MATERIALITÀ E SPIRITUALITÀ DEL PAESAGGIO

Nella definizione di paesaggio, almeno nel senso comune, prevale la connotazione “estetica”, ma il paesaggio è come la natura: non è solo estetica. Il paesaggio non è solo quello che ci fa esclamare wow o mettere like su immagini condivise sui social e la sua tutela non è un capriccio dei soliti ambientalisti. Il paesaggio è uno scrigno di sostanziali “significati ulteriori”. Il paesaggio incorpora una molteplicità di valori: ecologici, urbanistici, sociali, antropologici, economici, storico-culturali e identitari. 

Di conseguenza, è più corretta la definizione di paesaggio come il risultato della conformazione del territorio data dall’insieme degli aspetti naturali e antropici. Nell’unitarietà tra natura, storia ambiente, uomini risiede la sua “essenza compositiva”. Tale essenza compositiva è la più sfidante: si tratta di scegliere tra una visione del paesaggio in cui si “(s)compongono” i suoi molteplici elementi secondo una declinazione parziale, egoistica e settoriale e una visione in cui si cerca la loro” (r)icomposizione”.

Ci sono due parole bellissime che conferiscono un valore ontologico al paesaggio: “insieme” e “armonia”. Il valore semantico, ecologico, estetico e identitario delle parole “insieme” e “armonia” è stato recuperato nel nostro paese con la modifica dell’articolo 9 della Costituzione che, dal 2022, prevede, oltre alla tutela del patrimonio storico e artistico della nazione, la “tutela dell’ambiente”. Ma la tutela del paesaggio nel rispetto della sua essenza compositiva da alcune settimane è sotto attacco ad opera di una classe politica ignorante e meschina che vorrebbe ridimensionare il ruolo delle soprintendenze.

Questo attacco alle soprintendenze ha del grottesco: come se le soprintendenze avessero un potere di veto in grado di bloccare gli enormi interessi economici che riescono quasi sempre a prevalere sulle incompatibilità ambientali e paesaggistiche, magari con l’aiuto compiacente della partitocrazia. Un esempio fra i tanti è il caso della Super Pedemontana Veneta dove la mancanza di una visione compositiva del paesaggio e del suo valore ecologico e urbanistico ha impedito la ricerca di soluzioni alternative alla grande infrastruttura, magari migliorando e mettendo in sicurezza, riqualificandole, arterie stradali e ferroviarie esistenti senza consumare nuovo suolo.

Basta pensare ai siti di Rete Natura 2000 devastati dai cantieri della SPV, in particolare al Sito di Importanza Comunitaria “Le Poscole”, area di risorgiva in cui le normative comunitarie risultano violate in modo abnorme e sfrontato. Basta pensare al valore economico, antropologico, storico-culturale e identitario perduto con l’esproprio di centinaia di aziende agricole che creavano occupazione e producevano cibo sugli 850 ettari di campagna mangiati dalla grande opera. Basta pensare alla bella campagna veneta che faceva da sfondo alle sei ville palladiane, uno sfondo cancellato dal passaggio della Super Pedemontna Veneta con cui vengono inceneriti in un solo colpo il valore dell’insieme e dell’armonia del paesaggio precludendo itinerari ciclabili tematici palladiani.

Secondo me, proprio per dare ”forma” e ”sostanza” all’articolo 9 della Costituzione, non solo va difeso il ruolo e l’autonomia delle soprintendenze,  ma andrebbero loro delegate anche le (VIA) Valutazioni di Impatto Ambientale, le (VAS) Valutazioni Ambientali strategiche, le (VINCA) Valutazioni di Incidenza Ambientale attualmente svolte da uffici tecnici che sono  unità operative  dipendenti dal potere politico amministrativo e  che con il “meccanismo di labili prescrizioni” superano tutte le incompatibilità ambientali e paesaggistiche, come nel caso appunto della Spv e in migliaia di altri casi.

Il paesaggio del bel paese, grazie a questo andazzo a dir poco accomodante, non è messo bene. Un’immagine plastica di questo degrado paesaggistico la si ha al rientro   in aereo in Italia provenendo dai paesi del Nord Europa: una volta varcate le Alpi si resta turbati e si coglie con tristezza l’ingrigimento del paesaggio ad opera del cemento e dell’asfalto e la loro disordinata proliferazione in modo frammentato e ad alto consumo di suolo (sprawl).

Certo, l’Italia ha un patrimonio storico artistico culturale senza eguali, ma una volta visitati una città d’arte, un museo, una chiesa, un manufatto storico, un sito naturalistico e ci si sposta in auto o in treno e si va   oltre l’attrazione turistica, iper-reclamizzata dai social media, il paesaggio muta: si ingrigisce, perde armonia, si frammenta, l’unico collante è il cemento e l’asfalto. Purtroppo, ci si sta abituando a questa “bruttezza”, a questa diffusa deturpazione del paesaggio e alla perdita della sua “essenza compositiva” e del suo intrinseco “valore spirituale” come ci ricorda Andrea Zanzotto: “Salvare il paesaggio della propria terra è salvarne l’anima e quella di chi l’abita”.

Dante Schiavon
Laureato in Pedagogia. Ambientalista. Associato a SEQUS, (Sostenibilità, Equità, Solidarietà), un movimento politico, ecologista, culturale che si propone di superare l’incapacità della “classe partitica” di accettare il senso del “limite” nello sfruttamento delle risorse della terra e ritiene deleterio per il pianeta l’abbraccio mortale del mito della “crescita illimitata” che sta portando con se nuove e crescenti ingiustizie sociali e il superamento dei “confini planetari” per la sopravvivenza della terra. Preoccupato per la perdita irreversibile della risorsa delle risorse, il “suolo”, sede di importanti reazioni “bio-geo-chimiche che rendono possibili “essenziali cicli vitali” per la vita sulla terra, conduce da anni una battaglia solitaria invocando una “lotta ambientalista” che fermi il consumo di suolo in Veneto, la regione con la maggiore superficie di edifici rispetto al numero di abitanti: 147 m2/ab (Ispra 2022),

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