Se, a proposito degli “ecosistemi urbani”, mettiamo a confronto le norme della “legge europea sul ripristino della natura” con la prassi urbanistica praticata in Veneto si resta sconcertati dal potere delle parole di manomettere la realtà.
Abbiamo, da un lato, una legge europea che prevede che entro il 31 dicembre 2030 non si registri alcuna perdita netta della superficie nazionale totale degli spazi verdi urbani e delle alberature urbane rispetto al 2024 e il loro aumento dal 1° gennaio 2031. Dall’altro, la “legge regionale veneta per il contenimento del consumo di suolo” che, attraverso “artifici verbali di natura tecnico-urbanistica” e l’uso spregiudicato e propagandistico della “semantica green”, illude i cittadini veneti che si sta perseguendo l’obiettivo dell’azzeramento del consumo di suolo entro il 2050.
Il “velo narrativo fuorviante e mistificatorio”, steso sopra la barbarie urbanistica in atto, viene però visivamente e paesaggisticamente “disvelato” dall’applicazione diffusa dell’istituto della “deroga” in qualsiasi tentativo di pianificazione urbanistica. Ho l’impressione che il “velo narrativo fuorviante e mistificatorio” abbia funzionato anche nei confronti delle opposizioni e, fino ad oggi, anche dei vertici delle maggiori associazioni ambientaliste. Ci ha poi pensato la massa di pennivendoli nazionali e locali a completare una narrazione distorta, distrattiva e, per certi versi, rassicurante.
Ma come sta avvenendo la sottrazione di una risorsa non rinnovabile negli “ecosistemi urbani” del Veneto? Nel rispondere a questa domanda devo tralasciare per un momento l’effetto combinato delle sedici deroghe su tutta la superficie naturale della Regione che ha portato (dati Ispra) a 829 ettari il consumo medio annuo di suolo nel periodo dal 2017 (anno di entrata in vigore della legge regionale) al 2022.
Negli “ecosistemi urbani” del Veneto l’applicazione di una di queste sedici deroghe sta comportando una irresponsabile e spregiudicata occupazione degli spazi verdi sopravvissuti alla cementificazione: lo potete constatare con i vostri occhi nei maggiori centri urbani della regione. Probabilmente l’uso dell’espressione “ambiti di urbanizzazione consolidata”, un artificio di natura “tecnico-semantico-urbanistica” per designare le zone urbanizzate e semi urbanizzate dei comuni, ha finito per annebbiare le menti di molti osservatori che non si sono ancora accorti come l’occupazione degli spazi verdi nei maggiori centri urbani del Veneto non concorra al raggiungimento di quei 18257 ettari consumabili dal 2017 al 2050 previsti dalla legge regionale.
Infatti, la legge regionale considera gli spazi verdi liberi come “aree libere intercluse o di completamento destinate alla trasformazione insediativa”. Si, avete capito bene: la legge veneta sul suolo considera gli spazi verdi liberi sopravvissuti alla cementificazione come “aree di completamento” e oggetto di “deroga” all’imperativo morale ed ecologico di non sperperare una risorsa non rinnovabile. E tale sterminio delle aree verdi negli “ambiti di urbanizzazione consolidata” si sta consumando, dal 2017, in tutti i maggiori centri urbani del Veneto tra l’indifferenza della partitocrazia e la mancata “analisi di sistema” sulle conseguenze ecologiche, climatiche e urbanistiche di quella legge. Una mancata “analisi di sistema” soprattutto da parte dei vertici delle maggiori associazioni ambientaliste che in questi anni non hanno saputo trasformare la sensibilità e lo spirito partecipativo dei comitati locali in una vera lotta ecologista.
C’è poi in quella legge un uso spregiudicato e propagandistico della “semantica green” fa bella mostra di sé con l’uso a sproposito, nelle premesse e nell’indicazione che farisaica degli obiettivi, di termini come: “riqualificazione edilizia e ambientale”, “riqualificazione urbana”, “rigenerazione urbana sostenibile”. Tutte operazioni che nella realtà si rivelano “pseudo-green” e che, unitamente ai premi volumetrici e di superficie del “piano casa” (di deroga in deroga), nascondono mere speculazioni immobiliari (accompagnate comunque da consumo di suolo) attuate solo nelle aree super urbanizzate, congestionate e appetite dalla rendita fondiaria e non nelle zone interne del Veneto (borghi e piccoli paesi) che stanno vivendo un lento spopolamento con l’accrescimento del patrimonio residenziale e commerciale inutilizzato.
La proposta di una raccolta di firme, per un “referendum abrogativo” della legge regionale sul suolo e delle sue deroghe poteva essere, a mio parere, un momento fondativo di una proposta rivolta ai cittadini veneti per una diversa “politica ambientale” che disegnasse anche una “nuova economia”. Un modo diverso di fare economia e creare occupazione basati sul recupero, sulla ristrutturazione, sulla manutenzione, sul restauro architettonico e sull‘adattamento funzionale del già costruito, sull’utilizzo dei tetti dei fabbricati per l’installazione di celle fotovoltaiche (secondo il rapporto Ispra 2023 tale superficie occupa a livello nazionale dai 757 ai 989 km2 e sarebbe in grado di produrre tra i 70 e i 90 GW) e, infine, sul “ripristino della natura” negli “ecosistemi urbani” come stabilito dall’articolo 8 della Natural Restauration Law.


