La lacrimuccia sotto le ciglia

Non stupiamoci, sorelle e fratelli mammolette, del caso occorso alla signora Chiara Ferragni. Negli scorsi giorni la schiera dei fans ha visto apparire sullo schermo il suo mito, rivestito di una tuta/casacca dimessamente elegante, quasi “prison chic”. E i suoi occhi giganteschi proiettavano, spogliati sapientemente del trucco, una luce nebbiosa da abat jour penitenziale. Si è presentata al tribunale degli ammiratori, chiedendo perdono per “essersi sbagliata” a ricevere i compensi milionari della sponsorizzazione caritatevole coi pandori Balocco Pink Christmas (e le uova pasquali Giochi Preziosi). Già, le donazioni riconosciute rispettivamente all’ospedale di Torino e all’associazione Bambini delle Fate erano proporzionalmente miserevoli.

Vorrei andare oltre alla cronaca scandalistica, per riportare l’attenzione su un tarlo che sta corrodendo le coscienze della gente comune: asseriva il filosofo Marcuse – mi avvalgo di una citazione brillante dal suo vecchio saggio L’uomo a una dimensione – che “le persone si riconoscono nelle loro merci; trovano la loro anima nella loro automobile, nel giradischi ad alta fedeltà, nella casa a due piani, nell’attrezzatura della cucina. Lo stesso meccanismo che lega l’individuo alla sua società è mutato, e il controllo sociale è radicato nei nuovi bisogni che esso ha prodotto.”

Prendiamo atto che questa nostra società è intrinsecamente legata, oserei dire addirittura spiritualmente, ai meccanismi che valorizzano la produzione e il consumo. Essi stessi divengono talvolta anche il fine ultimo di campagne pubblicitarie che soddisfano il nostro bisogno individuale di sentirci buoni, meglio se si ottiene con un sacrificio a prezzo scontato, ancor meglio se gratis. Potrei chiamarlo, con un neologismo testé creato, il beneficommercio. Se la pubblicità è l’anima del commercio, e si tratta di una pubblicità che abbina la spinta al consumo con operazioni a sostegno di chi lotta contro i mali del mondo, allora il gioco, anzi il business è fatto. 

Invero anche le istituzioni onlus adottano il meccanismo collaudato, quando nelle proprie onestissime campagne di raccolta fondi compensano i donatori con qualche oggetto simbolo: pensiamo alle azalee per la ricerca (AIRC), o ai cuori di cioccolato (Telethon). L’oggetto, anche se “pagato” un poco più caro del solito, rende la donazione più appetibile in quanto c’è comunque una contropartita tangibile. Ma in queste circostanze è davvero protagonista la meritoria raccolta fondi e l’oggetto offerto al donatore ha il valore di un simbolico riconoscimento. Nulla a che vedere con il beneficommercio.

Viceversa il problema si pone quando protagonisti delle campagne sono certi marchi industriali o commerciali che usano esibire un atteggiamento filantropico/caritatevole per alzare la reputazione ai propri prodotti o alla griffe: in una parola per vendere di più. L’articolo o il servizio in vendita è il motore dell’iniziativa e la sponsorizzazione filantropica ne costituisce solamente un rafforzativo motivazionale. Così vediamo, per esempio, che nei voli Ryan air si vendono biglietti della lotteria di cui una parte del ricavato andrà in beneficenza, Lacoste personalizza (in serie limitata) le T-shirt a favore delle cause animaliste di SOS Save Our Species e il programma dell’International Union for Conservation of Nature (IUCN), Gli esempi potrebbero continuare all’infinito.

Il fatto che, dietro a queste sponsorizzazioni benefiche, si celi l’interesse commerciale dei promotori non ci deve far inorridire. Pragmaticamente affermo che il metodo può essere accettabile, se dà risultati in termini di beneficio sociale effettivo. Non viviamo in un mondo utopico e l’umanità è assai influenzabile dai media: turandomi il naso, affermo che è importante il risultato.

Purtroppo la malafede o la distorsione di qualche furbastro (e per par conditio furbastra) rischiano di mortificare la disponibilità della gente a donare generosamente: quante volte abbiamo sentito la frase che “siamo in mano agli imbroglioni e dunque meglio non dare niente a nessuno”. Questo atteggiamento di sfiducia cosmica ci chiude in un cerchio di egoismo protettivo. Portato alle estreme conseguenze sarebbe la fine di tante iniziative sacrosante, come i finanziamenti alla ricerca pura e contro le malattie rare, dove le grandi case farmaceutiche private investono poco, per la prospettiva di un modesto ritorno economico.

Mentre anche su queste colonne ragioniamo sui massimi sistemi, nel silenzio c’è una marea di persone dabbene, volontari che spargono nel territorio semi d’amore e solidarietà, senza il fascio di luce lanciato sulla propria scena dalla notorietà.

Anche Mogliano Veneto, fortunatamente, dispone di gente generosa. Come la quarantina di volontari del Progetto Leva civile che ogni settimana distribuisce pacchi alimentari ai più disagiati e li orienta a cercare soluzioni al vivere quotidiano nel centro d’ascolto di via Ronzinella: si tratta di oltre un centinaio di famiglie assistite, di cui oltre il 50% sono italiane o miste. O si occupa di confortare gli anziani. O assiste i giovani studenti delle scuole primarie e secondarie con difficoltà nell’apprendimento. Si avvale della preziosa collaborazione dei ragazzi del Liceo Berto, instradandoli così ad una cittadinanza attiva nel volontariato. Il bilancio sociale dello scorso anno è consultabile sul sito della “Leva Civile”.

Cito questa realtà perché è meno visibile di altre più conosciute, operanti nel comune. Fruisce di ben pochi sussidi, eppure svolge un lavoro ragguardevole da oltre un ventennio. Senza clamori, senza ciglia lunghe da cerbiatta in campo rosa, esiste una comunità dove si opera per il bene comune, non controbilanciato da altri interessi personali, se non quello della pace con la propria coscienza.

Così, mentre le piccole realtà locali si battono per far quadrare i magri bilanci, c’è chi veleggia nel lusso, confortato dal plauso di milioni di ammiratori. La referenza prestigiosa di “influencer” talvolta ribalta i valori, anche quelli squisitamente umani.

Fa specie che anche la tuta (in lana ed angora) con cui la Ferragni si è presentata, per fare ammenda “dell’incidente” occorsole, sia diventata un oggetto di cult natalizio. Pare che si siano impennate le sue vendite, il modello in grigio è addirittura sold out, al prezzo di ca. 600 euro cadauno.  Alla faccia dei moralisti barbosi gli oltre 30 milioni di follower sanno trasformare anche una brutta figura in un ottimo affare.

Roberto Masiero
Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta e Dragan l’imperdonabile.

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