Per vivere ci vuole passione

A questo punto parrebbe addirittura superfluo tenere le elezioni del 23 e 24 novembre, per scegliere i prossimi amministratori della regione Veneto. I bonzi della destra-centro destra hanno già deciso. Al giovane Alberto Stefani, brillante emergente, spetterebbe il ruolo di governatore. La sua strategia, dosata, è quella di mantenere un profilo serenamente in bilico tra l’esibita pacatezza di Zaia e le estremizzazioni di Salvini.

In fondo, soltanto a certi esponenti di questo Veneto acritico può riuscire un’assimilazione, in apparenza incompatibile, di posizioni che fanno a pugni persino sul piano etico: ai leghisti di fede stagionata occorre un tubo digerente capiente, per far passare le contraddizioni dei tanti loro valori traditi, oppure orecchie che sappiano ascoltare e chiudersi secondo convenienza, senza portare ad una doverosa crisi nervosa ideologica.

D’altronde non si spiegherebbe altrimenti l’assunzione da parte di Stefani del ruolo di vicesegretario federale, con la benedizione apostolica di quel Salvini che ha tirato a forza la Lega verso posizioni francamente sgradevoli, sdoganando la destra più intollerante e reazionaria: quella che minaccia i diritti di sciopero dei lavoratori ed eleva al rango  di guru personaggi discutibili come il generale Vannacci; quella che in politica estera ha assunto come proprie le insegne insanguinate di Putin, le ragioni crudeli e schiacciasassi di Netanyahu, le posizioni antiambientaliste di Bolsonaro.

Di quale pasta è fatto veramente questo giovane Stefani, aldilà delle interviste rilasciate col tono conciliante di chi non vuol perdere consensi? Viene da chiederselo, perché il segretario di cui è delfino ha snaturato il senso di un movimento ancorato al territorio locale, tipico della Lega veneta, che reclamava essenzialmente una vocazione autonomistica amministrativa.

Salvini ha fatto il miracolo distopico, sconfessando – almeno agli occhi dei veneti meno ideologizzati – il buon governo aperto al mondo della Serenissima, e poi anche la positiva contaminazione dell’impronta cattolica tradizionale, dalle forti iniziative sociali, dove contavano poco i crocefissi baciati in pubblico e molto i fatti. Senza contare che la Lega originaria, quantomeno, si poneva su posizioni dichiaratamente antifasciste: non si tratta di una quisquilia da vecchi nostalgici in vena di commemorazioni, ma di un atteggiamento intransigente verso i regimi illiberali e antidemocratici.

In questa prospettiva la Lega potrebbe cessare di esercitare la propria relativa originalità veneta che in questa regione aveva colto in Luca Zaia un interprete sornione: tanto protetto – sotto lo scudo del proprio potere plebiscitario conquistato – da essere quasi inscalfibile e indifferente anche agli orientamenti esasperati assunti dal segretario nazionale.

Sull’onda del prossimo successo che i zelanti maggiorenti danno per acquisito, essi hanno già calcolato persino quali assessorati toccheranno ai potenti alleati di Fratelli d’Italia: si parla di almeno cinque, sugli attuali otto di cui si compone la Giunta. Siamo alla spartizione delle vesti, come si conviene tra chi dichiara di non badare mai alle poltrone e intanto occupa ogni spazio con altrettanta disinvoltura: basti persino il caso recente dell’orchestra della Fenice.

Dunque i giochi sono già conclusi? Ignazio Silone sosteneva, con piglio prometeico, che il destino è un’invenzione della gente fiacca e rassegnata. Non ribolle nel popolo veneto il desiderio di contare ed è forse preferibile lasciarsi svenare da un lento abbandono del diritto al voto, in una rassegnazione involontariamente complice?

Il Veneto dei primati, incluso quello della selvaggia cementificazione del suolo e della sanità pubblica sacrificata, azzarda già la prima elezione virtuale: anticipa e prende sottogamba le urne. Sarà dunque questo l’irreversibile destino bovino dei veneti? Oppure si coglierà l’occasione di una opportuna verifica per riplasmarne la guida?

La società civile, con le manifestazioni oceaniche a favore del popolo palestinese, in assenza di iniziative fattive dei governi, ha battuto un colpo sul piano della partecipazione. La politica dal basso, come insegnava Giorgio Gaber è proprio questo:

La libertà non è star sopra un albero
Non è neanche avere un'opinione
La libertà non è uno spazio libero
Libertà è partecipazione

Si avverte il bisogno di una sensibilità nuova, ripulita dalla cosmesi artificiale. L’occasione chiama ad informarsi, a valutare le storie personali dei candidati, prima di decidere.

In questo articolo ho usato (e forse abusato) servirmi di citazioni. Talvolta aiutano a sintetizzare le riflessioni. Tanto vale concludere con una frase degna di una donna di coraggio, ammirabilmente tosta qual era la Fallaci, indipendentemente da certe sue posizioni intransigenti e non sempre condivisibili: “Per non assuefarsi, non rassegnarsi, non arrendersi, ci vuole passione.

Per vivere ci vuole passione.”

Roberto Masiero
Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta, Dragan l’imperdonabile e Il mite caprone rosso. Vita breve di norbert c.kaser.

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