricchente sul piano culturale.
Altre complicazioni si aggiungono: gli italiani che imparano a scuola, o anche all’estero, la lingua di Goethe, cioè il cosiddetto Hochdeutsch, non riescono comunque a penetrare lo spirito sudtirolese, perché il linguaggio praticato abitualmente in zona è il dialetto locale, stretto e incomprensibile. Gli stessi sudtirolesi sono portati a riconoscere nel tedesco alto, appunto l’Hochdeutsch, una provenienza meno confidenziale e, in fondo, anch’essa straniera: è la lingua dei libri e dei turisti germanofoni. Talvolta, nemmeno i valligiani ne hanno sufficiente competenza. Finisce che le due popolazioni, nei rapporti usuali, necessariamente limitativi, finiscono per rapportarsi tra loro nella lingua… italiana che costituisce almeno una base comune di elementare dialogo. Così il tedesco, ma anche l’italiano risultano perennemente e a turno, vere e proprie lingue matrigne e non madri.
Ciò che sostanzialmente manca, osserva Di Luca, è un sistema di scambi, di convivenze e compartecipazioni vive che aiuti ad amare la lingua dell’altro e a immergersi nelle reciproche culture e sensibilità, non risolvibili dalla forzatura contenuta negli obblighi e nelle certificazioni astratte. In realtà, in provincia si assiste a una duplicazione sistematica di istituzioni e associazioni equivalenti che raccolgono i propri membri in spontanee separazioni monolingui: non si tratta sempre, formalmente, di aggregazioni esclusive, ma la situazione è tale.
Obblighi normativi e pratica usuale dunque si contraddicono: si pretende che la cartellonistica stradale e le insegne siano bilingui, nel mentre i medicinali risultano conformi alle disposizioni anche se contengono i relativi bugiardini nella sola in lingua italiana e discriminano, colpevolmente, i tedeschi. De Luca mette in risalto altri paradossi: per esempio l’estromissione dal settore sanitario di personale scoperto ai controlli privo del patentino di bilinguismo. La burocrazia ha il sopravvento. E qui il livello dell’analisi sale ulteriormente, quando l’autore indaga la fragilità dei pazienti, in cui il linguaggio verbale talvolta può essere persino superfluo e conta, oltre alla competenza specialistica, il senso di compassione umana trasmesso: quando è più necessaria, magari, una stretta di mano o la gentilezza che trascende qualsiasi fredda certificazione.
Di Luca si avvale di solide basi filosofiche per ognuna delle sue affermazioni, esemplificate con gusto: così il saggio alterna considerazioni dotte che spaziano e approdano fino alle neuroscienze, dalla letteratura al mondo della canzone, in una sequenza logica attenta a non perdere il controllo sulla delicata materia trattata. L’autore non trascura neppure l’avvento stravolgente dell’AI, l’intelligenza artificiale. Nella disamina, dimostra come l’applicazione dei nuovi strumenti agevoli una trasposizione rigidamente tecnica di traduzione, utile ma pericolosa.
L’AI non è in grado di intervenire nella comprensione profonda, per esempio volta a cogliere le sfumature, le sottigliezze della poesia o dell’ironia o di quelle componenti tipicamente umane e affettive che rendono vivo un rapporto interpersonale: “anche quando parliamo di apprendimento e di scambio linguistico o plurilinguistico, diventa allora centrale riaffermare il valore di certe pratiche che non siano finalizzate strumentalmente. L’apprendere, nel suo senso più profondo, non coincide con l’accumulazione di nozioni o con il raggiungimento di competenze predeterminate, ma con l’esperienza di uno scarto, di un ritardo, di una domanda che ci destabilizza L’arte, l’etica, l’amicizia, l’ironia: tutte queste forme di relazione si fondano su dimensioni non calcolabili, non convertibili in dati. Sono espressioni di un sapere situato, aperto all’imprevisto – un sapere che, come ha mostrato Merleau – Ponty[1] non si dà mai in forma puramente mentale o oggettiva, ma si radica nella chair du monde, nel corpo che percepisce, nel gesto che precede il concetto”.
Allargando qui la prospettiva suggerita da Di Luca, non solamente il bilinguismo in Alto Adige/Südtirol, ma la comprensione tra umani in generale, deve compiere ancora un salto qualitativo: superare il sistema delle norme cogenti, un ambito che provoca insofferenza e penalizza le relazioni profonde, per promuovere – invece – occasioni dove la lingua viva dell’altro divenga la star-gate che apra a universi stimolanti di conoscenza non superficiale. Lingue matrigne sta riscuotendo un importante successo “dal basso”, visto che a due mesi dalla sua uscita è già in ristampa. Propone un ventaglio necessario di spunti critici, anche sotto forma di godibili aneddoti esemplificativi, tratti dall’esperienza. Con onestà intellettuale, l’autore non ha la pretesa dichiarata di essere esaustivo ed indiscutibile. Il testo, mai banale, è estremamente consigliato anche a chi è preposto a programmare un futuro multiculturale della società, a cui essa è inesorabilmente indirizzata. Le provocazioni positive aiutano il confronto e se ne avverte proprio l’esigenza.
[1] Si legga di M.Merleau-Ponty , filosofo francese, esponente di primo piano della fenomenologia, per il quale la nostra esperienza del mondo è fondamentalmente legata al nostro corpo: La prosa del mondo, (1952), Mimesis, Milano – Udine 2019 (1984)



Treviso 23 10 2025 – Trascorro da 30 anni le mie ferie estive ed invernali in Val Pusteria [Pustertal]. Purtroppo in tanti anni non sono riuscito ancora a parlare fluentemente il tedesco, ma non dispero…