Se 350 ettari vi sembrano pochi

Il Veneto è la regione con l’11,88% di suolo consumato (contro una media nazionale del 7,4% ed europea del 4,5%). Ma se si guarda un dato ottenuto utilizzando la Carta di Copertura del Suolo (CCS) della Regione Veneto alla scala 1:10000, contenuto nell’allegato B della Delibera di Giunta in applicazione della “legge regionale per il contenimento del consumo di suolo” e relativo all’anno 2012 (13 anni fa) la percentuale del 11,88% sale al 14,06%. Inoltre, se escludiamo dal conteggio del suolo consumato in Veneto le aree montagnose, le superfici acquee e le aree protette la percentuale di suolo consumato arriva al 19% dell’intera superficie regionale. Il dato statistico, molto negativo nelle sue proporzioni, si fa anche “esperienza percettiva” condizionando lo sguardo delle persone sensibili all’ambiente e al paesaggio veneto. Ed è uno “sguardo mortificato” su un paesaggio spesso irrimediabilmente compromesso quello che accompagna la grigia percezione visiva della realtà urbanistica veneta e che si affianca alla drammatica rilevazione statistica. 

Tra gli effetti di una smisurata cementificazione, oltre alla perdita dei servizi ecosistemici del suolo naturale, c’è la disseminazione nel territorio di grandi e piccole opere edilizie o infrastrutturali in stato di abbandono. Tale “processo estrattivo” di una “risorsa naturale non rinnovabile” come la “terra” ha subito, paradossalmente, un’accelerazione con la legge regionale Nr. 14 del 6 giugno 2017 “Disposizioni per il contenimento del consumo di suolo”. Ora, quella legge nefasta   sta per essere assorbita dal Testo Unico in materia di Governo del Territorio e del Paesaggio in discussione in Regione.  Italia Nostra, Legambiente e WWF hanno presentato delle proposte di emendamento a tale disegno di legge.  Sulle proposte di emendamento presentate dalle associazioni ambientaliste esprimo, rispettosamente, il mio profondo dissenso.

Trovo controproducente l’emendamento con la previsione di un consumo di suolo massimo di 350 ettari/anno: un budget di terra fertile da consumare che, seppure inferiore alla media annua dell’ultimo periodo, rappresenta un grave errore strategico nell’approccio politico ed ecologico ad una situazione definita dalle stesse associazioni “drammatica”. 

In Veneto l’unica “terapia d’urto” per fermare un silenzioso e vorace crimine ambientale è una “moratoria” su ogni forma di nuovo consumo di suolo, sia infrastrutturale, sia industriale, sia commerciale, sia abitativo.

Tale moratoria risulta indispensabile per attuare un “censimento” della “straderia veneta” e un “censimento” su base intercomunale dell’edificato industriale e commerciale in abbandono per un suo “riutilizzo funzionale” coordinato a livello regionale. In Veneto una ricerca di Assindustria Veneto Centro del 2019 mostrava che sui 92.000 capannoni presenti in Veneto (1 capannone ogni 54 abitanti) erano 11.000 i “capannoni abbandonati”.

La moratoria risulta indispensabile per attuare un “censimento” su base intercomunale anche “dell’edificato residenziale in disuso” per un suo riutilizzo abitativo che per realizzarsi compiutamente si deve saldare a una politica di ripopolamento (con un sensibile aumento dei   servizi, quelli di trasporto pubblico in primis) dei centri minori dove è impressionante il patrimonio abitativo in degrado: il contraltare della “congestione urbanistica” dei centri urbani maggiori dove si continua a cementificare  il centro e le periferie. Nei comuni veneti, nella elaborazione della società Openpolis dei dati ISTAT 2019, la percentuale di abitazioni non occupate oscilla fra il 10% e il 38%, con percentuali più elevate nei paesi e borghi più periferici (li potremmo chiamare le zone interne del ricco Nord Est o le zone interne del ricco business del Prosecco). 

C’è bisogno di una “terapia d’urto” per stoppare il consumo di suolo: la terra sta sparendo mentre una politica ignorante al servizio della rendita fondiaria sta legiferando sulla materia scegliendo il terreno scivoloso delle “disquisizioni pseudo-urbanistiche”, corredate da una “terminologia tecnocratica” usata come un fumogeno per neutralizzare e paralizzare il bisogno di “agire qui e ora”.

Se non si propongono azioni drastiche pesando la loro efficacia e mandando un segnale forte di discontinuità con la furbesca e narcotizzante legislazione veneta sul contenimento del consumo di suolo non si costruirà alcuna terapia d’urto. Una terapia d’urto che per essere tale deve essere accompagnata dal coinvolgimento   della società civile attraverso forme di democrazia dal basso (con proposta di legge di iniziativa popolare sul contenimento del consumo di suolo e/o referendum abrogativo sulle leggi ossimoro esistenti). Compromessi tipici di una “politica senza visione” e mediazioni al ribasso sugli obiettivi da raggiungere in termini di “tempo” e di “spazio” finiscono per assecondare uno sviluppo basato ancora una volta sul cemento. Leggi in modalità greenwashing al punto cui siamo giunti della storia geologica della regione Veneto sono deleterie ai fini del raggiungimento del consumo di suolo “zero” entro il 2030 come prevede la Nature Restoration  Law. E sono deleterie perché conducono verso un “punto di non ritorno” attraverso tre passaggi ecologici e politici involutivi: si consuma il consumabile, non si governa il territorio e si compromettono “funzioni ecosistemiche essenziali” per la vita biologica nel tempo dei cambiamenti climatici.

Dante Schiavon
Laureato in Pedagogia. Ambientalista. Associato a SEQUS, (Sostenibilità, Equità, Solidarietà), un movimento politico, ecologista, culturale che si propone di superare l’incapacità della “classe partitica” di accettare il senso del “limite” nello sfruttamento delle risorse della terra e ritiene deleterio per il pianeta l’abbraccio mortale del mito della “crescita illimitata” che sta portando con se nuove e crescenti ingiustizie sociali e il superamento dei “confini planetari” per la sopravvivenza della terra. Preoccupato per la perdita irreversibile della risorsa delle risorse, il “suolo”, sede di importanti reazioni “bio-geo-chimiche che rendono possibili “essenziali cicli vitali” per la vita sulla terra, conduce da anni una battaglia solitaria invocando una “lotta ambientalista” che fermi il consumo di suolo in Veneto, la regione con la maggiore superficie di edifici rispetto al numero di abitanti: 147 m2/ab (Ispra 2022),

2 COMMENTS

  1. Il problema è che stante la situazione politica attuale in Veneto, nessuno, ma proprio nessuno a quanto pare, se non una minoranza non solo non non in grado di far promulgare una legge come quella che proponi, cioè che imponga una moratoria, ma anche portarla alla discussione in aula con un’opposizione compatta sul tema. Avevo chiesto alle tre associazioni ambientaliste il perchè della possibilità di consumo medio annuo tollerato da loro indicato, la risposta è stata che si trattava della media di quanto prefigurato mediamente con quanto già autorizzato come consumo e di cui si attendeva solo la fase operativa. Insomma si trattava di “realismo politico” tenendo anche conto del rapporto di forza. Sarei completamente d’accordo con te se si potesse arrivare a una moratoria come richiesto da noi del Forum Salviamo il Paesaggio fin dal 2012. Avevamo anche lanciato la verifica del già consumato e inutilizzato sul territorio nazionale. A Mogliano Veneto lo avevamo più o meno identificato con le nostre piccole forze indagatrici (163 situazioni non utiizzate). Fatta un’assemblea pubblica per ufficializzare lo stato delle cose. Se qualche timido risultato si è ottenuto l’andazzo generale resta quello di sempre e di moratoria nessuno sembra voler parlare, neppure chi sta all’opposizione. Quindi come mettere in atto quello che proponi?

  2. E’ questione:
    di volontà politica,
    di avere una visione non condizionata dal consenso elettorale dell’oggi,
    di una rivoluzione culturale,
    di non diventare nel teatrino della politica strumento di perpetuazione del “sistema”,
    di uscire dalle trappole del realismo politico. Quel realismo politico che in più di mezzo secolo ci ha condotto sull’orlo del baratro. Si fanno gli espropri per poter cementificare, asfaltare e non si possono bloccare, modificare espropriare PIANI URBANISTICI ANCHE SE APPROVATI. E non lo si può fare in nome della funzione sociale della proprietà privata e del bisogno della terra e dei suoi servizi ecosistemici climatici per la sopravvivenza della vita nei paesi iper sviluppati.? In questa modernità liquida c’è bisogno di uno sguardo sovversivo sul realismo politico, di un movimento ambientalista e non di un partito, al di fuori dei canoni della rappresentanza elettorale dove il realismo uccide non solo l’utopia ma anche la voglia di fare politica e di parteciparvi. Ti ringrazio comunque della sincera attenzione verso le mie considerazioni.

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