Questo scampolo d’estate che ci resta è assillato dal consueto ciarlare del Telegiornale Regionale, costretto dal palinsesto ai riti di una liturgia della comunicazione ufficiale, senza fantasia: ci propina l’abituale “pippone” di consigli agli anziani, per deduzione considerati alla stregua di irresponsabili autolesionisti (bere molto, non uscire nelle ore più calde). Oppure ci sottopone, con varianti minime, il quotidiano bollettino turistico che assegna al Veneto, secondo il zaiapensiero, continui primati, accreditati da numeri statistici sciorinati a memoria, quale testimonianza di quanto siano di razza gli imprenditori turistici nostrani e soprattutto, sottinteso ma non troppo, gli amministratori politici che ne favoriscono il successo. Possibile che una regione così variegata, sia altrettanto povera di argomenti giornalistici da dover sempre battere sugli stessi tasti ritriti e banali?
Dunque del turismo non si può fare a meno di parlare anche se, talvolta come quest’anno, le cifre consolanti che annunciano prospettive sempre più rosee si infrangono a contatto con la realtà e, malgrado i goffi tentativi di far vedere sempre e comunque il bicchiere mezzo pieno, debordano dal controllo e lasciano filtrare la tragicommedia: sulle spiagge diminuiscono le presenze, lettini e ombrelloni in prima fila restano desolati e vuoti. Il caro prezzi è incompatibile con i redditi delle famiglie, più prudenti o immiserite. Si riducono i giorni di ferie, ci si accontenta come si può e magari si va lungo il Piave a bagnarsi gratis, stando attenti a non annegare.
Nella stessa Venezia, qualche grasso commerciante di piazza San Marco lamenta il calo delle vendite e suggerisce soluzioni altezzose e di rango, per liberarsi di quella che considera una marmaglia basso spendente: si dovrebbe imporre un ticket di accesso a 100 euro!
Ecco che il mantra dei continui successi, a cui ci ha abituato l’ipocrisia schizofrenica ha un improvviso collasso. Fino ad ora si denunciava allarmati, ma solo a parole, il fenomeno dell’overtourism (d’obbligo usare l’inglese) che uccide la comunità (mentre, in modo imperterrito, si continuano a concedere autorizzazioni per costruire alberghi giganteschi a Mestre e nella relativa cintura veneziana).
Sono state inventate misure buffe di contenimento delle presenze dei cosiddetti “giornalieri”, balzelli capaci di portare qualche milione di euro nelle saccocce comunali, ma non certo di frenare la voglia di assaporare anche se per poche ore, ricchi o meno ricchi, la città Serenissima. La golosità economica spinge persino i traghettanti, quelli che vanno su e giù con la gondola da parada da una sponda all’altra del Canal Grande, a rialzare le tariffe (non più i 70 centesimi praticati ai veneziani, ma 2€ belli e buoni per tutti, così come pagano i turisti).
Così la fregola degli affari impedisce di mirare al cuore del problema di fondo e si vaneggiano provvedimenti che ora guardano a bloccare gli indesiderati – almeno formalmente -, ora ad adescarli, spaventati dal calo altrettanto indesiderato del giro complessivo d’affari, tenendo conto del termometro degli umori commerciali. Lasciamo Venezia al suo psicoanalitico dilemma.
Per la gente comune, fortunatamente, esiste un’uscita di sicurezza: la scoperta (meglio dire la riscoperta) di alternative gratificanti, dove fare vacanza. Nelle spiagge è più arduo riconoscerle (le spiagge libere sono sempre più limitate). In compenso il nostro patrimonio montano offre opportunità sensazionali. Eccettuate le mete più ovvie e blasonate (qui intorno le abituali Cortina, val Badia, val di Fassa, val Gardena e simili), il patrimonio di cui dispongono le Alpi è immenso. Ed è prodigo di sorprese, meritevoli di essere valorizzate: in particolare la nostra provincia di Belluno contiene vere perle. Senza andare troppo lontano, è curioso come l’affollamento e le relative condizioni economiche proibitive del Cadore riguardino il ramo che da Pieve conduce a Cortina, mentre svoltando a destra altre belle località intermedie, prima di giungere alla gettonata Auronzo, come Lozzo, Lorenzago, Vigo, consentano soggiorni gratificanti, con poco traffico, e certo meno impegnativi, ricchi di stimoli anche artistici. Qui il bel paesaggio si coniuga con la scoperta di antiche chiesette affrescate, di enorme suggestione. Lo stesso dicasi per l’Alpago, altra risorsa cospicua, ove rigenerarsi e magari ascendere al bellissimo gruppo del monte Cavallo o prendere respiro lungo l’anello della piana del Cansiglio. Tanti altri luoghi del Veneto meriterebbero un’esplorazione meno condizionata dalla pubblicità di massa.
Si obietterà che si tratta, a giudizio di molti, di scelte succedanee e che mancano i cosiddetti servizi, come i trasporti pubblici adeguati o gli intrattenimenti tipici per i giovani: già, questo è un freno obiettivo. Ma si tratta di stimolare la politica a prendere le giuste misure, a fare progressi step by step, come insegnano le iniziative della vicina provincia di Bolzano: si è portati a valutare questo nostro confinante come un outsider che deve la sua fortuna esclusivamente alle ingenti risorse di cui dispone.
Ciò è vero solo in parte, il grosso è dovuto ad una coerenza di vedute strategiche che lo rendono appetibile turisticamente, coinvolgente verso gli stessi abitanti della provincia. Mi si consenta di far sbucare un pensiero un poco scopertamente luciferino: magari lassù che sono crucchi si preferisce allestire un servizio di pullman che attiri i soggiornanti, eviti gli spopolamenti delle località minori. E qui nel Veneto si decida, invece, di investire su una strada Pedemontana di collegamento che costerà alla comunità un esborso medio di ca. 300 milioni l’anno per un paio di decenni, a fronte di incassi per pedaggi che ad oggi ammontano a circa 80. Come di consueto, in un contesto di risorse per definizione scarse, come usare il danaro pubblico pare che sia, comunque, solamente una stramaledetta questione di opinioni.


