A furia di esami

Hanno avuto una grande risonanza mediatica i rifiuti, da parte di alcuni studenti, di sostenere la parte orale dell’esame di stato.

La stampa riporta di cinque casi. Un’inezia statistica rispetto alle migliaia di maturandi. Un paese serio non sarebbe rimasto turbato da un fenomeno così limitato; avrebbe sorriso e avrebbe detto agli studenti che, pur non condividendo la scelta, l’esame rimaneva un loro momento e loro era la scelta di attraversarlo come meglio credevano assumendosene le responsabilità.

Una scelta individuale, se non danneggia qualcuno, e se rientra nelle possibilità della situazione, va rispettata.

Invece molti si sono sentiti danneggiati e molti hanno attaccato la scelta di quegli studenti (per inciso la maggior parte veneti).

Per fare chiarezza: l’esame è di stato, non c’entra nulla con la maturità di una persona, sei maturo se ti infili in una macchina e sei sobrio e non hai assunto stupefacenti e non affronti una curva a 120 chilometri all’ora, non se hai avuto cento all’esame.

Tutti gli studenti, dopo gli scritti, sono informati sugli esiti prima della prova orale: le scuole hanno l’obbligo di pubblicare i voti almeno un giorno prima dell’inizio degli orali. Quei cinque studenti, come tutti i maturandi d’Italia, avevano davanti a sé l’informazione degli scritti e sapendo di avere già una valutazione che permetteva di superare l’anno, hanno deciso di fermarsi a quel punto. Di scendere e di non proseguire nello spettacolo.

C’è chi avrebbe suggerito loro di fare l’esame e di non accettare il voto: uno di questi infatti l’ha fatto, chiedendo al Ministro di essere valutato solo con il sessanta, il minimo.  Non dovrebbe essere possibile: una volta svolto l’esame il voto viene trascritto.

In realtà la norma vigente consente solo l’opzione lo faccio o non lo faccio. I cinque protestatari hanno scelto quest’ultima: hanno rinunciato a una votazione aggiuntiva, cioè il voto dell’orale, che avrebbe portato l’esito dell’esame a un punteggio maggiore. Cioè, hanno scelto di avere un danno.

Al massimo gli si può imputare di essere masochisti.

Sono stati accusati di aver violato le regole; di essere dei vili; dei furbastri; degli immaturi; degli incapaci di assumersi responsabilità e poi infinite divagazioni sulla loro personalità e sulla loro struttura emotiva (senza conoscere una riga del loro vissuto).

Naturalmente ognuno può dare all’azione altrui una propria valutazione.

Ricordandosi però che si educa con l’esempio e che il paese dell’evasione fiscale, dei morti sul lavoro, delle nefandezze urbanistiche e ambientali, non è proprio nelle migliori condizioni per chiedere a dei giovani il rispetto delle regole a prescindere.

Nonostante si obbietti che ci sono temi più importanti, ad esempio la diffusione delle guerre, è evidente che si sono toccati molti delicati tasti e qualcuno, al di là delle offese da bar, ha provato a ragionare sui temi che sono emersi dalla vicenda.

Un aspetto importante è la riflessione sul ruolo dell’esame di stato, se cioè sia ancora uno strumento in grado di dare una valutazione significativa agli studenti a chiusura di un ciclo scolastico superiore.

Avendo passato quasi 40 anni nei Licei e attraversato molti esami di stato, mi viene da ricordare che è stato, molte volte, modificato, proprio con lo spirito di renderlo più efficace. Sono cambiate le commissioni (esterne, interne, miste), il numero di prove (c’era la terza prova), le modalità stesse dell’orale. Abbiamo toccato il ridicolo quando si facevano pescare le buste ai candidati; abbiamo tentato di far portar tesine all’orale e oggi si cerca, con molta difficoltà, di far fare un percorso pluridisciplinare al candidato, magari partendo da una traccia. Naturalmente la pluridisciplinarietà quotidiana è ancora un miraggio collettivo, la si pretende però all’orale!

L’esame ha sempre funzionato perché ci piace rattoppare: è un rito collettivo dove i commissari interni se ne stanno seduti a sentire studenti che hanno già testato per anni e gli esterni a provare a tirar fuori qualcosa a studenti che non conoscono.

Che oggettività ha? Quella che, per autoreferenzialità, le attribuiamo noi: siamo obbligati a farlo e speriamo che non ci siano casini. Alle volte è noioso, alle volte divertente.

Ai cinque “criminali” che hanno rifiutato l’orale è stato suggerito di contestare il sistema di valutazione non all’ultimo istante, cioè all’esame, ma durante tutto l’anno o nel corso di studi.

Ma se gli studenti contestano i voti insistentemente (magari appoggiati dai genitori) li si accusa di non accettare il giudizio, di essere fragili e che, al contrario, una bella insufficienza rafforza il carattere e spinge a migliorare.

Non se ne esce.  Le istituzioni italiane non amano le contestazioni, mai.

Infatti, il baricentro della faccenda non sta in quella porticina d’uscita (dove, come ho vissuto, può succedere di tutto), ma in tutta l’attività quotidiana della scuola. La valutazione che si accumula negli anni non dovrebbe essere, e non lo è, solo su conoscenze disciplinari, ma su capacità di stare nella comunità classe, nelle relazioni con gli adulti, che sono i docenti, nel percorso di conoscenza e affermazione di sé, che non è di tipo competitivo, ma di esplorazione di competenze e visioni della vita e del mondo. La scuola non è efficiente solo se ha un’alta media di voti a chiusura dell’anno, faccenda solo formale e alle volte furbesca: è efficiente se ha segnato una crescita diffusa dei propri studenti sul piano personale e civile.

È dalla mancanza di questa capacità che emerge poi la conflittualità attorno alle valutazioni, compreso l’esame finale. Nessun studente confligge con la scuola se sente il contributo alla sua crescita: l’ho sperimentato in decenni di insegnamento.

Ma se sente di aver rincorso, per una fetta importante della sua vita, solo la carota del voto, allora questo può scatenare risposte, comprese quelle che abbiamo visto.  

Attenzione: sono solo una piccola frazione dei mille disagi, alle volte anche gravi, che passano nelle aule e che solo i docenti migliori ( e i presidi migliori) provano ad affrontare. La scuola è l’ultima struttura formativa che rimane: ma è costretta ad inseguire la folle velocità della società spesso con poche risorse, poca formazione e con una difficoltà di pulizia di tanto vecchiume inerziale nei programmi, nelle metodologie di insegnamento, nelle modalità valutative.

Così, in assenza di un movimento collettivo ( docenti, studenti, cittadini) che richieda, con forza e ogni giorno, di investire nell’istruzione e nella formazione dei docenti, quello che rimane è un luogo strategico infiltrato da crescente conflittualità e, quel che è peggio,  affiora la tendenza a difendersi dalle difficoltà con la semplice, e rassicurante, convinzione che tutta la colpa sia delle giovani generazioni incapaci di affrontare esami, prove, voti, insomma di affrontare la vita, la cui struttura, ricordiamocelo però,  è stata costruita dalle generazioni precedenti.

Alla fine, gli adulti, se non i vecchi, sanno dire ai giovani, come al solito, siete voi gli inadatti al mondo che vi consegniamo.

Niente di nuovo sotto il sole.

Per questo non miglioriamo realmente.

Fulvio Ervas
Fulvio è nato nell’entroterra veneziano qualche decina di anni fa. Ha gli occhi molto azzurri e li usa davvero per guardare: ama le particelle elementari, i frutti selvatici e tutti gli animali. Si laurea in Scienze Agrarie con un’inquietante tesi sulla “Salvaguardia della mucca Burlina”. Insegna scienze naturali e nelle ore libere tre campi magnetici lo contendono: i funghi da cercare, l’orto da coltivare, le storie da raccontare. Nel 1999 ha vinto il premio Calvino ex aequo con Paola Mastrocoda. Da allora ha pubblicato moltissimi libri tra i quali “Tu non tacere”, “Follia docente”, “Nonnitudine”, gli otto che hanno per protagonista l’ispettore Stucky da cui è stato tratto il film “Finché c’è prosecco c’è speranza” interpretato da Giuseppe Battiston e “Se ti abbraccio non aver paura” che ha vinto numerosi premi ed ha ispirato, nel 2019, il film di Gabriele Salvatores “Tutto il mio folle amore”.

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