Qual è il volto, quale la maschera?

Talvolta c’è da chiedersi quale sia il volto autentico e quale la maschera del presidente della regione Veneto Luca Zaia.

Anche in relazione a recenti accadimenti, risulta evidente che Il suo atteggiamento bonario, lo sbandierato buonsenso caro alla retorica leghista e l’indubbia capacità di sedurre la sua ampia base, si reggono su un pilastro: esercitare sempre e comunque l’arte del compromesso. Il consenso di cui gode, in effetti paga poco pegno per l’incoerenza di fondo, rispetto a dei valori propagandati e che nei fatti vengono continuamente contraddetti.

Inoltre, viene spontaneo chiedersi fino a quando potrà recitare nel furbesco gioco delle parti? Salvini interpreta il personaggio del leader irriducibile, in un certo senso quella del cattivo, per sostenere i voti di un partito che nel 2019 vantava un 34% ed ora arranca intorno ad un risicato 9%, surclassato da Fratelli d’Italia.

Per risalire la china il leader milanese, seguendo il proprio intimo credo, è capace di trascinare il partito oltre i confini segnati dalla destra e definirsi fan di una classe politica mondiale che strizza l’occhiolino agli estremismi più inquietanti (da Bolsonaro a Le Pen, dalla neonazista tedesca dell’Afd Alice Weidel, all’olandese Geert Wilders). Si è rifugiato in un ambiente dove si espone tutto il catalogo di ideologie francamente pericolose: la distruzione dell’Europa e della sua moneta in nome di presunti interessi nazionali, l’egoismo sovranista, financo una visione sessuofoba e protezionista militarizzata. Salvini si mostra volentieri in rotta dii collisione con i sindacati. Ultimo fiore: ha approvato l’intervento disdicevole della Digos, teso a identificare chi ha “osato” gioire con il grido legittimo di “W l’Italia Antifascista!” durante gli applausi alla prima della Scala.

 Zaia recita abitualmente la parte del buono: espone il proprio volto rassicurante, come se vivesse in un altro pianeta politico, fatto di principi del lasciar vivere, di tolleranza. I media nazionali anche di opposizione sostanzialmente lo rispettano. 

Scrive libri. Quand’era ministro dell’agricoltura alludeva alla necessità di salvare l’uomo dai suoi errori e che occorre adottare la terra. Proprio come se fosse un’orfana. Proprio come se fosse una bambina bisognosa di tutto (Adottare la terra – per non morire di fame – Mondadori 2010). Eppure, il Veneto è la seconda regione italiana per consumo di suolo (dati Ispra 2023): ha fatto della cementificazione un cavallo di battaglia del proprio sviluppo come capannonificio.

Più recentemente Zaia proclama la necessità di una conversione ecologica, si confronta con l’opportunità rappresentata dalle migrazioni, la tutela dei diritti universali, la parità effettiva e non solo enunciata, le nuove povertà, il rapporto con i giovani, vero motore della rinascita, fino al traguardo di un’autonomia responsabile. (I pessimisti non fanno fortuna. La sfida del futuro come scelta – Marsilio 2022). Ai lettori giudicare se queste idee sbandierate hanno trovato pratica applicazione nei fatti.

Per chi è abituato a riflettere, non può passare inosservato il conflitto stridente, ideologico e valoriale, lo sdoppiamento di atteggiamenti, le svolte inconciliabili a cui ci viene richiesto di adattarci continuamente in quanto cittadini, in nome di mutate esigenze, per il presunto progresso del Veneto first.

Dunque, non si capisce bene se il volto autentico di Zaia sia quello che accorre a Firenze per assistere (come spettatore qualificato e di fatto consenziente) alla kermesse organizzata dal “cattivo” Salvini coi sovranisti irriducibili. O invece se sia quello dei buoni principi, assimilabili ad una linea moderata. Non dovrebbe forse un leader rappresentativo della caratura di Zaia, quantomeno per rispetto alle proprie convinzioni, battersi per restituire alla Lega una veste francamente più presentabile?

Il dubbio spiacevolissimo che si fa strada è quello di avere al vertice regionale un uomo connivente con le becere posizioni ufficiali del suo partito, in salsa salviniana. Se così fosse, come risulta dall’apparente sintonia, il volto autentico di Zaia non sarebbe in sostanza diverso da quello di Salvini e ciò dovrebbe far riflettere amaramente.

Di sicuro al popolo veneto sembra interessi poco la coerenza, purché sia mantenuto uno standard propagandato di benessere economico diffuso. Eppure anche da qui i giovani laureati migrano all’estero per trovare occupazione dignitosa, i lavori precari trionfano, eppure anche qui la Sanità pubblica è stata penalizzata e le liste d’attesa sono enormi. Eppure, l’inquinamento, non solo dell’aria (polveri sottili) ma anche quello dell’acqua (Pfas, pesticidi e fitofarmaci) assumono livelli impressionanti.  La responsabilità di chi governa non può essere sempre attribuita in modo pilatesco a precedenti gestioni: nel Veneto il centrodestra è saldamente in sella dal 1995.

Il presidente Zaia gode di consensi bulgari e forse la sua gente pensa che, indipendentemente da ciò che viene deciso ai vertici del partito, qui nel Veneto le cose continueranno ad assumere sempre e per sempre una buona piega, a prescindere dallo sbraitare del capo milanese. Quasi che vivessimo in una piccola repubblica indipendente: la realtà è un’altra.

La strategia di Luca Zaia è, in soldoni, quella di saper sgusciare come un’anguilla dalle contraddizioni evidenti anche in seno alla forza politica che lo rappresenta. Si tratta di un esempio brutto di opportunismo politico e fa torto all’intelligenza e forse anche alla morale.

Prima o poi ci sarà un bambino innocente che vedendolo passare – facendo il verso alla famosa favola di H.C. Andersen – griderà la verità scomoda: il re è nudo!

Roberto Masiero
Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta e Dragan l’imperdonabile.

2 COMMENTS

  1. Caro Roberto, grazie di questo prezioso contributo. Ti confesso che, da sempre, avrei voluto scriverlo io. Tu, però, l’hai scritto assai meglio di come io avrei potuto fare. La mediocrità politica dei Veneti ne esce perfettamente ritratta, così come l’inossidabile Zaia, che nonostante tutto (PFAS, Pedemontane, Centri commerciali, capannoni, ecc. ecc. ecc.) riesce sempre e comunque a galleggiare, ostentando la sua sorridente maschera di gomma.

  2. Concordo. Personalmente aggiungerei un paio di declinazioni alla definizione di opportunista. Quella razzista, quella dei primi anni dell’espansione elettorale leghista legata alla paura dell’immigrato, con profondi toni razzisti del signor Zaia, alimentando le paure e gli istinti di conservazione del proprio benessere, un terreno elettorale ben concimato di cui gode tuttora. Andrea Zanzotto ha saputo cogliere il nesso tra lo sterminio dei prati e la connotazione razzista della Lega e di Zaia: “L’aspetto più urtante, almeno visualmente, di come è cambiato il Veneto è l’aggressione al paesaggio. Alla scomparsa del mondo agricolo ha corrisposto una proliferazione edilizia inconsulta e casuale, con un’erosione anche fisica del territorio attraverso forme di degradazione macroscopica dell’ambiente. Ora, tutta questa bruttezza che sembra quasi calata dall’esterno sopra un paesaggio particolarmente delicato, “sottile” sia nella parte più selvatica come le Dolomiti, sia in quella più pettinata dall’agricoltura, non può non creare devastazioni nell’ambito sociologico e psicologico. Vivere in mezzo alla bruttezza non può non intaccare un certo tipo di sensibilità, ricca e vibrante, che ha sempre caratterizzato la tradizione veneta, alimentando impensabili fenomeni regressivi al limite del disagio mentale. Per esempio, aggressività, umori rancorosi, intolleranze e spietatezze mai viste, secondo la logica di sbrogliare la crisi sociale etnicizzandola. E così è successo perché, in realtà, quell’orrenda proliferazione edilizia è scaturita appunto dall’affievolirsi di antiche virtù”. da ‘In questo progresso scorsoio, Andrea Zanzotto, conversazione con Marzio Breda’, Garzanti, 2009. La seconda declinazione opportunista e l’esercizio del millantato credito. Il leone marciano simbolo della Repubblica di Venezia è stato trasformato nel simbolo del Veneto. Giustamente Mario Isneghi scrive “fa sorridere questo venetismo odierno applicato a Venezia che non è mai stata ne popolo, ne naxion, ma Impero votato al dominio dei suoi popoli”.
    Esercizio di millantato credito, accompagnato ed esercitato da una schiera di comunicatori e influencer al suo servizio che riempiono tutti gli spazi politico-pubblicitari dei media locali. Anche le Dolomiti le fa sembrare un merito venetista.
    Le mie sono solo considerazioni personali a cui ho voluto dare la stura a seguito del tuo articolo che apprezzo e condivido.

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