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In questi giorni di manifestazione sanremese si saturano l’aria e magari anche i pensieri, assorbiti fino a notte fonda dalle note canore del festival: è un grandioso spettacolo, inutile volersi ergere a farne i detrattori, o mostrarsi alternativi a tutti i costi.  Ma mi si affaccia alla mente una riflessione, mentre la televisione e la radio concorrono con i propri servizi speciali, praticamente in ogni ora, a titillare gli spettatori perché concentrino i propri favori e, in tal modo, contribuiscano ad innalzare la “share” che vale milioni.

Tutto ciò rappresenta soltanto un frammento infinitesimale della galassia artistica. Ci sfugge – e vale per qualsiasi forma d’arte- la percezione di una dimensione incredibilmente varia, dove creature speciali dedicano la propria vita a un demone consacrato, in questo caso ad Euterpe: sono artisti che magari non raggiungeranno la notorietà nazionalpopolare, eppure con la loro passione seminano di preziosità un mondo altrimenti spinto dal Grande Mercato all’omologazione e all’appiattimento dei gusti. 

Penso con rispetto a coloro che imboccano con competenza strade originali, a chi rinuncia alla pagnotta facile, fedele alla propria ostinata identità. Non cito i nomi di cantautrici o cantautori veneti eccezionali, per non incorrere nel pericolo involontario di danneggiarli, citandoli come casi di sfortunata sottovalutazione. Per questo mi sposto in un’altra regione, la Liguria, e vi parlo di un artista coerente e poliedrico.

Un secolo fa abbiamo condiviso insieme la sfortunata ventura di affidarci, da scrittori in erba, ad un editore che infine era fallito e con esso anche le prospettive speranzose delle nostre primissime opere. Ma un inciampo non è determinante, se si è sorretti da un fuoco. Ambedue siamo andati avanti, per strade e in modalità diverse: io tra le pagine narrative e lui, invece, con la sua chitarra e gli arrangiamenti sontuosi, a sottolineare parole soppesate dentro le armonie: perché le parole restano irrinunciabili foglie di ogni albero poetico, indipendentemente dalla forma che assume.  Paolo Gerbella, manco a dirlo, è un cantautore genovese. Uno di quelli che hanno scartato un posto rassicurante da dirigente commerciale, per dedicare tutto il suo tempo a scrivere e a cantare canzoni. Una scelta obbligata: al benessere economico ha anteposto la propria vocazione maledetta e affascinante.

Negli anni ha prodotto cose ragguardevoli: oltre a due racconti lunghi ed un testo teatrale rappresentato con successo, sono usciti cinque suoi dischi. Tra i più recenti spiccano “Io, Dino”: un vero gioiello, orecchiabile eppure raro, interamente ispirato alla vita del poeta Dino Campana.

Paolo non si sottrae alla sua natura di artista, ma nemmeno alla sua fede politica che ambisce idealmente al riscatto degli umili: così è uscito “La regina”. Anch’esso racconta musicalmente una storia accaduta realmente: le date ci portano lontano, al 19 e al 23 dicembre del 1900. Protagonisti i lavoratori portuali: quando il Prefetto di Genova dispose per la chiusura della locale Camera del lavoro, considerata ritrovo di pericolosi anarchici e socialisti. La risposta fu il primo grande sciopero italiano del secolo, che bloccando nel porto la merce (definita in gergo “la regina”) fermò i commerci in tutto il Paese. Un’intera città contro il potere dello Stato ottenne il ritiro del decreto, e aprì alle grandi conquiste sindacali e sociali del ‘900.

Da qualche anno è mancato un grande cantautore: Gianmaria Testa. Paolo Gerbella, con altri prestigiosi compagni del suo viaggio artistico, gli hanno dedicato un disco molto particolare, dal titolo “Schiena dritta”. Non si tratta affatto di un’interpretazione di cover, ma proprio di una dedica, un omaggio suggerito dalle canzoni e dalla vita senza compromessi del compositore piemontese scomparso: un gigante che per molti anni condusse un lavoro da capostazione, delicato e modesto, mentre anche l’Olympia di Parigi lo aveva scoperto. Il cd è costruito intorno ai ricordi del prestigioso amico scomparso e ad alcune parole che contraddistinguono il suo patrimonio di motivi.  

Le canzoni originali di Paolo Gerbella rinviano proprio, a modo proprio, alle emozioni suggerite dalla vicenda umana e artistica di Gianmaria Testa. A differenza di altri precedenti, questo ultimo disco di Gerbella abbisogna di un tempo lento di assimilazione: salvo alcune canzoni, più immediate, inanella brani dove le parole prevalgono nettamente sulle melodie. Parole da centellinare. Eppure il risultato è raffinato e la musica degli accompagnamenti è impreziosita di sonorità speciali, dove si avverte netto anche il contributo di un virtuoso della tromba e del filicorno, qual è nientemeno che Paolo Fresu. La voce di Paolo Gerbella, quasi sempre potente e scintillante, piega talvolta ad un esito commosso e quasi incerto, che restituisce un tono di autenticità all’ìnsieme. Non si tratta dunque di un’opera scontata. Marca il percorso artistico di Paolo Gerbella con una narrazione riflessiva e una musicalità ricca di sfumature ed echi suggestivi.

Secondo l’indole dell’artista, poco incline a certe forme di proporsi, mentre sono reperibili e ascoltabili in rete altre sue produzioni, quest’ultimo disco è richiedibile solo nei negozi di dischi, oppure direttamente dall’editore “Squi[libri]

Qui si può apprezzare il pezzo, davvero speciale, dal titolo connotativo: Gli alberi di canto.

Da ascoltare fuori dai clamori chiassosi di questa recente abbuffata sanremese.

Roberto Masiero
Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta e Dragan l’imperdonabile.

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