Fu un innamoramento letterario, ma andava oltre il gusto della scoperta: avevo diciassette anni nel 1969, quando lessi per la prima volta gli “Ossi di seppia“.
Si era nel pieno di uno di quei rari momenti in cui la società sembra costretta ad interrogarsi, in quel caso sollecitata anche dalla cosiddetta contestazione giovanile: tutti i ragazzi, cólti che fossero o meno, guardavano criticamente al mondo per com’era stato fino a quel momento, per solida convinzione ma anche per conformismo di moda e magari speravano di cambiarlo.
Quando mi accostai a questo testo indispensabile, rimasi impressionato dalla sua modernità che, in un certo senso, eppure travalicava: quella di Montale non riverberava le tematiche attuali care a Brecht. Il Poeta genovese, in modo nuovo, riportava ostinatamente ai grandi interrogativi, ma senza pedanteria.
Nelle scuole le lezioni di letteratura italiana iniziavano, prendendo un giro largo: ripercorrevano un poco tutta la storia della letteratura nostrana dalla frase” Sao che kelle terre, per kelle fini que ki contene“, citazione dal Placito Capuano, il primo documento scritto in volgare italiano. “So che quelle terre, per quei confini che qui si contengono (eccetera)”. La frase citata è di un testimone in una sentenza giudiziaria del 960 d.C. che riguarda una disputa territoriale tra il monastero di Montecassino e un tale Rodelgrimo di Aquino.
E così, nei Licei i corsi del quinquennio terminavano monchi: fatalmente gli imprescindibili autori contemporanei venivano sacrificati – o proprio del tutto trascurati – e specie i poeti. Accadeva la stessa cosa per la storia contemporanea. Così sapevamo più di Vincenzo Monti che di Quasimodo, di Giovambattista Marino che di Ungaretti e non parliamo di Pasolini. Lezioni che, per scelta programmatica, non consideravano neppure per accenni i giganti stranieri.
Ognuno in seguito si arrangiava per come sapeva e voleva, a coprire i buchi. Ossi di seppia è uscito nel 1925, cent’anni fa, di certo messo inizialmente in ombra dall’assuefazione allo stile di quell’esteta giocoliere, superomista coltissimo e vanesio di Gabriele D’Annunzio.
Quasi come un contraltare involontario, le parole di Ossi di seppia hanno l’umiltà tipica delle sentenze spontanee che sgorgano dalla semplicità: invitano a soffermarsi sui particolari, le scene piccine del quotidiano, gli accadimenti che si ripetono nella vita, ma contengono il mistero di un destino che ci riguarda tutti e ci sovrasta. Spesso sono intuizioni che lasciano cadere per un solo istante il velo di Maya e ci consentono di presentire, pur col fiuto attutito di noi umani, quanto sia lontana la risposta definitiva alle domande taglienti. Ci assillano, in certi istanti fatali. Neppure la fede religiosa, per chi ne possegga una, riesce ad alleviare completamente l’inquietudine: chi siamo davvero, qual è il nostro posto nel meccanismo universale, perché siamo?
La foglia accartocciata e riarsa, il rivo strozzato che gorgoglia, un cavallo stramazzato: in Eugenio Montale compaiono i segni di una violenza costitutiva e naturale, accentuata dalla percezione che ogni dramma si svolge in uno scenario di divina Indifferenza. Aporia di ogni decifrazione, bloccata nella pigrizia sonnolenta di una statua, nel volare altissimo di un falco, nel sostare leggero di una nuvola nel cielo. Manca la protesta prometeica di Leopardi, qui si prende atto con lucidità del trauma insanabile che provoca l’inconoscibile.
Ascoltando le registrazioni di alcune interviste di Eugenio Montale, sorprende la levità con cui rispondeva ai suoi interlocutori: quasi che la sua poesia altissima fosse un esercizio giocoso. Montale era perfettamente conscio del peso magnifico dei propri versi, ma era intriso per carattere della modestia dei grandi, sincera e non ipocrita. Il suo meriggiare pallido e assorto con le rime baciate o alternate, eppure aguzze, trasmette nel cantilenare un’apparente normalità agreste: schiocchi di merli, fruscii tra i rovi, formiche rosse tutte in fila che indefesse si affaccendano nelle crepe del terreno. Un pomeriggio qualsiasi di un’estate qualsiasi, rovente. Verrebbe voglia di assopirsi, ma qui si contrappone il passaggio che toglie il fiato:
…
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
L’atmosfera che fonde normalità a un sotteso epilogo esiziale è una costante del suo indagare poetico, un urlo trattenuto per dignità e consapevolezza del limite.
Se Pirandello ci ha suggerito qualche chiave per smascherare l’ambiguo sempre in agguato nella personalità di ognuno, continua a risuonarmi nel cervello il monito di Montale che invita a non esprimere giudizi definitivi. I suoi sono versi non rassegnati ma vigili, dove non bastano i ragionamenti, le analisi pretenziose. Testimonia l’inconoscibilità degli atteggiamenti umani, anche quando ci appaiono lampanti. Ma manifesta anche l’intimo rispetto per quest’animale sorprendente che vive in noi, costretto dalla propria natura cosciente a una tensione incapace di comprendere ciò che sta oltre l’ordinario. L’attualità ci suggerisce oggi continui accostamenti, per saggiare la pasta, o la sostanza, di cui è fatto questo essere crudele e generoso, strafottente e fragile: di sicuro, anche se piacerebbe, non è quella straniante e romantica dei sogni. Anche questa è la misura di grandezza di qualche strofa, apparentemente buttata là con discrezione di Montale. Le scarne frasi convincono con la stessa forza di un trattato, senza mai trarre conclusioni azzardate. Neppure ai Poeti – magari di fronte ad un microfono come si usa (ed abusa) oggi – si possono chiedere risposte che non esistono proprio:
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.


