Ofelia, compagna di lotta [§ 4]

[quarto capitolo]

Continua con il quarto capitolo la storia “Ofelia, compagna di lotta” di Enrico De Zottis


Il carcere. Una bolla fuori dallo spazio e dal tempo. Le sbarre, il rumore delle chiavi, le voci lontane nei corridoi, la presenza costante della sorveglianza. La vita di prima sembrava un sogno lontano, un film in bianco e nero. I primi tempi furono i peggiori. L’isolamento, il processo, le accuse, il giudizio non solo dei magistrati, ma anche di me stessa. Mi guardavo allo specchio e non vedevo più Ofelia, vedevo solo Laura, e la sua vergogna.

Mia madre veniva a trovarmi. Fedele, silenziosa, con gli occhi gonfi di lacrime che cercava di nascondere dietro un sorriso tirato. Ogni volta mi portava un po’ di casa, l’odore di pulito, qualche biscotto fatto da lei. Non mi rimproverava mai, mai una parola di biasimo. Solo uno sguardo, un abbraccio strozzato, e l’eco di quel dolore che le avevo inflitto. La vedevo invecchiare, vedevo la fatica che faceva per venire, i chilometri, la burocrazia del permesso di visita. E il senso di colpa, che era già lì nel moi cuore, si faceva sempre più pesante, quasi insopportabile. Per lei ero ancora Laura, la sua bambina, anche se rinchiusa dietro le sbarre.

Mio padre, invece… lui non venne mai. Non una singola volta. Smise di rispondere alle mie lettere. Per lui ero morta, credo. O peggio, una vergogna insopportabile, un tradimento a tutto ciò in cui aveva creduto e per cui aveva lottato. Lui, il partigiano, aveva visto la figlia imboccare la stessa strada della violenza, ma per tutti i motivi sbagliati. Era la fine della sua speranza, il crollo di quel futuro migliore che aveva sognato per me. Questo mi distrusse più di qualsiasi condanna. Sapere di aver infranto il suo cuore, di averlo deluso completamente.

Gli anni ’70 sono scivolati via tra le mura del carcere. Il mondo fuori continuava la sua corsa frenetica, ma io lo vedevo solo attraverso le lenti distorte e manipolative di qualche giornale. A volte, un frammento di televisione rubato, un telegiornale serale, mi mostrava immagini sfocate di un paese che cambiava, si trasformava, mentre io ero ferma, sospesa. Vedevo l’Italia che si scopriva più ricca, che viveva il consumismo che io avevo così disprezzato, ma anche gli ultimi sussulti degli Anni di Piombo, il terrorismo che continuava a mietere vittime da ogni parte, la risposta dura dello Stato, le leggi speciali. Sentivo i nomi dei compagni, arrestati, uccisi, pentiti, dissociati. La rivoluzione che avevo inseguito sembrava svanire, affogata nel sangue e nell’amarezza.

Poi sono arrivati gli anni ’80. Il decennio dei paninari e del disimpegno. Una realtà così lontana dalla mia, così estranea, che mi sembrava di vivere in un altro universo. La lotta, quella per cui avevo sacrificato la mia vita, era diventata un ricordo sbiadito, un errore per molti, un argomento tabù per tutti. E in quel silenzio, in quella solitudine, cominciai a riprendere in mano i libri. Non per la causa, non per la lotta, ma per me stessa. Per ritrovare un senso, una direzione in quel tempo immobile. Ripresi gli studi di Lettere e Filosofia. Ogni pagina era una fuga, un modo per ricostruire, pezzo dopo pezzo, quella Laura che avevo abbandonato.

Ora, ogni esame superato, ogni testo studiato, era un piccolo atto di resistenza personale. Le materie che prima erano armi, ora erano rifugio. La filosofia, che mi aveva spinto alla radicalizzazione, ora mi aiutava a interrogarmi, a capire. Non a giustificarmi, ma a comprendere la complessità, a riconoscere gli errori.

Nel 1989, dopo quasi quindici anni di carcere, arrivò il permesso. Un permesso speciale. Un’aula spoglia, una commissione di professori che non conoscevo, e la tesi davanti a me. E alla fine della discussione, mi dissero che ero dottoressa. Nessun applauso. Nessuna festa. Nessun abbraccio di mio padre che mi dicesse: “Brava, Laura”. Solo il silenzio, il fruscio della pergamena, e il peso di una laurea conseguita dietro le sbarre, in una vita perduta, con un titolo che non sapevo nemmeno se avrei mai potuto usare. Era una vittoria, sì, ma una vittoria amara, segnata dalla solitudine e dal rimpianto. Sapevo che quel pezzo di carta non avrebbe cancellato il passato, né riparato le ferite. Ma era un inizio. Un piccolo, solitario, inizio.


Il quinto capitolo di “Ofelia, compagna di lotta” verrà pubblicato domani venerdì 27/06/2025
Il primo capitolo è stato pubblicato il 23/06/2025: https://www.ildiarioonline.it/2025/06/23/gotico-trevigiano-ofelia-compagna-di-lotta-1/
Il secondo capitolo è stato pubblicato il 24/06/2025: https://www.ildiarioonline.it/2025/06/24/gotico-trevigiano-ofelia-compagna-di-lotta-2/
Il terzo capitolo è stato pubblicato il 25/06/2025: https://www.ildiarioonline.it/2025/06/25/gotico-trevigiano-ofelia-compagna-di-lotta-3/

Enrico De Zottis
Enrico De Zottis Nato a Venezia nel 1987 e cresciuto a Mogliano Veneto, da oltre un decennio si occupa professionalmente di Gestione delle Risorse Umane presso aziende multinazionali. Ad oggi vive e lavora a Lione (Francia). Nel tempo libero si dedica allo studio di tematiche socio-economiche, oltre che alla musica e al trekking. Ha conseguito la Laurea Magistrale in Giurisprudenza a Padova e un Master in Analisi Economica a Roma.

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