Agostino il cuore nel lavoro [§ 1]

Da oggi “Ildiarioonline” propone “Agostino il cuore nel lavoro“, una storia di Enrico De Zottis, suddivisa in tre puntate nell’arco della settimana, con personaggi veneti immaginari.


Agostino D, al vostro servizio. Anche se ho novant’anni. Novant’anni, ostia! Novant’anni su questo mondo, e ancora qui, a sentire il profumo dell’orto dopo la pioggia, della terra bagnata che ti si attacca alle dita e ti da un senso di vita che rinasce. Chi se lo aspettava, dico io? Chi poteva pensare che Agostino, nato nel ’35 a Treviso, e cresciuto in mezzo al finimondo, sarebbe arrivato fin qui?

Eppure, è proprio nei disastri della guerra che ho imparato a vivere. Eh, la guerra… Ammetto che della guerra non parlo volentieri, ma certi ricordi non li puoi cancellare dalla mente. Non puoi, e basta. Ho sempre in mente il rumore degli aerei, quel rombo tenebroso che ti rimbombava nelle ossa prima ancora di sentire il fischio delle bombe che cadevano. Un sibilo terrificante che ti gelava il sangue fino alle punte delle orecchie, e poi i boati delle esplosioni, la terra che tremava sotto i piedi, rabbiosa, le finestre che si schiantavano in piogge di vetri rotti. E poi la corsa disperata e senza fiato verso i rifugi, scuri, stretti, con la polvere che ti cadeva in testa e ti entrava nei polmoni e la paura sempre presente, come due mani sempre li a stringerti la gola. Quando uscivi, trovavi solo fumo, acre e denso che ti bruciava gli occhi, e ciò che restava degli edifici. Macerie, ovunque. Non erano più strade, quelle, erano labirinti a ostacoli tra i mattoni bruciati e sbriciolati, che cedevano sotto i piedi, le travi spezzate e annerite, i calcinacci che ti finivano nelle scarpe. Me li ricordo tutti, i bombardamenti, quelli più leggeri e quelli più devastanti come nell’aprile del ’44. E poi ricordo i combattimenti veri e propri, sì, anche quelli. Me li ricordo come fosse ieri, come fosse questa mattina. Non sui grandi fronti lontani, no, ma qui, nelle nostre strade, tra le nostre case. Spari che fendevano l’aria con fischi sottili, urla in lontananza, e noi ragazzini che imparavamo a scappare veloci, a nasconderci dietro ogni angolo che sembrava almeno vagamente sicuro, a capire dove volava un proiettile solo dal suo suono, come un’allerta sonoro e insieme letale. Era quasi un gioco, un gioco terribile, ma era la nostra vita di tutti i giorni. E tutti i giorni di quella vita c’era soprattutto la fame. Quella che ti scava dentro e ti brucia come un fuoco. Non la fame finta che abbiamo oggi, quella che ti fa dire “ho un languorino” o come si diceva una volta “ho voglia di qualcosa di buono”. No, la fame vera è quella che ti stringe lo stomaco fino a far male, che ti fa andare a dormire sognando un pezzo di pane. Quella che ti insegna che la vita non regala niente, e che se vuoi qualcosa devi sudare sangue e non stare lì a lamentarti. Testa bassa e vai avanti, se vuoi sopravvivere.

E andare avanti per me voleva dire imparare a usare le mani. Su quelle, boia can, ho sempre potuto contare. Fin da bambino smontavo tutto quello che mi capitava a tiro. Vecchi orologi che nessuno sapeva più come far funzionare, con quegli ingranaggi che adoravo studiare, radio rotte che sputavano solo scariche statiche, persino la bicicletta del parroco che era rimasta mezza distrutta dopo che un camion tedesco ci era passato sopra! E poi, con pazienza, con curiosità e con una voglia di vincere quelle piccole sfide, le rimontavo. Capivo come giravano e si congiungevano i meccanismi, sentivo il leggero scatto quando andavano al loro posto, e mi sembrava quasi di ridare vita alle cose. Per me era come giocare con la magia, più che un lavoro. Altro che scuola, io volevo le mani sporche di grasso e di fiamma ossidrica, volevo il profumo dell’olio bruciato, la sensazione di poter comandare quei pezzi di ferro come volevo per creare qualcosa di reale. E così sono entrato nel mondo delle officine. Meccanico era il mio titolo, e lo sentivo come un secondo nome. Il mio primo vero maestro, Italo, è stato un vecchio meccanico che non parlava quasi mai, ma ti faceva capire tutto con uno sguardo e una bestemmia, e ti faceva vivere il lavoro fino a quando gli attrezzi non diventavano un pezzo di te. Lì, in mezzo a chiavi inglesi, bulloni e viti, in mezzo al rumore delle lime che lisciavano il metallo e dei martelli che battevano ostinati, ho capito che non volevo solo aggiustare la roba degli altri. Volevo creare qualcosa di nuovo, qualcosa che fosse mio.

In quegli anni in cui imparavo e formulavo i miei piani è arrivato il Boom. Una forza inarrestabile, un’esplosione di iniziativa, di ottimismo e di cemento, che se non l’hai vista non puoi capirla, voi giovani non potete neanche lontanamente immaginarla. L’Italia intera che si mette a marciare spedita come un treno, nuovi cantieri che nascono come funghi, il rombo dei camion carichi di merci e materiali, tutto per recuperare il tempo perduto della guerra e mostrare al mondo il nostro valore. Sembrava che il paese intero avesse fretta…no…avesse voglia di costruire. E io, Agostino D., cresciuto tra le rovine, non stavo mica a guardare. Avevo avuto un’idea: in quel mondo che correva e non voleva accontentarsi, il movimento era la parola d’ordine – e i motori elettrici erano la carta che volevo giocare per prendere un posto a quel tavolo.


Il secondo capitolo di “Agostino il cuore nel lavoro” verrà pubblicato giovedì 17/07/2025

Enrico De Zottis
Enrico De Zottis Nato a Venezia nel 1987 e cresciuto a Mogliano Veneto, da oltre un decennio si occupa professionalmente di Gestione delle Risorse Umane presso aziende multinazionali. Ad oggi vive e lavora a Lione (Francia). Nel tempo libero si dedica allo studio di tematiche socio-economiche, oltre che alla musica e al trekking. Ha conseguito la Laurea Magistrale in Giurisprudenza a Padova e un Master in Analisi Economica a Roma.

1 COMMENT

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here