Questo governo ha le tinte di una mela sana, ma se la apri ci trovi dentro il verme: da un lato fa venire l’acquolina in bocca con misure placebo ai suoi estimatori (i votanti effettivi e potenziali), persuadendoli che si sta prodigando in misure eccezionali a favore delle classi popolari. Addirittura, recita quel mantra che funziona sempre: con eroica capacità sta mettendo mano a correggere i terribili errori dei cosiddetti “governi precedenti”. Invece, poco alla volta si rimangia persino le promesse preelettorali con misure contradittorie che allontanano la giustizia sociale (clamoroso l’intervento sulla sanità che spinge medici e infermieri nel privato). Desidero usare a mo’ di esempio di incoerenza un caso emblematico, piccolo piccolo, per evitare di ripetere questioni fondamentali che sono sugli occhi di tutti: salvo ripensamenti incalzati dall’opposizione si abbatte l’I.V.A. sui trattamenti cosmetici, mentre aumenta sui pannolini per i bambini. Ottima coerenza programmatica per il governo della famiglia!

In compenso vengono sprecati gli aggettivi enfatici, su tutti spicca il “sono fiera” di Giorgia Meloni, per evocare la grandezza e il genio della razza italica che, secondo la collaudata retorica di altri tempi autarchici, tutto il mondo ci invidierebbe. Lei gira per il mondo in missioni diplomatiche che vengono contrabbandate come successi senza precedenti: in realtà ordinaria amministrazione gloriata nei TG, come facevano i documentari dell’istituto Luce, del quando c’era Lui.

Le argomentazioni di dettaglio potrebbero iniziare da questo punto, ma mi preme piuttosto sollevare una questione meno visibile, epperò sostanziale: il rischio che corriamo di deformazione della democrazia, con le sue derive. Non paia esagerata l’affermazione: il governo Meloni, pur comprendendo un arlecchino di posizioni al proprio interno, è solidale nell’intenzione di durare 5 anni. Dunque, ha tempo abbastanza per realizzare grandi modifiche istituzionali e intraprendere percorsi discutibili. Alcuni assaggi: il premierato “forte” e la riforma della giustizia; l’ambientalismo in salsa nucleare; le alleanze pericolose.

Diamone qualche cenno: l’’illusione che il popolo, senza mediazioni, rappresenti la quintessenza della giustizia e della saggezza è una favola che fa comodo a chi vorrebbe spingere il paese su posizioni estreme, purtroppo già sperimentate. Il padre della Repubblica Giuseppe Dossetti ammoniva all’incirca così, rispetto al miraggio di fascinazione da figure politiche che prendono il potere con la benedizione del popolo: NON E VERO CHE IL POPOLO DIVENTA SOVRANO, SE ELEGGE IL SOVRANO. SEMPLICEMENTE DIVENTA IL POPOLO DEL SOVRANO.

Purtroppo, è triste doverlo ammettere, ma non sono infrequenti gli esempi dove il popolo, spinto da emozioni o da delusioni cocenti anche momentanee, conduce il proprio paese nelle secche: se non vogliamo guardare alla storia della Germania nazista o alla vicenda disgraziata del fascismo italiano, basta assistere al recente dramma schizofrenico che sta vivendo l’Argentina. Un paese impaurito e allo sbando corre in bocca alle soluzioni miracolistiche, di fatto autoritarie, che sembrano paternalisticamente rassicuranti, salvo trovarsi invischiato in guai futuri permanenti. Il governo di uno stato moderno non può essere deciso, come si fa nelle squadre di calcio, con la facile sostituzione dell’allenatore a furor di popolo, se in origine non si è costruita una buona base societaria.

Il premierato forte in Italia, così com’è stato finora presentato, spegnerebbe di fatto i poteri costituzionali del Presidente della Repubblica e la sua facoltà di nominare i premier secondo regole consolidate. Lo ridurrebbe, cioè, a un “tagliatore di nastri inaugurali”.  In altre parole, aprirebbe la strada a un ruolo affievolito che impedirebbe, per esempio, soluzioni di emergenza come quella di nominare un premier tecnico, all’epoca necessario, come fu Draghi. E vale la pena annotare, senza entrare nel merito di tecnicismi, che una riforma della giustizia finalizzata a restituirle agilità e certezza del diritto può essere un obiettivo da perseguire, purché non si seminino le basi per renderla, sottobanco, vassalla della politica.

Giorgia Meloni alla COP 28, la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti climatici, ha affermato che dobbiamo fare una transizione ecologica “non ideologica”. Ma che significa quest’affermazione assurda? Che senso ha questo spingere il freno, con riserve dettate da ragioni economiche senza visione, quando ogni giorno ci rendiamo conto che stiamo precipitando nella prossima distruzione dell’umanità sul pianeta? Non ci interessa essere sepolti in una bara di petrodollari. E non ci piace l’ennesima marcia di avvicinamento al nucleare, in questo momento storico dove la tecnologia non è abbastanza matura, come risposta al fabbisogno energetico. Abbiamo trilioni di kilowatt recuperabili con l’energia pulita, prima di rassegnarci al peggio.

La politica internazionale: il governo, con i suoi alleati, mantiene rapporti diplomatici ambigui. Se da un lato è alla ricerca di consensi che allontanino dalla propria immagine pubblica lo stigma di destra reazionaria (e ciò spiega le relazioni sorridenti verso i partner internazionali tradizionali dell’Italia), contemporaneamente allaccia fili con leader esteri di dubbio indirizzo, specie con particolare riferimento ai diritti umani.

 La Serbia di Vučić è un esempio tipico: Meloni afferma che spingerà in ogni modo, per portarla presto entro la Comunità Europea. Certo questa importante nazione candidata ha fatto dei passi in avanti, ma è ancora uno stato gravemente afflitto dalla carenza di diritti umani, da turbe ideologiche che hanno scatenato la guerra iugoslava. Per intenderci, quella che ha prodotto i genocidi in Bosnia-Erzegovina e alimenta le attuali tensioni in Kosovo. La Serbia, per interessi di bottega, inoltre ha deciso di non imporre sanzioni alla Russia, dopo l’aggressione all’Ucraina: una posizione opportunista che non gioverebbe se riprodotta all’interno del consesso di Bruxelles.

 In politica estera sembra dunque che il governo Meloni non si formalizzi troppo sul piano dei diritti. Eppure, l’Europa si distingue tradizionalmente per aver sviluppato un sistema storicamente solido di regole civili garantite dalle costituzioni, anche rispetto ad altre realtà mondiali, malgrado talvolta qualcuno tenti di sedarli.

 Ma forse, qualcuno dirà, queste sono considerazioni tardoromantiche, visto che Salvini, elemento di spicco in questo governo strabico, organizza a Firenze (medaglia d’oro della Resistenza) un convegno dove si dimostra sodale di tutto il campionario della peggior feccia politica dell’ultradestra: sono lontani i richiami di alta moralità di Altiero Spinelli e degli illuminati fondatori europei. Ora il verbo che impera è quello di distruggere quest’Europa, in nome di presunti valori che puzzano terribilmente di razzismo, sessismo, di lotta contro l’ambientalismo a favore dell’economia, di chiusura totale verso l’immigrazione, di misure autoritarie che zittiscono il popolo in nome della sicurezza. L’Europa dei confini e dei fili spinati è riproposta con tutti i suoi egoismi e le amicizie di interesse che franano come gira il vento.

Non ci consola affatto che il meeting per molti aspetti sia fallito: la nuova ferita alla democrazia rischia di infettarsi nel disinteresse generale che magari prende per scherzo simili manifestazioni. I baffetti di Hitler e le movenze plateali di Mussolini ci fanno ancora sorridere: nella leggerezza apparente e scaramantica si cela talvolta una vera tragedia popolare. Così non dovrebbero farci ridere nemmeno le sagre con la salsiccia a cui partecipa il nostro ministro.

Roberto Masiero
Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta e Dragan l’imperdonabile.

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